28/03/2026
FILM - "Un’altra casa nel bosco"
Un vecchio si aggira nella sua casa, isolato. Non come un leone in gabbia, ma come un padrone assoluto — o forse, più ancora, come uno zelante maggiordomo, geloso custode dei suoi pochi beni.
Ogni gesto è parte di un film. Il suo film.
Lui ne è l’unico protagonista e l’unico spettatore.
Un sogno, un’illusione, forse un compiacimento.
Le scene si ripetono, quasi sempre uguali. Non sono studiate, non esiste un vero ciak. Eppure tutto sembra obbedire a una regia invisibile, a uno sguardo occulto che lo guida e lo osserva.
L’atmosfera è quella di un pubblico assente e presente insieme, venuto da un altrove immaginario: occhi che sono i suoi stessi occhi, pronti a giudicare o ad applaudire.
E tuttavia il vecchio lo sa: quel film non lo vedrà mai nessuno.
E forse è proprio questo che vuole. Essere l’unico spettatore delle proprie gesta, compiacersene o rifiutarle. La parte se l’è assegnata da solo, e la recita con rigore, quasi con devozione.
Gli altri — quelli veri — non ci sono. E, in fondo, è giusto così: hanno le loro vite, altro da fare.
Ma non è del tutto solo.
C’è sua moglie.
Allettata da anni, prigioniera di un Alzheimer avanzato.
È diventata fragile e buona come una bambina: le mani raccolte in grembo, come in castigo, ma già perdonata per una colpa dimenticata.
Sta lì, in silenzio, come in attesa di qualcosa che non appartiene più a questo mondo.
E ogni tanto gli regala un sorriso piccolo, timido, che arriva da lontano.
L’uomo, nonostante gli acciacchi della vecchiaia — del corpo e della mente — ha allontanato tutto: le quattro badanti premurose, anche per necessità economiche; le rare visite dei parenti; persino quel minimo sindacale di assistenza sociale, vissuto ormai come inutile.
Così il suo isolamento è diventato una casa nel bosco. Felicemente.
Eppure, un’alternativa l’aveva immaginata.
Non qualcosa di estremo o drammatico, ma una forma di resistenza. Di salvezza.
Si vedeva in cima a una montagna, come un vecchio pellerossa, in attesa di un’ispirazione — o di qualsiasi altra cosa.
Aveva sfiorato anche un pensiero più radicale, affascinante e terribile insieme, come quello di Mario Monicelli. Ma lo avevano fermato la responsabilità, forse la paura.
In ogni caso, sentiva che la zavorra andava alleggerita.
E sua moglie — senza colpa — era diventata la sua dolce carceriera.
Una catena che ormai aderiva alla carne, accettata quasi con gratitudine.
Come la madre della casa nel bosco, in una forma di dedizione ostinata, l’uomo ha deciso di restare. Senza più aiuti, senza più badanti, convinto di poter provvedere a tutto.
Non certo educare, come quella madre faceva con i figli, ma affrontare ogni gesto necessario: quelli più umili, più duri, più invisibili.
Un carico sproporzionato per il suo corpo.
Eppure, proprio lì, qualcosa sembra trasformarsi.
Quella fatica impossibile diventa, a tratti, una nuova linfa vitale.
Forse è questa la sua vera parte.
Forse è questo, alla fine, il suo film.
LPjr - 27.03.3026