Labo Ratorio

Labo Ratorio “ La contestatissimafavola della regina dei Fozza Gioggia”
Non èsolo una favola

La Regina Gioggia non si è persa nel labirinto della politica. È rimasta impigliata nel filo delle sue stesse parole.E q...
09/09/2026

La Regina Gioggia non si è persa nel labirinto della politica. È rimasta impigliata nel filo delle sue stesse parole.

E quando uno comincia a inciampare nelle proprie dichiarazioni, di solito fa una cosa molto semplice: parla ancora.

Poi spiega.
Poi corregge.
Poi precisa.
Poi dà la colpa a qualcun altro.

E ogni parola aggiunge un nodo.Questo significa “incartarsi”: cercare di uscire da una contraddizione e finire per costruirsene un’altra.
Più la Regina parla, più la matassa si stringe.
E allora niente urla, niente proclami, niente fumo negli occhi.
Seguiamo il filo.
Perché quando una storia è davvero solida, non ha bisogno di mille spiegazioni.
E quando invece bisogna spiegare tutto…
forse è arrivato il momento di ascoltare bene le parole della Regina.

La Contestatissima favola della Regina Gioggia dei Fozza Gioggia 2.0 sta per arrivare

Gli 88 boss e del Grande Libro della Memoria — Nel Regno d’Italica accadde un fatto curioso. Per mesi i cortigiani della Regina Gioggia avevano rassicurato gli abitanti della grande Isola di Sardegna: nessun nuovo detenuto sottoposto al 41-bis sarebbe arrivato a Uta e Bancali. Poi ne arrivarono 88. Il popolo rimase senza parole. «Maestà, non avevate detto che non sarebbe arrivato nessuno?» La Regina guardò il soffitto, poi la finestra, infine il Ministro delle Percentuali Creative. «È arrivato qualcuno?» «Ottantotto, Maestà.» «Ah.» Una pausa. «Allora dobbiamo trovare qualcuno a cui dare la colpa.» «A chi?» La Regina prese il Grande Libro delle Responsabilità. Lo sfogliò. «il Cavaliere Conte costituzione !» «Maestà, il Governo del cavaliere costituzione non c’entra con questi trasferimenti.» «Non importa.» «E con il reparto di Uta?» «Nemmeno.» «Allora perché accusarlo?» La Regina sorrise. «Perché quando la storia non ci piace, cambiamo la storia.» Nel Regno dei Fozza Gioggia la Regina possedeva una biblioteca gigantesca: la Biblioteca della Memoria Selettiva. Ogni volta che un fatto diventava scomodo, qualche pagina spariva misteriosamente. Il Vecchio Gufo della Memoria, però, aveva l’abitudine di conservarne una copia. Un giorno entrò nel Palazzo. «Maestà, dobbiamo parlare degli 88 detenuti trasferiti al 41-bis.» «Certamente. Ne sono felicissima.» «Per mesi avete rassicurato i sardi che non sarebbe arrivato nessuno.» «Non ricordo.» Il Gufo aprì il libro. «A dicembre alcuni vostri parlamentari parlavano di paure infondate.» «Una pagina difettosa.» «A febbraio accusavano gli altri di creare allarmismi.» «Un’altra pagina difettosa.» «Il 2 marzo il vostro sottosegretario alla Giustizia assicurava che il numero sarebbe rimasto invariato.» «Un refuso.» «Il giorno dopo un vostro parlamentare dichiarava: “Nessun boss mafioso arriverà in Sardegna”.» La Regina si irrigidì. «Quella pagina va strappata.» «Perché?» «Perché adesso è diventata scomoda.» Il Gufo chiuse il libro. «Peccato che nel frattempo ne siano arrivati 88.» La Regina sospirò. «Cambiamo argomento.» Il Ministro delle Percentuali Creative entrò di corsa. «Ho trovato il colpevole!» «Chi?» «Conte!» «Magnifico!» esclamò la Regina. «Ma il reparto di Uta era già stato deciso nel 2009, durante il Governo Berlusconi, con Alfano alla Giustizia.» «Silenzio!» gridò la Regina. «E il 41-bis era già diventato una disciplina stabile nel 2002, durante il secondo Governo Berlusconi, con Castelli alla Giustizia e Pisanu all’Interno.» «SILENZIO!» urlò ancora più forte. Entrò il Cavaliere della Costituzione con un enorme volume sotto il braccio. «Maestà, possiamo fare un piccolo ripasso?» «No.» «È storia.» «Peggio ancora.» Il Cavaliere aprì il libro. «La legge 279 del 23 dicembre 2002 rese stabile il 41-bis nell’ordinamento penitenziario. La legge 94 del 15 luglio 2009 introdusse il principio della collocazione preferenziale dei detenuti sottoposti al 41-bis nelle aree insulari.» La Regina si mise le mani nei capelli. «Perché continuate a leggere?» «Perché le date aiutano a capire.» «Le date sono pericolose.» «Solo per chi vuole dimenticarle.» Il giorno dopo i giornali del Regno pubblicarono la nuova versione della storia: “Tutta colpa dEl cavaliere onte!” Il Gufo lesse il titolo e scosse la testa. «Quando fu