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«La storia conosce intere civiltà che non hanno mostrato il minimo interesse per il mondo esterno. L’Africa non ha mai c...
23/07/2026

«La storia conosce intere civiltà che non hanno mostrato il minimo interesse per il mondo esterno. L’Africa non ha mai costruito una nave per navigare e scoprire che cosa ci fosse oltre ai mari che la circondavano. I suoi abitanti non hanno tentato di arrivare neanche alla pur vicina Europa. La civiltà cinese ha fatto anche di più, isolandosi addirittura dal resto del mondo per mezzo di un’alta muraglia.(…)

In questo corteo di civiltà l’Europa costituisce un’eccezione. È l’unica, a partire dall’antica Grecia, a manifestare una curiosità per il mondo – nonché il desiderio non solo di assoggettarlo e dominarlo, ma anche di conoscerlo; anzi, per quanto riguarda le sue menti migliori, soltanto quello di conoscerlo, comprenderlo e creare una comunità umana. È qui che avranno luogo, in tutta la loro evidenza, complessità e drammaticità, i nostri rapporti con i rimanenti abitanti del pianeta: gli altri.

Questi rapporti hanno una lunga tradizione. In letteratura essa inizia con le grandi Storie di Erodoto. Lo storico greco, vissuto duemilacinquecento anni fa, ci mostra che già allora il mondo a lui accessibile era popolato da numerose società progredite e mature, provviste di una cultura ben sviluppata e di un forte senso di identità: in una parola, che il primo europeo, ossia il greco, pur bollando come non greco (barbaros) chiunque non parlasse la sua lingua, si rendeva conto che questo altro era comunque qualcuno. Erodoto parla degli altri senza disprezzo né odio; cerca di conoscerli, di capirli e spesso dimostra addirittura come per molti aspetti essi superino gli stessi greci.»

L'altro - Ryszard Kapuściński - Feltrinelli Editore

Nella seconda metà dell'Ottocento, mentre l'Inghilterra industriale guardava avanti con una fiducia quasi aggressiva, ne...
14/07/2026

Nella seconda metà dell'Ottocento, mentre l'Inghilterra industriale guardava avanti con una fiducia quasi aggressiva, nelle campagne e nelle isole a ovest si raccoglievano storie che andavano nella direzione opposta: indietro, nel profondo, verso un passato che non si era mai veramente interrotto. È il periodo d'oro della raccolta folklorica nelle isole britanniche, e due libri Einaudi - distanti quasi un secolo l'uno dall'altro nella concezione, ma vicini sullo scaffale - ne catturano il senso meglio di qualsiasi trattato.

Le "Fiabe irlandesi" di William Butler Yeats escono nel 1888, quando il poeta ha ventitré anni. Non è ancora un premio Nobel: è un giovane dublinese che crede nella magia con una serietà che gli accademici trovano imbarazzante. Yeats non si limita a trascrivere fiabe - le seleziona, le m***a e le fa dialogare con una tradizione che considera viva. Il folklore irlandese, per lui, non è un residuo pittoresco ma una forma di resistenza culturale. Il "piccolo popolo" dei folletti, i leprecaun, le banshee, i giganti e i fantasmi che popolano queste pagine sono gli abitanti di un'Irlanda che il dominio inglese non è riuscito a cancellare. Il risultato è una raccolta che ha due qualità rare insieme: la vivacità del racconto orale e la precisione di un curatore che sa esattamente cosa sta facendo. Non a caso Italo Calvino, nella prefazione, riconobbe a Yeats un metodo classificatorio rigoroso dietro l'apparente fluidità narrativa.

Le "Fiabe popolari inglesi" di Katharine Briggs arrivano da un'altra direzione. Briggs è la massima studiosa di folklore britannico del Novecento, autrice di un'enciclopedia delle fate e degli esseri soprannaturali che resta un riferimento insuperato. Il suo approccio è complementare a quello di Yeats: dove il poeta irlandese sceglie e compone, Briggs documenta e restituisce. La sua raccolta copre l'intero repertorio del mondo fatato inglese - fate, streghe, draghi, spiriti maligni, fantasmi di villaggio - con l'ampiezza e la varietà che solo decenni di ricerca sul campo e negli archivi possono garantire. Il risultato è un libro che rivela quanto la tradizione fantastica inglese sia più ricca, più cupa e più strana di quanto la sua immagine edulcorata faccia pensare.

Lette insieme, le due raccolte mostrano qualcosa che spesso sfugge: l'Irlanda e l'Inghilterra condividono un sottosuolo mitico comune, ma lo abitano in modi profondamente diversi. In Yeats il soprannaturale è ribellione e visione; in Briggs è catalogazione e memoria. Due modi di salvare le stesse storie dal silenzio.

