06/04/2026
C’è un luogo a Prato della Valle dove mi capita spesso di pranzare. Uno di quei posti che, da soli, basterebbero a giustificare una pausa. Ampio, verde, carico di storia. Un luogo che non ha bisogno di presentazioni, perché si impone da sé. Eppure, quando mi siedo, non guardo lì.
Mi giro dall’altra parte. Verso i palazzi. Linee dritte, finestre, intonaci. Niente di memorabile, almeno in apparenza. E no, non è perché non mi piaccia. È esattamente il contrario.
Se mi mettessi a fissare Prato della Valle mentre mangio, finirebbe male. Resterei sospeso. Lo sguardo catturato, la mente altrove. La bellezza farebbe il suo lavoro: mi porterebbe via. E nel frattempo, il pranzo diventerebbe un gesto automatico, secondario, quasi un disturbo.
Io invece voglio mangiare.
Voglio sentire davvero quello che ho nel piatto. Una cucina emiliana che mi piace, che merita attenzione. Sapori pieni, concreti. Non qualcosa da consumare distrattamente mentre la testa è impegnata altrove.
Così scelgo. Una cosa alla volta.
Guardo i palazzi, mangio. Poi, se voglio, alzo lo sguardo, mi giro, e mi prendo anche la bellezza del posto. Ma non insieme. Non sovrapposte. Non in competizione.
Perché il problema, oggi, non è che manchino le cose belle. È che pretendiamo di viverle tutte nello stesso momento. Di mangiare, guardare, fotografare, pensare, rispondere, condividere. Tutto insieme. Tutto subito.
E così, alla fine, non viviamo davvero niente.
Perdiamo il sapore mentre cerchiamo il panorama. Perdiamo il panorama mentre pensiamo a come raccontarlo. Perdiamo tutto, un pezzo alla volta.
Io no.
Io preferisco perdermi una cosa per volta, ma fino in fondo. Poi passare alla successiva. Senza fretta, senza sovrapposizioni.
Può sembrare una rinuncia. In realtà è una scelta precisa.
Quella di esserci davvero.
C’è un luogo a Prato della Valle dove mi capita spesso di pranzare.