deciso il reparto di Uta?» «Nel 2009.» «Chi governava?» «Berlusconi.» «Chi era ministro della Giustizia?» «Alfano.» «E gli 88 trasferimenti?» «Nel 2026.» «E chi governa nel 2026?» Silenzio. Tutti guardarono verso il Palazzo. La Regina si affacciò dal balcone. «Non guardate me!» Il Gufo sollevò il documento. «Maestà, qui c’è scritto il nome del Governo.» «È un documento politicamente ostile.» «È un atto ufficiale.» «Peggio ancora.» Quella sera la Regina si chiuse nelle sue stanze. Davanti allo Specchio della Propaganda pronunciò il suo soliloquio. «Che cosa terribile la memoria. Finché nessuno ricorda, posso raccontare qualsiasi cosa. Posso dire che il problema è nato ieri, che la colpa è dell’avversario, che le decisioni del passato non contano e quelle del presente sono inevitabili.» Si guardò allo specchio. «Quando una decisione è popolare, è merito nostro. Quando è impopolare, è sempre eredità di qualcun altro.» Lo Specchio domandò: «E se qualcuno controllasse?» La Regina esitò. «È proprio quello che temo.» «Perché?» «Perché potrebbe scoprire che la storia non comincia dalla pagina che scelgo io.» Il giorno dopo il Ministro delle Percentuali Creative convocò i Fozza Gioggia. «Non guardate la storia nel suo insieme!» ordinò. «È troppo complicata. Guardate soltanto l’ultima pagina.» Un giovane Fozza Gioggia alzò la mano. «E se volessimo leggere anche le precedenti?» Il Ministro impallidì. «Perché?» «Per capire.» «Pericoloso.» «E se controllassimo le date?» «Ancora più pericoloso.» «E se leggessimo gli atti?» «Gravissimo.» La Regina arrivò di corsa. «Che sta succedendo?» Il giovane la guardò. «Stiamo facendo una domanda.» La Regina impallidì. «No! Quello è il primo passo!» «Verso cosa?» «Verso il pensiero.» Il giovane sorrise. «E dopo?» Il Vecchio Gufo rispose: «Dopo il pensiero arriva il cittadino.» La Regina tornò nelle sue stanze. Questa volta parlò allo Specchio senza sorridere. «Io non ho paura degli avversari. Non ho paura dei giornali. Non ho paura delle opposizioni.» Si avvicinò al vetro. «Ho paura di chi verifica.» «Perché?» «Perché chi verifica non deve più credermi. Guarda le date, legge le leggi, consulta gli atti, confronta quello che dicevo ieri con quello che dico oggi.» Fece una pausa. «E allora diventa libero.» Lo Specchio annuì. «Esatto.» La Regina abbassò lo sguardo. «Io preferivo quando erano Fozza Gioggia.» «Perché?» «Perché applaudivano prima di sapere.» Il Vecchio Gufo convocò allora gli abitanti del Regno. «Ascoltate. Questa storia non riguarda soltanto la Regina. Riguarda un vizio molto più antico: raccontare la storia come conviene.» Aprì il grande libro. «Una legge ha una data. Un Governo ha una responsabilità. Una decisione ha un atto. Un’opera ha una storia. Un trasferimento ha un’autorità che lo dispone.» Il Cavaliere della Costituzione aggiunse: «Si può essere di destra, di sinistra o di qualunque altra parte. Si possono difendere le proprie scelte e criticare quelle degli altri. Ma una cosa dovrebbe essere uguale per tutti: la verità dei fatti.» Il Gufo chiuse il libro. «La memoria non è una clava politica. È lo specchio davanti al quale ogni Governo, prima o poi, deve riconoscersi.» La Regina tornò sul balcone. «Popolo! Ho una spiegazione!» Nessuno applaudì. «Gli 88 detenuti…» Un giovane alzò la mano. «Prima possiamo controllare le date?» Un altro: «Possiamo leggere gli atti?» Un terzo: «Possiamo verificare chi ha deciso cosa?» La Regina lasciò lentamente il microfono. Il Ministro delle Percentuali Creative le corse incontro. «Maestà, cosa facciamo?» La Regina lo guardò terrorizzata. «Per la prima volta…» «Sì?» «…lasciamo parlare i fatti.» Il Ministro impallidì. «Ma è terribile!» La Regina annuì. «Lo so. I fatti hanno un difetto imperdonabile.» «Quale?» «Non fanno propaganda.» Il Vecchio Gufo sorrise. «E soprattutto non dimenticano.» Morale della favola: La politica può difendere le proprie scelte, criticare quelle degli avversari e perfino sbagliare. Ma non dovrebbe riscrivere la storia per liberarsi delle proprie responsabilità. Le responsabilità politiche hanno date, leggi e atti. Si possono discutere, ma non trasferire da un Governo all’altro come si trasferiscono 88 detenuti. Perché la storia non è un comunicato stampa. E il cittadino che controlla le date, legge gli atti e confronta le parole con i fatti non è più un suddito che applaude. È diventato, semplicemente, un cittadino.