C'è un paradosso che riguarda le immagini: più si moltiplicano, più tendono a perdere consistenza. Si dilatano fino a oc...
13/07/2026

C'è un paradosso che riguarda le immagini: più si moltiplicano, più tendono a perdere consistenza. Si dilatano fino a occupare tutto lo spazio possibile, e poi cominciano a scomparire. Ma è proprio nella scomparsa che acquistano una seconda vita - quella della memoria, dell'identificazione, del mito. È questa seconda vita, sostiene l'autore, la loro autentica certezza per i viventi.

Da qui parte un saggio che non è una storia dell'arte né una teoria della comunicazione visiva. È piuttosto un'indagine sui meccanismi profondi attraverso cui le immagini nascono, si replicano, seducono e si dissolvono.

Due figure mitiche fanno da guida. Narciso guarda lo stagno e scopre qualcosa di fondamentale: le immagini non possono avere voce, le parole non si possono vedere. Il distacco tra queste due invenzioni dell'uomo - parole e immagini, appunto - è assoluto. Dedalo, dall'altra parte, costruisce in silenzio oggetti figurati che imitano la creazione ma restano muti. Le immagini che si guardano e quelle che si fabbricano si rincorrono e si attraggono a vicenda: ogni cosa vera si tuffa in uno specchio artificiale, ogni artificio finisce per dissolversi nelle cose più comuni.

Attorno a queste due matrici il libro apre una serie di percorsi: l'iconoclastia che paradossalmente salva le immagini sacre riducendole a icone fisse, il gioco delle somiglianze familiari tra padri e figli, lo specchio che ci restituisce estranei a noi stessi, il rapporto mutevole tra parole e immagini nel corso dei secoli. In epoca arcaica un grande fiume di parole era trascinato da poche immagini. Nel Seicento le une alimentavano e consumavano le altre.

Non c'è nessuna celebrazione della civiltà dell'immagine. Al contrario: l'autore dichiara apertamente che i prontuari contemporanei sulla comunicazione visiva gli sembrano miseri rispetto alla complessità reale del problema.

L'autore è Manlio Brusatin, architetto e storico del disegno, per anni docente allo IUAV di Venezia. Questo saggio, pubblicato da Einaudi nel 1989, è il secondo capitolo di una trilogia iniziata con la Storia dei colori nel 1983.

Manlio Brusatin, “Storia delle immagini”. Einaudi 1989

George Orwell scrisse i suoi due romanzi più celebri a pochi anni di distanza l’uno dall’altro, in un’Europa che usciva ...
22/06/2026

George Orwell scrisse i suoi due romanzi più celebri a pochi anni di distanza l’uno dall’altro, in un’Europa che usciva dalla guerra e si interrogava sul destino delle ideologie che avevano segnato il Novecento.

“La fattoria degli animali” nasce tra il 1943 e il 1944, ma la sua pubblicazione nel Regno Unito incontra diverse resistenze. Con la Gran Bretagna ancora alleata dell’Unione Sovietica, molti editori guardano con cautela a una satira così esplicita dello stalinismo e della deriva autoritaria della rivoluzione russa. Il libro vede la luce soltanto nel 1945, a guerra ormai conclusa.

Orwell sceglie la forma della favola: gli animali di una fattoria si ribellano al padrone e fondano una società basata sull’uguaglianza, che però viene progressivamente corrotta dai maiali, i nuovi detentori del potere. Attraverso personaggi e situazioni ispirate a figure realmente esistite, il romanzo mostra come gli ideali rivoluzionari possano trasformarsi in nuove forme di oppressione. Emblematica è l’evoluzione del celebre principio secondo cui «tutti gli animali sono uguali», destinato a essere svuotato e rovesciato dal potere stesso che avrebbe dovuto garantirlo.

Quattro anni dopo, nel 1949, arriva “1984”. Orwell lo scrive sull’isola scozzese di Jura e sarà il suo ultimo romanzo: morirà nel gennaio del 1950. Qui l’allegoria lascia il posto alla distopia. Il futuro immaginato dall’autore è una società totalitaria che non si limita a controllare le azioni dei cittadini, ma interviene sul linguaggio attraverso la neolingua e sulla memoria collettiva attraverso la continua riscrittura del passato. Winston Smith, impiegato del Ministero della Verità, rappresenta il tentativo di preservare uno spazio di autonomia individuale in un sistema che mira a eliminare perfino la possibilità del pensiero indipendente.

Se “La fattoria degli animali” affida la sua critica all’ironia e alla distanza della favola, “1984” sceglie la cupezza della distopia. Cambia la forma, ma non il nucleo della riflessione: Orwell indaga i meccanismi attraverso cui il potere manipola la verità, il linguaggio e la memoria per perpetuare sé stesso.

