23/06/2026
Già......
C'è qualcosa di profondamente deprimente, e allo stesso tempo rivelatore, nel girare per le librerie della propria città. Appena si entra, sotto luci studiate per catturare lo sguardo e orientare il desiderio, troneggiano libri di discutibile valore culturale firmati da cantanti, presentatori televisivi, calciatori, influencer e personaggi diventati celebri per ragioni che con la letteratura hanno ben poco a che fare. La loro presenza non è casuale: occupano il centro della scena perché sono considerati prodotti da vendere, non opere da leggere.
Poi ci si allontana dai tavoli delle novità e si cerca altro. Si cerca la letteratura. Si cerca la voce di autori che hanno lasciato un segno. Magari un romanzo di Carlos Ruiz Zafón che non sia il più famoso, oppure un testo di Umberto Eco, che resta uno dei più grandi intellettuali europei del Novecento. Si cerca qualche opera meno nota di George Orwell, senza fermarsi necessariamente a 1984. Si percorrono gli scaffali in ordine alfabetico e si scopre che spesso ciò che ha resistito al tempo è molto più difficile da trovare di ciò che è semplicemente di moda.
La verità è che le librerie, soprattutto quelle appartenenti alle grandi catene, finiscono inevitabilmente per seguire il mercato. Non espongono ciò che è più importante, ma ciò che vende di più. E il mercato, a sua volta, riflette i gusti di una società che tende sempre più a confondere la notorietà con il merito. Non importa cosa una persona abbia da dire; conta dove è comparsa, quanti follower possiede, quante apparizioni televisive ha collezionato o quanta attenzione riesce a generare. La fama diventa una credenziale sufficiente.
Viviamo in un'epoca in cui l'esibizione spesso conta più della competenza. Il talento richiede studio, disciplina, silenzio e tempo; l'esibizionismo richiede visibilità. E poiché la visibilità è immediata mentre il talento va coltivato, il secondo viene sempre più spesso sacrificato sull'altare della prima. Così il libro diventa l'estensione commerciale di una celebrità e non il risultato di un autentico percorso intellettuale.
Per questo mi torna in mente una piccola libreria della mia città. Una libreria indipendente, costruita sulla passione e sulla competenza, che cercò perfino di opporsi all'arrivo di un grande colosso editoriale destinato ad aprire letteralmente accanto a essa, parete contro parete. Ci furono raccolte firme, appelli, tentativi disperati di difendere un presidio culturale che apparteneva al territorio. Il finale, purtroppo, era già scritto. Il gigante arrivò e la piccola libreria scomparve.
Certo, nel nuovo spazio lavorano più persone. Gli scaffali sono più grandi, le vetrine più luminose, i volumi esposti infinitamente più numerosi. Eppure ogni volta che ci entro provo una sensazione strana. Il personale cambia continuamente, i titoli in evidenza cambiano ogni mese e ciò che viene presentato come novità sembra spesso rispondere più alle logiche del marketing che a quelle della cultura. L'offerta appare immensa, ma molte volte è soltanto una variazione continua degli stessi fenomeni commerciali.
Vedere in primo piano l'ennesimo libro dell'influencer di turno, mentre opere che hanno attraversato generazioni vengono relegate in angoli sempre più nascosti, suscita una malinconia difficile da ignorare. Non perché il nuovo sia necessariamente peggiore del passato, ma perché la gerarchia dei valori sembra essersi capovolta: ciò che è immediatamente consumabile prevale su ciò che può essere meditato, studiato e tramandato.
Questa preoccupazione non è nuova. Già Pier Paolo Pasolini denunciava la trasformazione della cultura in merce e l'avanzata di un consumismo capace di uniformare gusti, linguaggi e desideri. Pasolini temeva una società in cui il valore delle cose non sarebbe più stato determinato dalla loro profondità, ma dalla loro capacità di essere vendute. A distanza di decenni, passeggiare in certe librerie dà l'impressione che quella previsione non fosse affatto infondata.
Forse il vero declino non consiste nella presenza di libri mediocri sugli scaffali. Libri mediocri sono sempre esistiti. Il vero declino inizia quando una società smette di riconoscere la differenza tra ciò che è destinato a durare e ciò che è destinato a scomparire con la prossima stagione commerciale. Quando la notorietà prende il posto dell'autorevolezza e la visibilità sostituisce il valore, non è soltanto il mercato editoriale a impoverirsi: è l'immaginario collettivo di un'intera comunità.
(Antonio Ruben Ray - "Il trionfo della fama sulla cultura")
Immagine: Dipinto di Sean Diediker