LA FAVOLA DELLA REGINA GIOGGIA E DEL REGNO DEGLI OSSERVATORI SILENZIOSIC’era una volta il Regno dei Fozza Gioggia, dove ...
08/09/2026

LA FAVOLA DELLA REGINA GIOGGIA E DEL REGNO DEGLI OSSERVATORI SILENZIOSI

C’era una volta il Regno dei Fozza Gioggia, dove la Regina Gioggia aveva istituito un Ministero molto particolare: il Ministero degli Osservatori Silenziosi. Il suo compito era semplicissimo: osservare tutto, commentare poco e soprattutto non disturbare mai il Palazzo con domande troppo scomode.

Un mattino arrivò la notizia che alcuni giornali israeliani stavano riportando nuove rivelazioni sulle responsabilità e sugli avvertimenti precedenti all’attacco del 7 ottobre. Il Vecchio Gufo della Memoria lesse i dispacci e si recò immediatamente al Palazzo.

«Maestà, forse sarebbe il caso di chiedere che venga fatta piena luce.»

La Regina sollevò gli occhi dal suo specchio.

«Piena luce?»

«Sì.»

«Gufo, sei impazzito? Con tutta questa luce si vedrebbero troppe cose.»

Il Gufo insistette: «E intanto a Gaza continua una tragedia umanitaria spaventosa.»

La Regina sospirò.

«Lo so.»

«Allora perché non chiediamo con forza che cessino le violenze e che vengano rispettati il diritto internazionale e i diritti dei civili?»

La Regina guardò fuori dalla finestra.

«Perché è molto più facile parlare quando non bisogna assumersi conseguenze.»

«E le sanzioni?»

La Regina si irrigidì.

«Dipende.»

«Da cosa?»

«Da chi dobbiamo sanzionare.»

Il Gufo la guardò perplesso.

«Maestà, non dovrebbe dipendere da chi è responsabile delle violazioni?»

La Regina sorrise.

«Gufo mio, sei rimasto fermo a un concetto molto antiquato: la coerenza.»

Poi entrò nel suo salotto e pronunciò il suo primo soliloquio:

«Che mestiere meraviglioso fare la Regina! Quando un nemico commette un crimine, bisogna reagire immediatamente. Quando un alleato viene accusato, bisogna aspettare gli accertamenti. Quando gli accertamenti arrivano, bisogna aspettare quelli definitivi. Quando arrivano quelli definitivi, bisogna ricordare che la situazione è complessa. E quando qualcuno chiede perché non facciamo nulla… basta dire che stiamo monitorando.»

