Labo Ratorio

Labo Ratorio “ La contestatissimafavola della regina dei Fozza Gioggia”
Non èsolo una favola

La Regina Gioggia, il Generale che Avanza e il Regno nel PanicoNel Regno dei Fozza Gioggia la situazione era precipitata...
25/05/2026

La Regina Gioggia, il Generale che Avanza e il Regno nel Panico
Nel Regno dei Fozza Gioggia la situazione era precipitata rapidamente.
Per anni la Regina Gioggia aveva governato tranquilla, circondata dai suoi fedelissimi: il ministro Urloni Salvini detto Pipitone, il mago Fazzolarius delle Supercazzole Strategiche e il cavaliere Mantovanus, che parlava solo per enigmi ministeriali.
Tutto funzionava alla perfezione.
I Fozza Gioggia applaudivano.
I trombettieri di corte urlavano “record storico!” ogni dodici minuti.
E ogni problema del regno veniva elegantemente scaricato:
sui governi precedenti,
sull’Europa,
sui migranti,
sui comunisti,
sul meteo,
oppure direttamente sulla luna piena.
Ma un giorno apparve lui.
Il Generale.
Con gli stivali lucidi, i selfie patriottici e lo sguardo di uno che aveva letto metà Wikipedia e ora voleva conquistare il Regno.
Fondò il movimento Futuro Nazionale, che sembrava inizialmente una sagra di nostalgici, influencer arrabbiati e reduci dei commenti Facebook del 2017.
Eppure cresceva.
Eccome se cresceva.
“Maestà…” sussurrò una notte Fazzolarius entrando trafelato nella sala del trono.
“La situazione è grave.”
La Regina alzò lentamente lo sguardo.
“Che succede? Un’altra inchiesta?”
“No.”
“Un altro sciopero?”
“No.”
“Bruxelles?”
“No.”
Fece una pausa drammatica.
“Il Generale ci sta rubando i matti.”
Silenzio.
Un silenzio pesantissimo.
La Regina sbiancò.
“Impossibile.”
“Invece sì, Maestà. Sta promettendo ordine, identità, patria, sicurezza, remigrazione, disciplina e pure i parcheggi gratis.”
La Regina iniziò a camminare nervosamente nel salone.
“Ma… sono le nostre cose!”
“Appunto.”
Nel frattempo il Generale girava le piazze del Regno come un televenditore del nazionalismo premium.
Con lui sfilavano:
influencer tattici,
reduci della qualunque,
ex pistoleri di Capodanno,
nostalgici della Decima Mas,
commentatori seriali di TikTok
e pensionati convinti che il Wi-Fi fosse un complotto globalista.
E incredibilmente funzionava.
Persino Pipitone Salvini iniziò a perdere pezzi.
Ogni giorno un consigliere scappava verso il Generale urlando:
“Lì almeno il patriottismo è senza glutine!”
Una sera la Regina si chiuse nelle sue stanze private.
Ed ecco partire il suo lunghissimo soliloquio.
“Non è giusto…” mormorò davanti allo specchio.
“Ho passato anni a fare la patriota istituzionale…”
Si tolse lentamente la giacca.
“Ho imparato a sorridere a Bruxelles senza bestemmiare in diretta.”
Si versò un bicchiere d’acqua con mano tremante.
“Ho perfino fatto finta di amare l’Europa.”
Pausa.
“E ora arriva questo col carrarmato comunicativo e mi fa concorrenza da destra?”
Guardò fuori dalla finestra.
Nelle piazze già si sentivano cori:
“Generale! Generale!”
La Regina ebbe un piccolo mancamento.
“Ma io sono LA destra!”
Nel frattempo Salvini delirava nei sotterranei del castello.
“È un traditore! Un trasformista! Un futurista! Un democristiano militare!”
Nessuno lo ascoltava più.
Nemmeno i citofoni.
Così la corte dei Fozza Gioggia entrò nel panico.
“Alzate la soglia di sbarramento!”
“Cancellate i collegi!”
“Inventate il bonus anti-generale!”
“Fate qualcosa!”
E la Regina iniziò il suo grande monologo alla nazione dal balcone reale.
“Popolo dei Fozza Gioggia!”
Applausi.
“Noi difenderemo il Regno!”
Altro applauso.
“Difenderemo identità, patria, sicurezza e tradizioni!”
Dal fondo della piazza una vecchia urlò:
“Ma non era quello che dice pure il Generale?”
Silenzio glaciale.
La Regina sorrise nervosamente.
“Ma noi lo diciamo… istituzionalmente.”
Alla fine il Regno capì la tragedia:
la Regina non aveva paura della sinistra.
Aveva paura di essere superata a destra da qualcuno ancora più rumoroso, nostalgico e incontrollabile.
Nel Regno dei Fozza Gioggia funzionava così:
non vinceva chi governava meglio.
Vinceva chi urlava “patria” con più effetti speciali.

