10/02/2025
Spiegare l’anno al militare ai nostri ragazzi è davvero complicato.
Dovrei cominciare a dire che proprio nell’età in cui il tuo corpo cambia, la tua voce si fa profonda e il carattere diventa ombroso, ti costringono ad andare via da casa.
Per noi degli anni Ottanta che la guerra l’avevamo scansata da un po' era guardare con apprensione ai missili piantati fra l’Unione Sovietica e l’America, mentre noi volevamo solo ascoltare Nostalgia Canaglia di Albano e Romina ed eleggere il nuovo gusto di gelato per l’estate.
Per i ragazzi erano le file interminabili davanti alle cabine telefoniche, quasi sempre relegate negli angoli più remoti di un bar di provincia, in un paese fuori dal mondo. Aspettare i giorni di licenza per passare un fine settimana a casa. Fare quel maledetto “cubo” ai piedi del letto.
Per le ragazze era aspettare il ritorno di un fratello, di un amico, di un fidanzato e vederlo cambiare, ogni volta, sempre e irrimediabilmente di più. Erano amiche che da un giorno all’altro si trasferivano in un altro paese perché si innamoravano del compagno di camerata che il fratello aveva portato a casa.
Erano mamme rassegnate a vedere i propri figli partire, perché "è così che si fa", "è così che si diventa uomini", perché forse "firma" ed entra nelle Forze Armate e il militare diventa un lavoro. Pregare che non parta per le “Missioni di Pace”, per le operazioni speciali, per Nassiriya e non vederlo tornare più.
Ascoltare gli interminabili discorsi conditi di favole, aneddoti, parolacce di chi ha fatto la “naja”, ognuno a modo proprio, con gli occhi rivolti a casa e il cuore stretto dentro gli anfibi.