Si guardò allo specchio.

«Monitorare! La parola perfetta. Sembra che tu stia facendo qualcosa mentre, in realtà, stai comodamente seduta.»

Nel frattempo arrivarono al Palazzo i Giornali del Regno, tutti con enormi trombe sotto il braccio.

«Maestà!»

«Che succede?»

«Abbiamo preparato le prime pagine.»

«Titolo?»

«Dipende dal vento.»

«E quale vento tira oggi?»

«Quello che soffia verso il Palazzo.»

La Regina sorrise.

«Allora mi raccomando: molta indignazione quando serve, molta prudenza quando è scomoda e soprattutto niente domande che possano disturbare gli alleati.»

Il Direttore del Giornale Governativo si inchinò.

«E se qualcuno parla delle vittime civili?»

«Pubblicate.»

«E se parla dei bambini?»

«Pubblicate.»

«E se chiede responsabilità politiche?»

La Regina fece una pausa.

«Quello no.»

«Perché?»

«Perché potrebbe diventare una domanda.»

Il Direttore comprese immediatamente.

«Una domanda?»

«Esatto. E le domande sono contagiose.»

Intanto dodici regni europei annunciarono di voler intervenire contro il commercio legato agli insediamenti israeliani illegali in Cisgiordania.

Il Fozza Gioggia corse dalla Regina.

«Maestà! Gli altri stanno prendendo posizione.»

«Bene.»

«E noi?»

«Noi osserviamo.»

«Silenziosamente?»

«Naturalmente.»

«Ma perché?»

La Regina lo fissò.

«Perché abbiamo inventato il Ministero degli Osservatori Silenziosi proprio per evitare questa domanda.»

Il Fozza Gioggia rimase zitto.

Poi il Gufo della Memoria prese la parola:

«Maestà, c’è una cosa che non potete osservare in silenzio.»

«Cosa?»

«La sofferenza degli innocenti.»

La Regina abbassò lo sguardo.

«Gufo, la sofferenza è terribile.»

«Allora bisogna fermarla.»

«Certamente.»

«Come?»

«Con una dichiarazione.»

«E poi?»

«Con un’altra dichiarazione.»

«E poi?»

La Regina esitò.

«Con una dichiarazione ancora più preoccupata.»

Il Gufo chiuse gli occhi.

«E se le dichiarazioni non bastassero?»

La Regina tornò davanti allo specchio.

«Allora dovremo dichiarare che abbiamo dichiarato abbastanza.»

Quella notte, però, la Regina non riuscì a dormire.

Si alzò e tornò davanti allo Specchio della Propaganda.

«Perché continuano a chiedere?»

Lo Specchio non rispose.

«Perché vogliono sapere cosa abbiamo fatto?»

Silenzio.

«Non basta dire che siamo dalla parte della pace?»

Lo Specchio finalmente parlò:

«La pace non si misura dalle parole.»

La Regina si irritò.

«E da cosa?»

«Da ciò che sei disposto a fare quando la pace diventa scomoda.»

La Regina rimase immobile.

Poi pronunciò il suo secondo soliloquio:

«Forse il problema non sono i miei sudditi. Forse il problema è che stanno imparando una cosa terribile: che possono guardare le immagini, leggere i documenti, confrontare le dichiarazioni e poi chiedermi conto delle mie scelte.»

Lo Specchio tacque.

«Una volta bastava dire “stiamo lavorando”.»

«E adesso?»

«Adesso vogliono sapere cosa significa.»

«Una volta bastava dire “siamo per la pace”.»

«E adesso?»

«Vogliono sapere cosa facciamo per ottenerla.»

La Regina si sedette.

«Che tempi terribili.»

Nel frattempo, nella piazza del Regno, il Fozza Gioggia guardava le immagini della guerra.

Per la prima volta non sentì il bisogno di applaudire.

Chiese al Gufo:

«Ma come facciamo a capire chi ha ragione?»

Il Gufo rispose:

«Non cominciare chiedendo chi ha ragione.»

«E cosa devo chiedere?»