La Regina Gioggia e Carletto FalconeNel Regno dei Fozza Gioggia esisteva un ministro della Giustizia noto come Cantagall...
24/05/2026

La Regina Gioggia e Carletto Falcone

Nel Regno dei Fozza Gioggia esisteva un ministro della Giustizia noto come Cantagallo Nordio, detto anche “Carletto Falcone” dai trombettieri di corte più entusiasti e meno sobri.
Era un uomo elegante, solenne, profondamente innamorato della propria autobiografia.
Ogni volta che entrava in una stanza sembrava accompagnato da una colonna sonora composta da trombe epiche e autocelebrazione.
Un giorno, durante la Grande Commemorazione di Capaci, mentre tutti ricordavano Giovanni Falcone, Francesca Morvillo e gli agenti della scorta, Carletto sentì improvvisamente il bisogno irresistibile di inserirsi nella leggenda.
Si schiarì la voce.
Si sistemò la giacca.
E proclamò:
“Anch’io ho rischiato la vita.”
Nel salone calò un silenzio strano.
Un silenzio da ascensore bloccato.
Ma Carletto ormai era partito.
Parlò di sé.
Delle Brigate Rosse.
Del coraggio.
Della toga.
Del destino.
Mancava soltanto che tirasse fuori una gigantografia di sé stesso con l’aquila in controluce.
I trombettieri di corte applaudirono immediatamente:
“Che statista!”
“Che profondità!”
“Che Falcone veneziano!”
Nel Regno dei Fozza Gioggia bastava pronunciare le parole “magistrato”, “terrorismo” e “sacrificio” nella stessa frase perché partisse automaticamente la standing ovation patriottica.
Intanto la Regina Gioggia osservava la scena dal suo trono con l’espressione di chi ha appena capito che il karaoke istituzionale sta degenerando.
Quella notte si ritirò nelle sue stanze private.
Accese una lampada.
Guardò fuori dalla finestra.
E iniziò il suo soliloquio.
“Possibile,” sussurrò, “che ogni commemorazione debba trasformarsi nel talent show dell’ego?”
Fece una pausa lunga.
“Uno prova a sembrare governo serio, occidentale, credibile… e questi iniziano a contendersi il ruolo di protagonista pure ai funerali della Repubblica.”
Si versò lentamente un bicchiere d’acqua.
“Prima La Rissa coi cimeli nostalgici… adesso Carletto Falcone.”
Sospirò.
“A questo punto temo il giorno in cui qualcuno rivendicherà di aver liberato l’Italia personalmente.”
Nel frattempo Cantagallo Nordio continuava il suo tour epico.
Narrava di indagini leggendarie che nessuno ricordava bene ma che, secondo lui, avevano terrorizzato mafia, brigatisti, criminalità organizzata e probabilmente anche le maree veneziane.
Poi arrivò il capolavoro:
“I veri mafiosi non parlano al telefono.”
Il Regno applaudì disciplinato.
Peccato che poco dopo un boss importantissimo venne catturato proprio grazie alle intercettazioni.
Ma i Fozza Gioggia reagirono immediatamente:
“Era una strategia!”
“Una trappola mentale!”
“Carletto li aveva confusi!”
Nel Regno dei Fozza Gioggia funzionava così:
la realtà non doveva essere coerente.
Doveva soltanto essere raccontata abbastanza forte da coprire il giorno precedente

La Regina Gioggia, Almirante il Rispettabile e la Guerra dei Nipotini NeriNel Regno dei Fozza Gioggia arrivò il giorno d...
23/05/2026

