25/08/2026
Alzheimer...
Da oltre un’ora è sul terrazzo, nella carrozzina che ormai sembra essere diventata parte di lei: una protesi, più che un oggetto. L’aria appena ventilata le sfiora il viso, ma il resto del corpo rimane quasi immobile.
Ha ottantaquattro anni e da dieci convive con l’Alzheimer.
Eppure, a guardarla, non sembra triste. Lo sguardo è sereno, quieto, quasi rassegnato. Ma vaga altrove, in un luogo che soltanto lei sembra poter vedere.
Ogni tanto mormora.
Non sono propriamente parole. Sono bisbigli, piccoli borbottii, sillabe appena accennate, una nenia dolcissima che affiora e poi si interrompe. Poi una pausa. Come se stesse riflettendo. Come se cercasse, nella parte più remota della memoria, la sillaba successiva per continuare un discorso.
E allora viene spontaneo pensare che stia parlando con qualcuno.
Con sé stessa, forse. Con qualche ombra. Con volti che non possiamo più vedere. Con presenze rimaste vive soltanto nella sua mente.
Non so se sia ancora linguaggio. Forse è qualcosa che viene prima, o dopo, delle parole. Una sorta di conversazione senza parole, un dialogo di cui a noi è rimasto soltanto il suono.
Le sue vocalizzazioni sono dolci, tenere. A tratti sembrano quasi una preghiera, ma senza la solennità di un rosario: più intime, più primitive, come se appartenessero a un’età remotissima dell’uomo, quando per comunicare bastavano il tono della voce, una pausa, una sillaba.
Intorno a lei continuano a esistere le cose del nostro mondo.
La luce. Il vento. I rumori della strada.
Perfino una vespa le gira intorno, insistente, e per un momento le sfiora il viso con il suo ronzio. Lei non reagisce. È come se quel rumore appartenesse a un'altra realtà, distante quanto la nostra dalla sua.
E continua a mormorare.
Forse racconta qualcosa.
Forse ascolta qualcuno che noi non sentiamo.
Forse sta semplicemente cercando, una sillaba dopo l’altra, di tenere insieme i frammenti di un linguaggio che si sta dissolvendo.
E mi viene da pensare che non sia corretto chiamarlo un parlare "senza senso". Il senso può esserci, anche quando noi non siamo più capaci di raggiungerlo.
Lei sembra abitare un mondo che ci è diventato invisibile.
Non so se sia un mondo di ricordi, di persone, di immagini, di sogni o soltanto di frammenti. So soltanto che, mentre la guardo, ho l'impressione che stia conversando con qualcuno.
Con un mondo che non possiamo più vedere.
E forse è proprio questa la cosa più struggente: non che lei abbia smesso di parlare, ma che noi abbiamo ormai perso la chiave per capire ciò che dice.
Così rimango ad ascoltarla.
Senza interromperla, senza domandarle cosa stia dicendo.
Perché forse non è necessario capire.
Forse, qualche volta, basta essere lì.
Ad ascoltare un dialogo di cui ci è rimasto soltanto il suono.
Lpjr39 - 24.08.2026