«Chi sta soffrendo. Chi sta morendo. Quali sono i fatti. Quali responsabilità sono documentate. Quali sono le prove. E soprattutto quali principi vogliamo difendere anche quando a violarli è qualcuno che consideriamo nostro alleato.»

Il Fozza Gioggia rimase pensieroso.

«Quindi non devo scegliere tra popoli.»

«No.»

«Devo scegliere tra vita e morte?»

«Tra giustizia e impunità.»

«Tra verità e propaganda?»

«Esattamente.»

Il Fozza Gioggia guardò il Palazzo.

«E se la Regina si arrabbia?»

Il Gufo sorrise.

«Allora forse stai finalmente facendo il tuo mestiere di cittadino.»

E quella sera accadde qualcosa di mai visto nel Regno dei Fozza Gioggia.

La piazza non applaudì.

Non fischiò.

Non urlò.

Domandò.

Domandò perché alcune vite sembrassero pesare più di altre.

Domandò perché il diritto internazionale dovesse valere sempre per i nemici e diventare improvvisamente complicato quando riguarda gli alleati.

Domandò perché le sanzioni fossero presentate come necessarie in alcuni casi e impossibili in altri.

Domandò perché davanti alla morte dei civili bastassero così spesso parole di circostanza.

E soprattutto domandò:

«Se diciamo di essere dalla parte della pace, quanto siamo disposti a pagare perché la pace non rimanga soltanto una parola?»

La Regina ascoltò dalla finestra.

Per la prima volta non chiamò i trombettieri.

Non chiamò i giornali.

Non chiamò il Ministro della Propaganda.

Guardò semplicemente la piazza.

E capì che il vero pericolo per qualsiasi potere non è il dissenso.

È una coscienza che ha smesso di essere addomesticabile.

Il Vecchio Gufo della Memoria allora disse:

«Ricordate, cittadini: non dovete scegliere quale popolo meriti di vivere. Dovete pretendere che ogni vita abbia lo stesso valore.»

E il vento portò quelle parole fino al Palazzo.

La Regina chiuse lentamente le tende.

Ma questa volta il fumo non bastò.

Perché alcune verità, quando entrano nella coscienza, non hanno più bisogno di essere gridate per diventare impossibili da ignorare.

Un giorno arrivò al Palazzo il Ministro dei Conti, pallido come una bolletta.«Maestà, abbiamo un problema.»«Quanto è gra...
08/09/2026

Un giorno arrivò al Palazzo il Ministro dei Conti, pallido come una bolletta.

«Maestà, abbiamo un problema.»

«Quanto è grave?»

«Abbastanza.»

«Allora chiamalo emergenza.»

«Maestà, il costo dell’energia è aumentato.»

«Diamo la colpa alla guerra.»

«Ma la guerra non l’abbiamo cominciata noi.»

«Non importa. Basta che sia abbastanza lontana.»

Il Ministro esitò.

«E poi abbiamo rinunciato a una fonte di energia che costava meno e ora dobbiamo comprarla a prezzi più alti.»

La Regina rifletté.

«Benissimo. Diremo che è il prezzo della libertà.»

«E se il popolo chiede quanto costa questa libertà?»

«Diremo che non ha prezzo.»

«Ma la bolletta ce l’ha.»

«Ministro, lei è sempre così attaccato ai dettagli.»

Il Ministro abbassò gli occhi.

«E con i soldi rimasti?»

«Riarmo.»

«E la sanità?»

«Dopo.»

«La scuola?»

«Dopo.»

«I salari?»

«Dopo.»

«Gli investimenti?»

«Dopo.»

«I migranti?»

«Ci penseremo.»

Il Ministro prese nota.

«Quindi prima le armi e poi tutto il resto?»

La Regina sorrise.

«Non dire “armi”. Dì “sicurezza europea”. Suona molto meglio.»

In quel momento arrivò il Ministro delle Relazioni Internazionali.

«Maestà, anche in altri regni il popolo sta cominciando ad arrabbiarsi.»

«Perché?»

«Perché è più povero.»

«Diamo la colpa alla Russia.»

«È anche più impaurito.»

«Diamo la colpa alla Russia.»

«E vota sempre meno i vecchi partiti.»

La Regina si preoccupò.

«Questo è gravissimo. Diamo la colpa… alle fake news russe.»

Il Ministro sorrise.