La Regina Gioggia, Almirante il Rispettabile e la Guerra dei Nipotini Neri
Nel Regno dei Fozza Gioggia arrivò il giorno della Grande Commemorazione.
Le bandiere sventolavano lente sopra i palazzi, i trombettieri di corte lucidavano le fanfare e i ministri si preparavano alla tradizionale ginnastica retorica: trasformare qualunque pezzo di storia ingombrante in elegante arredamento istituzionale.
Al centro della celebrazione c’era il vecchio Almirante, il Patriarca in Doppiopetto, uomo che da giovane aveva scritto che “il razzismo deve essere cibo per tutti”, firmato manifesti di fucilazione nella Repubblica di Salò e passato metà della vita a flirtare con l’idea che la democrazia fosse una seccatura burocratica inventata per rallentare i veri uomini d’ordine.
Ma nel Regno dei Fozza Gioggia il passato non veniva mai negato davvero.
Veniva stirato.
Profumato.
Rivestito di parole come “coerenza”, “rispetto”, “passione politica”, “amore per la patria”.
E così la Regina Gioggia si affacciò dal balcone reale davanti alla folla dei Fozza Gioggia, già emozionati come tifosi davanti alla finale del mondiale identitario.
“Popolo mio,” proclamò solennemente, “oggi ricordiamo un uomo che ha segnato profondamente la storia della destra italiana!”
Applausi.
“Un uomo di idee!”
Altro applauso.
“Un uomo delle istituzioni!”
Qui persino alcuni piccioni del palazzo sembrarono voltarsi perplessi.
Ma la Regina continuò imperterrita.
“Un esempio di dignità, passione e rispetto!”
Sotto il balcone i Fozza Gioggia urlavano commossi:
“Presente!”
“Onore!”
“Patria!”
Qualcuno tentò persino di leggere davvero i vecchi articoli del Patriarca, ma venne immediatamente distratto da un reel patriottico con musica epica e bandiera rallentata.
Nel frattempo, dietro le tende del palazzo, Ignazio La Rissa osservava la scena stringendo nervosamente il suo busto tascabile del Cavaliere Nero.
E iniziò il suo soliloquio.
“Che tempi meravigliosi…” sussurrò emozionato.
“Una volta almeno eravamo nostalgici apertamente. Oggi invece bisogna fare gli equilibrismi lessicali: mai dire fascismo, sempre dire comunità identitaria.”
Accarezzò il busto con devozione.
“Però che soddisfazione vedere il Patriarca finalmente lucidato a statista repubblicano…”
Poi sospirò malinconico.
“Anche se ormai pure noi dobbiamo stare attenti. Troppa nostalgia esplicita e la gente si spaventa. Troppo poco e Vannacci ci ruba i devoti.”
Ed era proprio quello il problema.
Perché nel Regno la vera angoscia della Regina non era la memoria storica.
Era il sondaggio.
Da settimane infatti il generale Vannacci il Muscolare cresceva nei numeri come un fungo radioattivo nella palude sovranista.
E ogni punto recuperato da lui era un voto sottratto al Pipitone Salvini e perfino ai Fozza Gioggia stessi.
La Regina lo sapeva benissimo.
Per questo improvvisamente il vecchio Almirante era tornato utile come reliquia strategica: serviva a richiamare all’ovile i nostalgici in libera uscita prima che migrassero verso il nuovo profeta in anfibi.
Quella notte la Regina si ritirò nelle sue stanze private e iniziò il suo soliloquio davanti allo specchio del palazzo.
“Devo stare attenta…” mormorò.
“Troppo moderata e mi accusano di tradimento. Troppo nostalgica e spavento Bruxelles.”
Si sedette lentamente.
“E intanto Vannacci cresce. Salvini perde pezzi. I nostalgici ringhiano. I moderati fingono di non vedere.”
Fece una pausa lunga.
“Allora bisogna dare un segnale. Un omaggio controllato. Un po’ di memoria identitaria, ma in doppiopetto democratico.”
Sorrise amaramente.
“Esattamente come faceva Almirante.”
Nel frattempo i trombettieri ufficiali lavoravano senza sosta.
“Statista!”
“Padre della destra moderna!”
“Grande uomo delle istituzioni!”
E ogni volta che qualcuno ricordava gli articoli razzisti, i manifesti di fucilazione o le simpatie per i colpi di Stato, partiva immediatamente il rituale difensivo:
“Contestualizzare!”
“Non giudicare col senno di poi!”
“Anche Napolitano lo rispettava!”
Nel Regno dei Fozza Gioggia funzionava così: il passato non andava negato.
Andava normalizzato lentamente, una commemorazione alla volta, finché anche l’inaccettabile non diventava semplicemente “complesso”.
E mentre la folla applaudiva sotto il balcone, la Regina guardava lontano verso l’orizzonte politico dove avanzava il generale Vannacci.
E capì una cosa terribile.
Nel Regno la nostalgia non era mai davvero scomparsa.
Aveva semplicemente cambiato marketing.

La Regina Gioggia e il Regno della Linea Rossa InvisibileNel Regno dei Fozza Gioggia tutto funzionava secondo un princip...
22/05/2026