Due classici imprescindibili del Novecento, pubblicati nella storica collana Medusa di Mondadori, una delle esperienze editoriali più importanti della cultura italiana del secolo scorso.

Le ultime parole attribuite all'imperatore Adriano in punto di morte aprono il libro prima ancora che inizi la storia. M...
21/06/2026

Le ultime parole attribuite all'imperatore Adriano in punto di morte aprono il libro prima ancora che inizi la storia. Marguerite Yourcenar le scelse come epigrafe per un romanzo che portò con sé per quasi trent'anni, perdendolo e riscrivendolo più volte prima di pubblicarlo nel 1951.

C'è un dettaglio editoriale poco noto che vale la pena raccontare: per la traduzione italiana, fu Yourcenar stessa a scegliere chi avrebbe dovuto tradurla, Lidia Storoni Mazzolani - non una specialista di letteratura francese, ma una studiosa del mondo antico, perché il testo doveva sembrare tradotto dal latino. Da quella collaborazione nacque un'amicizia durata fino alla fine della vita della scrittrice.

Dentro il libro, la voce di un imperatore che scrive al successore designato, Marco Aurelio, ripercorrendo viaggi, potere, la cultura greca che ha amato più di quella romana, e la perdita di Antinoo, il giovane che lo accompagnò e che morì sul Nilo senza che le circostanze siano mai state chiarite.
Un libro che non racconta la storia di Roma: racconta cosa resta di un uomo quando comincia a vedere il limite della propria vita.

Marguerite Yourcenar, "Memorie di Adriano". Einaudi 2017.

James Joyce sosteneva di formare con James Stephens una coppia di gemelli, nati alla stessa ora dello stesso giorno dell...
19/06/2026

James Joyce sosteneva di formare con James Stephens una coppia di gemelli, nati alla stessa ora dello stesso giorno dello stesso anno nella stessa città. E Stephens aggiungeva: «Sembra che il letto fosse differente, e questo fu il solo neo nei nostri rapporti».

Tanto forte doveva essere questa convinzione in Joyce che, in una lettera scritta mentre disperava di poter mai finire Finnegans Wake, indicava in James Stephens l'unico scrittore che avrebbe potuto eventualmente portare a termine il suo lavoro - non solo perché Stephens conosceva a fondo tutta la tradizione mitica e fantastica irlandese, ma perché era anche dotato di una formidabile abilità stilistica, di un orecchio rigoroso per il ritmo. Solo che la forma dei suoi scritti è quanto di più diverso dall'ultimo Joyce: una semplicità apparente, una sviante elementarità del linguaggio e dei temi si ritrovano in tutte le sue opere - poesie, racconti, memorabili conversazioni alla radio - e così anche nel suo capolavoro, La pentola dell'oro (1912).

Questo libro, che fin dal suo apparire si guadagnò fanatici ammiratori, è pressoché indefinibile: è insieme un racconto filosofico nella tradizione di Voltaire, un romanzo fiabesco dove compaiono dèi di varia origine come Pan e Angus Óg, un libro per bambini, un libro pieno di humour per gli adulti, un'allegoria del difficile matrimonio fra intelletto e istinto.

James Stephens - La pentola dell'oro - Adelphi 1981

Nel 1982 Angelo Ara e Claudio Magris pubblicano un saggio che diventerà un punto di riferimento per chiunque voglia capi...
17/06/2026

Nel 1982 Angelo Ara e Claudio Magris pubblicano un saggio che diventerà un punto di riferimento per chiunque voglia capire Trieste oltre la cartolina turistica: "Trieste. Un'identità di frontiera". Lo scrivono in un momento in cui la città cerca ancora di fare i conti con la propria storia recente, stretta tra memorie imperiali, ferite del Novecento e un presente che fatica a definirsi.

Il libro non racconta Trieste attraverso una cronologia di eventi, ma attraverso le voci di chi l'ha vissuta e scritta: Svevo, Saba, Slataper, i fratelli Stuparich, Michelstaedter, Weiss, Benco, Marin, Quarantotti Gambini, Bazlen. È una città che gli autori definiscono innanzitutto letteraria, prima ancora che geografica o politica - una cultura che si è formata e raccontata attraverso i suoi scrittori più che attraverso i suoi confini.

Al centro del saggio c'è la tensione tra le diverse anime della città: quella italiana, quella slava, quella austriaca. Ara e Magris osservano come l'elemento austriaco, senza una contiguità territoriale diretta, non abbia mai esercitato una vera pressione di germanizzazione, configurandosi piuttosto come un'élite percepita come "straniera" ma non minacciosa. Diversa la dinamica con la componente slava, radicata nel territorio circostante. Da questo contesto nascono le fasi più drammatiche raccontate nel libro: l'irredentismo, lo sciovinismo del periodo fascista, e poi il rovesciamento delle tensioni nel secondo dopoguerra.