«E se non basta?»

«Aggiungi populisti.»

«Ancora?»

«Sovranisti.»

«Già usato.»

«Fascisti.»

«Usatissimo.»

«Nazisti.»

«Maestà, rischiamo di esagerare.»

La Regina lo guardò severamente.

«Quando non sai spiegare perché la gente non ti vota, non hai bisogno di argomenti. Hai bisogno di etichette.»

Il Ministro si inchinò.

«Geniale.»

Nel frattempo, in un piccolo Land del grande Impero Europeo, gli abitanti avevano votato contro i partiti tradizionali.

I Fozza Gioggia guardarono il risultato.

«Che cosa è successo?»

La Regina convocò immediatamente il Consiglio degli Esperti.

Arrivò il Professore delle Vecchie Soluzioni.

«Maestà, il popolo è confuso.»

«Come possiamo aiutarlo?»

«Bisogna rieducarlo.»

«Con cosa?»

«Con più Europa.»

«E se non funziona?»

«Più Europa.»

«E se continua a protestare?»

«Più Europa.»

«E se vota ancora contro di noi?»

«Allora significa che non ne ha ancora ricevuta abbastanza.»

La Regina applaudì.

«Finalmente qualcuno che ha capito tutto.»

Il Vecchio Gufo della Memoria, che aveva ascoltato dalla finestra, intervenne:

«Forse, Maestà, invece di rieducare il popolo dovreste chiedervi perché il popolo si è stancato di voi.»

La sala piombò nel silenzio.

La Regina lo fissò.

«Gufo, sei sempre stato un animale fastidioso.»

«Perché ricordo?»

«Esattamente.»

Il Gufo continuò:

«Forse le persone non votano contro l’Europa perché odiano l’Europa. Forse votano contro un’Europa che percepiscono come lontana, costosa e incapace di rispondere alle loro paure.»

«Sciocchezze!» disse la Regina.

«Forse non vogliono più sentirsi dire che sono ignoranti, populisti o manipolati ogni volta che dissentono.»

La Regina cominciò a innervosirsi.

«Basta!»

«Forse vogliono sapere perché il costo dell’energia aumenta, perché gli stipendi faticano a crescere, perché la sanità non riesce a rispondere e perché vengono chiesti loro nuovi sacrifici.»

«Basta!»

«E forse vogliono semplicemente essere ascoltati.»

La Regina batté il piede.

«Non possiamo ascoltarli! Potrebbero avere ragione!»

I Fozza Gioggia applaudirono automaticamente.

Ma questa volta l’applauso fu incerto.

La Regina se ne accorse.

«Che succede?»

Un Fozza Gioggia alzò timidamente la mano.

«Maestà… posso fare una domanda?»

«Dipende.»

«Se abbiamo rinunciato all’energia più conveniente, finanziato guerre, aumentato le spese militari e poi abbiamo meno soldi per tutto il resto… siamo sicuri che sia sempre colpa degli altri?»

La Regina rimase immobile.

«Chi ti ha insegnato a fare domande?»

«Il Gufo.»

La Regina guardò il Gufo.

«Maledetta memoria.»

Il Fozza Gioggia continuò:

«E se quando perdiamo voti diamo la colpa al popolo, non rischiamo di non capire perché li perdiamo?»

Silenzio.

Il Ministro delle Percentuali Creative cercò disperatamente una soluzione.

«Maestà! Possiamo dire che il risultato elettorale è stato influenzato dalla disinformazione.»

«Ottimo!»

«E che il popolo deve essere protetto.»

«Magnifico!»

«E che bisogna contrastare le voci ostili.»

«Perfetto!»

Il Gufo sospirò.

«E così, invece di correggere le proprie politiche, il Regno correggerà il popolo.»

La Regina sorrise.

«Esattamente.»

Poi si affacciò dal balcone.

«Popolo mio! Se siete più poveri, è colpa della guerra! Se avete paura, è colpa della propaganda! Se protestate, siete populisti! Se votate contro di noi, siete manipolati! Se non capite, dobbiamo spiegarvi meglio!»

Un Fozza Gioggia domandò:

«E se continuiamo a non essere d’accordo?»

La Regina rispose senza esitare:

«Allora vi spiegheremo ancora più forte.»