La Regina Gioggia e il Regno della Linea Rossa Invisibile
Nel Regno dei Fozza Gioggia tutto funzionava secondo un principio molto semplice: le tragedie erano sempre terribili… ma solo dopo accurata valutazione nei sondaggi.
Per mesi e mesi la Regina Gioggia aveva osservato da lontano il grande incendio d’Oriente, dove l’assassino sionista e il suo governo trasformavano città in macerie, bambini in statistiche e il diritto internazionale in carta da camino.
Cinquantamila morti? Silenzio istituzionale.
Sessantamila? Moderata preoccupazione.
Settantamila? “Serve equilibrio.”
Poi arrivò la storia della Flotilla. Attivisti sequestrati in mare, pestaggi, umiliazioni, gente bendata, trascinata via davanti alle telecamere mentre ministri invasati ridevano come bulli di provincia con l’arsenale nucleare.
E improvvisamente, miracolo: nel regno comparve la leggendaria “linea rossa”.
Una creatura mitologica di cui tutti parlavano ma che nessuno aveva mai visto.
“È stata superata!” dichiarò il ministro Tayani con l’aria drammatica di un uomo che ha appena trovato il latte scaduto in frigo.
“Superata!” ripeterono i trombettieri di corte.
“Intollerabile!”
“Inaccettabile!”
“Vergognoso!”
Parole fortissime, pronunciate però con la stessa energia con cui si protesta per un ombrello dimenticato al ristorante.
Nel frattempo il Regno continuava tranquillamente a commerciare, collaborare, comprare, vendere, stringere mani, firmare accordi e sorridere nelle fotografie ufficiali.
Perché nel Regno dei Fozza Gioggia le condanne morali funzionavano così: si facevano a voce alta e rigorosamente senza conseguenze pratiche.
La Regina convocò allora il Gran Consiglio degli Alleati.
Entrò Tayani, pallido come sempre, con l’espressione del bassotto diplomatico traumatizzato. Entrò Crosetto, che dichiarò “vergogna” con la delicatezza di chi ordina un cappuccino. Entrarono i consiglieri reali, gli esperti di geopolitica da talk show e i cavalieri dell’hashtag patriottico.
“Dobbiamo sembrare indignati,” disse la Regina.
“Molto indignati?” chiese Tayani.
“No, troppo no. Solo abbastanza da non disturbare nessuno davvero.”
Seguì un silenzio tecnico.
Poi la Regina iniziò il suo monologo.
“Vedete,” disse camminando davanti alle mappe del regno, “la difficoltà moderna non è avere una posizione morale. È averla senza compromettere i rapporti commerciali.”
I ministri annuirono con rispetto contabile.
“Una volta bastava dire pace, diritti, dignità umana…” continuò la Regina. “Oggi invece bisogna calibrare tutto. Una condanna troppo forte irrita gli alleati. Una troppo debole irrita gli elettori. Governiamo un equilibrio delicatissimo tra coscienza e convenienza.”
Tayani alzò timidamente la mano.
“Ma Maestà… allora dov’è esattamente questa linea rossa?”
La Regina lo fissò stanca.
“La linea rossa,” sospirò, “è quel punto immaginario oltre il quale siamo costretti a dire qualcosa… purché non comporti fare qualcosa.”
Il consiglio scoppiò in un applauso commosso.
Quella notte però la Regina non riuscì a dormire.
Si ritirò nelle sue stanze private, aprì lentamente le tende del palazzo e guardò le luci lontane della capitale.
E iniziò il suo soliloquio.
“Che strano regno…” mormorò.
“Abbiamo trasformato tutto in comunicazione. I morti diventano numeri. Le bombe diventano narrative. Le torture diventano dibattiti televisivi.”
Si versò un bicchiere d’acqua senza neppure berlo.
“E ogni volta aspettiamo il morto numero giusto per indignarci.”
Fece una pausa lunga.
“Cinquantamila non bastavano. Sessantamila neppure. Poi arriva una Flotilla, due video, qualche titolo internazionale… e improvvisamente scopriamo la morale.”
Guardò il soffitto come se cercasse una risposta tra gli stucchi del palazzo.
“Forse il problema non è più ciò che accade.”
Abbassò lentamente lo sguardo.
“Forse il problema è quanto siamo diventati bravi ad abituarci.”
Ma il mattino dopo tutto tornò normale.
I trombettieri ripresero a parlare di leadership. Gli alleati ripresero a stringersi mani. I comunicati ufficiali ripresero a usare parole durissime e conseguenze leggerissime.
E nel Regno dei Fozza Gioggia la linea rossa rimase dov’era sempre stata: perfettamente invisibile.

La Regina Gioggia dei Fozza Gioggia e il Silenzio del PalazzoNel Regno dei Fozza Gioggia le parole avevano perso peso da...
22/05/2026