Una delle figure più emblematiche di questa pluralità è Scipio Slataper, che in una lettera alla moglie si definisce slavo, tedesco e italiano insieme - non come confusione identitaria, ma come rivendicazione consapevole di una condizione plurinazionale che per lui coincideva con l'essenza stessa di Trieste.

Gli autori arrivano a leggere la Trieste contemporanea come uno spazio dove tutte queste eredità convivono senza risolversi: il culto della memoria asburgica accanto ai residui dell'irredentismo, il cosmopolitismo storico accanto a chiusure più municipali. Più che una sintesi, il libro propone una mappa delle contraddizioni che la città continua a portare con sé, e che proprio in quella mancanza di sintesi trova, paradossalmente, la propria identità più autentica.

Cosa resta, oggi, di quella frontiera che Ara e Magris descrivevano? E quanto delle tensioni di allora si ritrova ancora nel modo in cui Trieste racconta se stessa?

Angelo Ara e Claudio Magris - Trieste un'identità di frontiera - Einaudi 1982.

"Un tempo gli uomini consegnarono il pensiero alle macchine nella speranza di essere liberi. Ma questo permise soltanto ...
08/06/2026

"Un tempo gli uomini consegnarono il pensiero alle macchine nella speranza di essere liberi. Ma questo permise soltanto ad altri uomini, con le loro macchine, di asservirli."

Frank Herbert, "Dune".

«Dicono che un asino è un cavallo quando vogliono venderlo, e che un cavallo è un asino quando vogliono comprarlo. E que...
06/06/2026

«Dicono che un asino è un cavallo quando vogliono venderlo, e che un cavallo è un asino quando vogliono comprarlo. E questo per la furbizia! Ma la vecchia donna che, la sera prima del viaggio, pone con la sua mano rozza un fascio di fieno in più davanti al mulo; il navigante che, acquistando le provviste, pensa alle bonacce e alle tempeste; il bambino che si ficca in testa il berretto quando lo hanno convinto che pioverà, tutti costoro sono la mia speranza: perché tutti credono al valore degli argomenti.

Sì: io credo alla serena supremazia della ragione tra gli uomini. A lungo andare, non le sanno resistere. Non c’è uomo che possa starsene inerte a guardarmi, quando io (prende in mano un sasso e lo lascia cadere a terra) lascio cadere un sasso e dico: questo sasso non cade. Non c’è essere umano in grado di far questo. Troppo grande è il potere di seduzione che emana dalla prova pratica; i più cedono subito, e alla lunga tutti.

Il pensare è uno dei massimi piaceri concessi al genere umano.»

Bertolt Brecht, "Vita di Galileo", Einaudi 1963.

Uno dei pregi della migliore fantascienza è la capacità di parlare del presente fingendo di parlare del futuro. In quest...
04/06/2026

Uno dei pregi della migliore fantascienza è la capacità di parlare del presente fingendo di parlare del futuro. In questo passo Asimov sm***a con elegante ferocia il linguaggio della politica: sottoposto a un analisi linguistico-matematica, il lungo discorso di un importante diplomatico si rivela composto da una quantità impressionante di parole e da una quantità trascurabile di contenuti.
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“Hardin si appoggiò allo schienale della poltrona. «Questa è la parte più interessante di tutta la storia. La prima volta che ho incontrato lord Dorwin l’ho considerato un perfetto somaro. Si è rivelato invece il diplomatico più preparato dell’impero e un uomo intelligentissimo. Mi sono preso la libertà di registrare tutte le sue affermazioni.»

Ci fu un mormorio di indignazione, e Pirenne aprì la bocca, scandalizzato.

«Perché vi sorprendete?» chiese Hardin. «Mi rendo conto di aver commesso un’azione contraria alle regole dell’ospitalità, una cosa che nessun gentiluomo farebbe mai. Devo anche riconoscere che se milord se ne fosse accorto, le conseguenze sarebbero state spiacevoli. Ma non è successo, e io ho la registrazione. Questo è tutto. L’ho fatta trascrivere e l’ho spedita a Holk perché l’analizzasse.»

«E dov’è il risultato dell’analisi?» domandò Lundin Crast.

«Qui veniamo al punto più interessante. Quest’ultima analisi è stata la più difficile delle tre. Quando Holk, dopo due giorni di duro lavoro, è riuscito a eliminare ogni affermazione priva di significato, le parole incomprensibili, gli aggettivi inutili, in breve tutto ciò che era irrilevante, scoprì che non era rimasto niente. Aveva cancellato tutto. Signori, in cinque giorni di discussioni, lord Dorwin non ha detto assolutamente nulla, ed è riuscito a fare in modo che voi non ve ne accorgeste. (…)»”

Isaac Asimov, "Prima fondazione" (1951).

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