Il Gufo scosse la testa.

«Maestà, questa non è democrazia.»

La Regina lo guardò.

«No?»

«È il contrario.»

«E quale sarebbe il contrario della democrazia?»

Il Gufo rispose:

«Pensare che il problema sia sempre il popolo quando il popolo smette di pensarla come voi.»

La Regina rimase in silenzio.

Poi chiamò il Ministro delle Soluzioni.

«Prepara un nuovo slogan.»

«Quale, Maestà?»

La Regina sorrise.

«Abbiamo sbagliato tutto, ma con le migliori intenzioni.»

«E se non funziona?»

«Ne abbiamo sempre un altro.»

E nel Regno dei Fozza Gioggia continuò la grande gara a chi riusciva a spiegare meglio perché tutto stesse andando male senza mai chiedersi se, forse, qualche scelta del Palazzo avesse avuto qualcosa a che fare con il problema.

Fu allora che il Vecchio Gufo pronunciò la frase che nessuno volle mettere sui manifesti:

«Il suicidio perfetto non è quello di chi si fa del male una volta. È quello di chi continua a compiere le stesse scelte che lo stanno portando al disastro e, invece di cambiare strada, accusa il mondo di avergli messo davanti il precipizio.»

E il Fozza Gioggia, per la prima volta, non applaudì.

Guardò la Regina.

Guardò il Palazzo.

Guardò la propria bolletta.

E disse:

«Maestà… possiamo parlare dei fatti?»

La Regina impallidì.

Perché aveva appena scoperto la cosa più pericolosa di tutte:

un Fozza Gioggia che comincia a pensare.

Nel Regno di Italica accadde finalmente il prodigio che tutti i Fozza Gioggia aspettavano da quattro lunghissimi anni: l...
05/09/2026