La Regina Gioggia dei Fozza Gioggia e il Silenzio del Palazzo
Nel Regno dei Fozza Gioggia le parole avevano perso peso da tempo.
“Diritti umani” era diventata una formula da conferenza stampa.
“Pace” un hashtag elegante.
“Bambini” un dettaglio statistico da citare con voce commossa davanti alle telecamere.
E mentre il mondo guardava le immagini della Flotilla assaltata, degli attivisti bendati, legati, umiliati e trascinati nelle prigioni del Regno dell’Assassino Sionista, nel palazzo reale della Regina Gioggia si consumava soprattutto un problema di equilibrio diplomatico.
Perché la Regina, ormai da quasi quattro anni, viveva schiacciata da un peso che non osava più nominare apertamente: settantamila morti palestinesi.
Migliaia di bambini.
Interi quartieri cancellati.
Ospedali sventrati.
Fame.
Macerie.
E ogni giorno una nuova giustificazione pronta per il telegiornale della sera.
La cosa più ironica era che, molti anni prima, la giovane Gioggia dei Fozza Gioggia si agitava nelle piazze proprio per la causa palestinese.
Gridava slogan.
Denunciava occupazioni.
Parlava di popoli oppressi.
Difendeva i civili sotto assedio con l’energia furiosa di chi vuole sembrare dalla parte dei deboli.
Poi arrivò il potere.
E il potere, nel Regno dei Fozza Gioggia, aveva una strana capacità: trasformava gli antichi slogan in prudenza istituzionale e le vecchie passioni in silenzi strategici.
Quando il ministro Ben Gvir diffuse i video degli attivisti incappucciati e bendati, costretti ad ascoltare inni a volume assordante, nel regno ci fu un attimo di imbarazzo.
Poi arrivò un altro ministro del governo israeliano, Miri Regev, che rivendicò tutto con orgoglio brutale:
“Così si tratta chi sostiene il terrorismo.”
E nel palazzo della Regina Gioggia calò quel silenzio tipico delle democrazie occidentali quando gli alleati superano apertamente ogni limite ma restano comunque alleati.
I ministri di corte iniziarono subito la danza delle parole prudenti.
“Siamo preoccupati.”
“Seguiamo con attenzione.”
“Invitiamo alla moderazione.”
Frasi talmente vuote che se le scuoti non fanno neppure rumore.
La Regina ascoltava tutto seduta nella Sala delle Bandiere Atlantiche.
Poi improvvisamente si alzò e iniziò un monologo davanti ai suoi consiglieri, immobili come statue di cera.
“Una volta,” disse lentamente, “mi battevo per i palestinesi.”
I ministri abbassarono lo sguardo.
“Una volta parlavo di popoli oppressi, di occupazioni, di dignità umana…”
Fece una pausa.
“Poi ho imparato che il potere non ama la memoria. Il potere ama la convenienza.”
Nessuno osò interromperla.
“E adesso?” continuò amaramente.
“Adesso dobbiamo indignarci a volume moderato. Dobbiamo essere umani senza irritare Washington. Dobbiamo difendere i diritti umani ma con linguaggio compatibile con le alleanze.”
Guardò le immagini arrivate dalla Flotilla.
Attivisti feriti.
Reporter arrestati.
Racconti di pestaggi, taser, umiliazioni e violenze psicologiche.
E soprattutto quella frase terribile pronunciata dagli avvocati di Adalah:
“Questo accade agli occidentali davanti alle telecamere. Immaginate cosa accade ai palestinesi senza nessuno che li protegga.”
La Regina sentì un brivido attraversare il salone.
Perché quella frase aveva il difetto insopportabile della verità.
Quella notte Gioggia si ritirò da sola nelle stanze private del palazzo.
Tolse le spille istituzionali dal vestito, spense i monitor dei sondaggi e si fermò davanti allo specchio.
Lì iniziò il suo soliloquio più lungo.
“Settanta mila morti…” sussurrò.
“E io continuo a parlare di equilibrio.”
Si sedette lentamente.
“Che fine fanno gli ideali quando incontrano il potere?”
Fuori dal palazzo i Fozza Gioggia continuavano a dividersi come tifoserie impazzite.
Per alcuni chiunque criticasse Israele era automaticamente nemico dell’Occidente.
Per altri chiunque non urlasse abbastanza forte era complice.
Ma la Regina sapeva che il problema ormai era più profondo.
Non era più solo guerra.
Era assuefazione morale.
L’abitudine quotidiana all’orrore.
“Ed è questo che mi spaventa davvero…” mormorò guardando il buio oltre le finestre.
“Non solo la violenza. Ma la normalità della violenza.”
Ripensò alla giovane ragazza che anni prima sventolava bandiere palestinesi nelle piazze.
Quella ragazza probabilmente oggi avrebbe urlato contro di lei.
Forse l’avrebbe definita ipocrita.
Forse venduta.
Forse codarda.
La Regina sorrise amaramente.
“Forse avrebbe ragione.”
Poi tornò il volto della statista perfetta.
Quello addestrato a non incrinarsi mai davvero.
Perché nel Regno dei Fozza Gioggia anche il dolore, prima o poi, doveva piegarsi alla diplomazia, ai sondaggi e alla grande arte occidentale del dire tutto senza avere il coraggio di fare quasi niente.

La Regina Gioggia dei Fozza Gioggia e il Regno dell’AssuefazioneNel Regno dei Fozza Gioggia le guerre arrivavano ogni se...
21/05/2026

La Regina Gioggia dei Fozza Gioggia e il Regno dell’Assuefazione

Nel Regno dei Fozza Gioggia le guerre arrivavano ogni sera dentro scatole luminose chiamate talk show, dove scribi, cavalieri da salotto e trombettieri di corte litigavano furiosamente mentre scorrevano immagini di macerie, bambini feriti, navi assaltate e città ridotte a polvere.
Eppure, nel palazzo reale, tutto continuava con impressionante normalità.
Le guardie lucidavano i lampadari.
I ministri preparavano tweet indignati ma prudenti.
E la Regina Gioggia, seduta sul trono di velluto patriottico, studiava attentamente il difficile equilibrio tra l’apparire scandalizzata e il non disturbare mai davvero gli alleati potenti.
Fu allora che esplose il caso della Flotill4.
Navi civili fermate in mare.
Attivisti arrestati.
Video, accuse, proteste internazionali, giuristi inferociti, organizzazioni umanitarie indignate.
E immediatamente il Regno si trasformò nell’ennesima arena isterica.
Da una parte i Fozza Gioggia più fedeli gridavano:
“Difendere l’Occidente! Difendere la sicurezza! Difendere tutto!”
Dall’altra gli oppositori urlavano:
“Cr1mini! Vergogna! Barbarie!”
Nel mezzo, come sempre, i cittadini normali osservavano esausti il solito campionato di rutti ideologici trasformare una tragedia umana in una gara da curva ultras.
Ma quella volta qualcosa era diverso.
Perfino alcuni vecchi consiglieri del regno iniziarono a sussurrare parole insolite.
“Qui non è più questione di destra o sinistra…”
“Non è nemmeno propaganda…”
“Qui il problema ormai è il metodo…”
E il metodo, nel Regno dell’Assassino Sionista, iniziava a diventare impossibile da nascondere persino ai più prudenti alleati occidentali.
Ogni giorno arrivava una scena nuova.
Un bombardamento nuovo.
Un video nuovo.
Un hashtag nuovo.
Una polemica nuova.
Come una gigantesca serie Netflix geopolitica prodotta direttamente dall’abisso morale del pianeta.
E lentamente accadde la cosa più pericolosa di tutte:
l’abitudine.
Le parole smisero di pesare.
“Civili.”
“Fame.”
“Ostaggi.”
“Rappresaglia.”
“Crimini di guerra.”
“Terrorismo.”
Tutto diventò lessico televisivo da consumo rapido.
Opinioni da studio televisivo.
Sondaggi.
Trend.
Persino l’orrore sembrava ormai gestito da uffici marketing.
Una sera la Regina Gioggia si ritirò nei suoi appartamenti privati, lontana dalle telecamere e dai ministri rumorosi.
Guardò il mare nero fuori dalle finestre del palazzo e iniziò il suo soliloquio.
“Il problema non è più nemmeno chi abbia ragione…” mormorò lentamente.
“Il problema è che il mondo si sta abituando a tutto.”
Sfogliò alcuni rapporti diplomatici arrivati dalle corti europee.
Persino alleati storici del Regno dell’Assassino Sionista iniziavano a parlare con disagio crescente.
Non più soltanto attivisti.
Non più soltanto studenti o ONG.
Ma pezzi di opinione pubblica occidentale che per decenni avevano sostenuto automaticamente Israele come riflesso morale della storia.
E ora quel riflesso iniziava a incrinarsi.
La Regina sospirò.
“Ed è questa la tragedia vera…”
“Perché certe ferite storiche dovrebbero insegnare il limite. Non cancellarlo.”
Fece una pausa lunga.
Poi aggiunse sottovoce, quasi temendo di essere ascoltata dalle mura stesse del palazzo:
“Quando una democrazia arriva al punto di discutere ogni giorno sulla liceità basilare delle proprie azioni… il problema non è più la narrazione. È la realtà.”
Intanto nel regno i Fozza Gioggia continuavano a difendere tutto automaticamente, per riflesso condizionato, come cavalieri programmati da un algoritmo patriottico.
Ogni critica diventava antisemitismo.
Ogni dubbio diventava tradimento.
Ogni domanda diventava propaganda nemica.
Eppure perfino alcuni tra loro iniziavano ad avvertire un’inquietudine difficile da confessare pubblicamente.
Perché fuori dalle mura del regno l’immagine che ormai cresceva non era più quella di una democrazia ferita che reagisce.
Ma quella di una potenza percepita sempre più come vendicativa, impermeabile alle critiche e convinta che il proprio trauma storico autorizzasse qualsiasi cosa.
La Regina Gioggia lo capiva benissimo.
Ma capiva anche che dirlo apertamente avrebbe creato tempeste diplomatiche, editoriali furiosi e crisi nei salotti televisivi del regno.
Così fece ciò che faceva sempre la politica moderna:
trasformò l’ambiguità in strategia.
“Condanniamo gli eccessi.”
“Siamo preoccupati.”
“Invitiamo alla moderazione.”
“Seguiamo con attenzione.”
Frasi perfette per dire tutto senza dire quasi niente.
E mentre il mondo discuteva di diritto internazionale, distruzione, assuefazione morale e memoria storica consumata come carburante geopolitico, nel Regno dei Fozza Gioggia i trombettieri ufficiali continuavano a parlare soprattutto di consenso, sondaggi e stabilità di governo.
Perché nel grande teatro della politica moderna anche le tragedie universali, prima o poi, finiscono inevitabilmente trasformate in comunicazione.

La Regina Gioggia, la Flottiglia Ribelle e il Regno dei Doppi StandardC’era una volta il Regno dei Fozza Gioggia, una te...
21/05/2026

La Regina Gioggia, la Flottiglia Ribelle e il Regno dei Doppi Standard

C’era una volta il Regno dei Fozza Gioggia, una terra dove ogni questione internazionale veniva spiegata con estrema semplicità:
se a fare una cosa era un nemico dell’Occidente, allora era barbarie.
Se invece a farla era un alleato strategico, allora diventava improvvisamente “un contesto complesso”.
La Regina Gioggia governava il regno con l’aria severa di chi ogni mattina si alza convinta di dover salvare la civiltà occidentale prima di colazione.
Attorno a lei si muoveva la solita corte:
Ignazio La Rissa, custode dei busti nostalgici e delle metafore sempre sbagliate;
Lord Capitone, ministro delle dirette permanenti;
e una schiera di trombettieri ufficiali incaricati di spiegare ai sudditi che qualunque contraddizione fosse in realtà “equilibrio geopolitico”.
Un giorno arrivò nel regno una notizia fastidiosa.
Una Flottiglia di attivisti provenienti da quaranta paesi stava navigando verso Gaza per protestare contro il blocco navale imposto dal potente Re Bibi di Israele, sovrano amatissimo nelle sale della diplomazia occidentale nonostante collezionasse guerre come figurine rare.
Le navi vennero fermate in mare aperto.
Abbordaggi, arresti, urla, spari, sequestri, umiliazioni.
Una scena talmente clamorosa che perfino alcuni cronisti di corte ebbero per un attimo il dubbio di dover raccontare i fatti invece delle versioni ufficiali.
Ma il dubbio passò rapidamente.
Nel Palazzo dei Fozza Gioggia si convocò subito il Consiglio Supremo della Moderazione Strategica.
La Regina Gioggia prese posto sul trono con espressione grave.
“Dobbiamo commentare,” disse.
“Maestà,” intervenne La Rissa accarezzando il suo bustino tascabile del Cavaliere Nero, “potremmo dire che questi attivisti sono troppo teatrali.”
“Bene,” annuì la Regina.
“E magari anche un po’ ingenui.”
“E forse pure amici di Hamas,” aggiunse un ministro.
“Perfetto,” disse la Regina.
“Così nessuno dovrà discutere davvero di quello che è successo.”
I trombettieri di corte partirono immediatamente.
“La Flottiglia era inutile!”
“Molto mediatica!”
“Poco prudente!”
“E poi non ha salvato nessuno!”
Un cronista domandò timidamente:
“Scusate… ma allora perché sono stati abbordati in acque internazionali?”
Nella sala calò un silenzio glaciale.
Uno dei consiglieri tossicchiò.
Un altro finse di controllare lo spread.
La Rissa si alzò lentamente.
“Vede,” spiegò con tono da professore distratto, “la geopolitica è complicata.”
“Complicata quanto?” chiese il giornalista.
“Abbastanza da far diventare normale ciò che sarebbe scandaloso se fatto da chiunque altro.”
Partì un applauso automatico dei Fozza Gioggia presenti in sala.
Nel frattempo, fuori dal palazzo, alcuni sudditi iniziavano a notare certe stranezze.
“Scusate,” disse un vecchio pescatore, “ma se un altro Stato avesse fermato navi civili in mare aperto, non avremmo già convocato tre vertici Nato, quattro sanzioni e cinque speciali televisivi?”
“Zitto,” gli rispose subito un cortigiano.
“Non capisci la complessità.”
Nel cuore della notte, la Regina Gioggia rimase sola nella Sala delle Narrazioni Strategiche.
Le mappe del mondo erano sparse sul tavolo come pezzi di un puzzle impossibile.
E lì iniziò il suo soliloquio.
“Governare l’Occidente…” sospirò.
“Che fatica immensa.”
Prese due pergamene.
Su una c’era scritto: “diritto internazionale”.
Sull’altra: “alleato fondamentale”.
Le guardò entrambe con aria malinconica.
“Il problema,” disse lentamente, “è che le regole funzionano benissimo finché colpiscono gli altri.”
Si fermò davanti alla finestra.
“Se un nemico bombarda, è barbarie. Se un alleato lo fa, è autodifesa. Se un avversario blocca il mare, è aggressione. Se lo fa un amico, è sicurezza.”
Poi rise amaramente.
“La vera arte della politica moderna non è governare. È spiegare perché le stesse cose cambiano nome a seconda di chi le compie.”
Nel frattempo La Rissa passeggiava nei corridoi raccontando ai giornalisti che gli attivisti cercavano “il martirio mediatico”, mentre Lord Capitone pubblicava selfie patriottici con espressione da comandante navale pur non distinguendo una fregata da un pedalò.
E i Fozza Gioggia continuavano a ripetere gli slogan ufficiali con la devozione di un coro da stadio geopolitico:
“Bisogna essere equilibrati!”
“Non si può semplificare!”
“Israele è una democrazia!”
“È tutto molto complesso!”
Ma proprio mentre il Palazzo tentava di archiviare la faccenda come una semplice “provocazione di attivisti”, qualcosa di fastidioso continuava a succedere.
Il mondo guardava.
Continuava a parlare di Gaza.
Continuava a discutere di blocchi navali, bombardamenti, civili, fame e doppie morali.
Ed era esattamente ciò che la Flottiglia voleva ottenere.
La Regina Gioggia lo capì osservando le luci del regno spegnersi una dopo l’altra.
Il vero problema non erano quelle barche.
Era che, per qualche giorno, avevano impedito all’Occidente di cambiare canale.

-La Favola del Ministro Capitone e della Regina Gioggia dei Fozza Gioggia-“Abbiamo un ministro che fa propaganda e disin...
20/05/2026

-La Favola del Ministro Capitone e della Regina Gioggia dei Fozza Gioggia-

“Abbiamo un ministro che fa propaganda e disinformazione pubblica, senza neanche essersi andato a leggere prima le leggi che – disgraziatamente per noi – ha contribuito a ritoccare. In peggio.

Nel Regno dei Fozza Gioggia viveva la Regina Gioggia, sovrana instancabile, regina dei proclami, duchessa dei sondaggi e custode assoluta del potere conquistato. Aveva ormai superato quasi tutti i record di longevità dei governi del reame e ogni mattina si specchiava nelle copertine dei giornali come Narciso nello stagno.
«Ancora qualche mese,» sussurrava tra sé e sé, «e batterò tutti. Poi andrò al voto con la mia legge elettorale cucita addosso come un mantello imperiale. Prima che i miei adorati Fozza Gioggia inizino ad accorgersi dei ministri che li governano.»
Ma proprio lì stava il problema.
Perché nel suo Consiglio sedevano personaggi sempre più ingestibili. E il peggiore di tutti era il Ministro Capitone, signore delle ruspe immaginarie, duca dei selfie perpetui e protettore ufficiale delle dirette Facebook dal nulla cosmico.
Il Capitone aveva un talento raro: riusciva a protestare contro sé stesso pur essendo al governo.
Quando i camionisti del regno scesero in piazza disperati per il prezzo del carburante, i pedaggi, i ritardi e il caos delle strade, il Capitone si precipitò davanti alle telecamere proclamando:
«I camionisti hanno ragione!»
I sudditi applaudirono confusi.
Poi uno scriba domandò:
«Ma… ministro… il Ministero dei Trasporti non è vostro?»
E il Capitone, senza ba***re ciglio:
«Appunto! Qualcuno deve pur protestare contro chi governa!»
A corte calò un silenzio così imbarazzato che persino gli arazzi sembrarono voltarsi dall’altra parte.
La Regina Gioggia si prese la testa tra le mani.
Poi, una notte, convocò il Capitone nella Sala degli Specchi, dove nessun ministro entrava volentieri perché lì le figuracce si riflettevano all’infinito.
«Matteo,» disse con voce stanca, «tu sei riuscito nell’impresa impossibile di fare opposizione mentre siedi al governo da anni. Protesti contro i problemi che dovresti risolvere. È come se il fornaio scendesse in piazza contro il pane cattivo.»
Il Capitone gonfiò il petto.
«Maestà, io sto col popolo!»
«Tu stai con le telecamere,» rispose secca la Regina. «Il popolo è solo lo sfondo.»
Ma il peggio arrivò dopo la tragedia nel Borgo di Modena.
Il Capitone si lanciò immediatamente in una crociata furibonda chiedendo di togliere la cittadinanza a Salim El Koudri. Parlò per giorni come un banditore medievale impazzito, salvo poi essere smentito dalle stesse leggi del regno che lui aveva contribuito a scrivere.
Uno dei consiglieri osò ricordargli:
«Ministro… la legge dice chiaramente che la cittadinanza non si può revocare in questo caso.»
Il Capitone rimase immobile qualche secondo, poi disse:
«Dettagli tecnici.»
E riprese la diretta.
La Regina Gioggia lo osservava ormai con lo sguardo di chi contempla un incendio nel proprio salotto senza avere più acqua.
Quella sera si ritirò sola nella torre più alta del palazzo e iniziò il suo soliloquio.
«Io volevo entrare nella storia,» mormorò guardando Roma illuminata. «Volevo essere la regina che durava più di tutti. E ci sto riuscendo. Ho resistito a una sconfitta referendaria, a quattro sommosse sociali, agli scandali, alle gaffe, alle guerre interne, ai ministri evaporati, alle opposizioni addormentate e persino alle conferenze stampa del Capitone.»
Fece una pausa lunga.
«Sto costruendo una legge elettorale perfetta. Un abito su misura. Un castello blindato. Ma il problema non sono i nemici fuori. Sono i miei dentro.»
Camminò lentamente accanto alle finestre del palazzo.
«Uno gira con le felpe come un venditore ambulante della patria. Un altro confonde la geopolitica con un gruppo WhatsApp. Uno protesta contro sé stesso. E io devo governare questo circo sperando che il pubblico continui a chiamarlo stabilità.»
Poi sorrise amaramente.
«No. Andrò al voto prima che il giocattolo esploda. Prima che i Fozza Gioggia inizino a capire che dietro gli slogan ci sono solo figuranti che litigano per le poltrone mentre il regno arranca.»
Nel frattempo il Capitone era già tornato nelle piazze.
Un giorno sventolava il tricolore.
Il giorno dopo dimenticava di averlo insultato per vent’anni.
Una mattina parlava di italianità.
Il pomeriggio qualcuno tirava fuori vecchi canti contro i meridionali, vecchie magliette con scritto “Padania is not Italy”, vecchi insulti al Sud e persino le telecronache in cui tifava contro la Nazionale del regno.
Ma il Capitone non si scompose mai.
Aveva scoperto il segreto della politica moderna: parlare sempre, abbastanza forte da coprire anche il ricordo delle proprie contraddizioni.
E così il Regno dei Fozza Gioggia continuò a vivere sospeso tra propaganda, dirette social e ministri che sembravano usciti da una compagnia di teatro dell’assurdo, mentre la Regina Gioggia contava i giorni che mancavano al record definitivo e pregava soltanto che nessuno dei suoi fedelissimi aprisse bocca davanti a un microfono.

Indirizzo

Via Lavina
Aci Sant'antonio
95020

Telefono

+390957899362

Sito Web

Notifiche

Lasciando la tua email puoi essere il primo a sapere quando Labo Ratorio pubblica notizie e promozioni. Il tuo indirizzo email non verrà utilizzato per nessun altro scopo e potrai annullare l'iscrizione in qualsiasi momento.

Condividi