Nel Regno di Italica accadde finalmente il prodigio che tutti i Fozza Gioggia aspettavano da quattro lunghissimi anni: la Regina Gioggia era diventata la sovrana più longeva della storia della Repubblica. Al Palazzo Reale esplose una gioia incontenibile. I trombettieri suonarono, i tamburi rullarono, le bandiere cominciarono a sventolare e il Gran Cerimoniere ordinò perfino di lucidare la corona, perché un record, si sa, va fatto brillare. «Sua Maestà è la più longeva!» annunciò il Gran Trombettiere, correndo per i corridoi del Palazzo. «E questo cosa significa?» domandò un messo del regno . Il Trombettiere si fermò, pensò qualche secondo e rispose: «Che è rimasta più a lungo.» «Straordinario!» esclamò il Ministro. «E quanto è migliorato il Regno?» «Non lo so.» «Quanto sono aumentati i salari?» «Non lo so.» «Quanto sono diminuite le liste d’attesa?» «Non lo so.» «Quanto costa la spesa alle famiglie?» «Non lo so.» «E allora che cosa abbiamo?» Il Trombettiere sorrise: «Abbiamo quattro anni.» «Magnifico! Mettili in una cornice!» Così nacque la Grande Cornice della Stabilità, nella quale il Palazzo mise sotto vetro il numero degli anni trascorsi al Governo. I Fozza Gioggia accorsero da ogni angolo del Regno e cominciarono a gridare: «GIOGGIA! GIOGGIA! GIOGGIA!» La Regina si affacciò al balcone con l’espressione solenne di chi ha appena conquistato l’Everest, anche se nessuno riusciva a capire se avesse scalato la montagna o semplicemente fosse rimasta quattro anni sulla stessa poltrona. «Il nostro Governo diventa il più longevo della storia della Repubblica italiana!» proclamò. Applausi. «È un dato che accolgo con gratitudine e con forte senso di responsabilità!» Altri applausi. «Perché la stabilità non è un record da esibire!» Applauso gigantesco. Il Gufo della Memoria, appollaiato sul campanile, aprì lentamente un occhio. «Hai sentito?» domandò al Riccio Tipografo. «Cosa?» «Ha detto che la stabilità non è un record da esibire mentre esibisce il record di stabilità.» Il Riccio prese la penna. «Scrivo?» «Scrivi. È satira già pronta.» La Regina continuò: «La stabilità è la condizione che consente a una Nazione di programmare, decidere, mantenere gli impegni e farsi rispettare.» Il Ministro dei Numeri Magici si precipitò alla lavagna e scrisse: PROGRAMMARE: FATTO. DECIDERE: FATTO. MANTENERE GLI IMPEGNI: FATTO. FARSI RISPETTARE: FATTO. Il Gufo scese dal campanile e gli domandò: «Scusa, come hai verificato?» Il Ministro si guardò intorno. «Verificato cosa?» «Quello che hai scritto.» «Non l’ho verificato.» «E allora come fai a sapere che è fatto?» Il Ministro abbassò la voce: «Lo ha detto la Regina.» Il Gufo annuì lentamente. «Ah. Allora è scientificamente provato.» E sotto la lavagna aggiunse una nuova legge del Regno: REGOLA PRIMA DEL PALAZZO: QUANDO PARLA LA REGINA, I FATTI DEVONO SOLO METTERSI IN FILA. Ma, dal fondo della piazza arrivò un rumore insolito. Non erano trombe. Non erano applausi. Non erano slogan. Erano pagine che si sfogliavano. Era il Libro delle Promesse. Un volume talmente enorme che per trasportarlo servivano tre paggi, due facchini, quattro Fozza Gioggia e un mulo politico. La Regina lo aprì con solennità. «In questi anni abbiamo lavorato per aumentare l’occupazione!» «Applausi!» gridò il Gran Trombettiere. «Ridurre la disoccupazione!» «Applausi!» «Sostenere famiglie e imprese!» «Applausi!» «Rafforzare la sicurezza!» «Applausi!» «Governare i conti pubblici con serietà!» «Applausi!» «Restituire all’Italia peso e credibilità internazionale!» La piazza esplose. Il Gran Trombettiere, ormai paonazzo, si asciugò il sudore e domandò: «Maestà, posso fare una domanda?» «Una sola.» «Dove sono finiti tutti questi risultati?» La Regina lo guardò stupita. «Come dove?» «Sì. Quelli che abbiamo aumentato, ridotto, sostenuto, rafforzato, governato e restituito.» La Regina indicò un altro libro. «Nel Libro dei Risultati.» Il Ministro dei Numeri Magici impallidì. Il Gufo si avvicinò. «Abbiamo un Libro dei Risultati?» «No» ammise il Ministro. «E allora quello cos’è?» «Il Libro delle Promesse.» «E il Libro dei Risultati?» «È in preparazione.» «Da quanto?» «Quattro anni.» Il Riccio Tipografo uscì da dietro una colonna. «Confermo. La tipografia è stata costretta a lavorare lentamente per garantire la stabilità.» La Regina decise allora di cambiare argomento. «Comunque, cittadini, la stabilità è fondamentale!» Il Gufo della Memoria alzò un’ala. «Nessuno lo nega.» «Grazie alla stabilità possiamo programmare!» «Certo.» «Possiamo decidere!» «Certamente.» «Possiamo mantenere gli impegni!» Il Gufo aprì il Libro delle Promesse. «Quali?» La Regina sorrise. «Tutti!» «Vediamo.» Il Gufo lesse: «Riduzione delle tasse.» Voltò pagina. «Salari più alti.» Un’altra pagina. «Riduzione delle accise.» Un’altra. «Sanità più efficiente.» Un’altra ancora. «Pensioni migliori.» E poi: «Riforma della giustizia.» Il Gufo alzò lentamente lo sguardo. «Maestà, qui ci sono ancora molte pagine.» «Sono dettagli.» «Sono promesse.» «Dettagli.» «Ma perché sono nel Libro delle Promesse?» La Regina rimase in silenzio. Il Gran Trombettiere capì che era arrivato il momento dell’operazione di emergenza. Si voltò verso il cortile e gridò: «FUMO!» Dal grande cortile del Palazzo si alzò il Grande Camino del Fumo, un marchingegno enorme alimentato a slogan, conferenze stampa, nemici immaginari e numeri accuratamente selezionati. Una nube nera avvolse immediatamente il Palazzo. Il Ministro dei Numeri Magici cominciò a urlare: «Crescita! Stabilità! Sicurezza! Credibilità! Futuro! Futuro! Futuro!» Il fumo era così fitto che nessuno vedeva più nulla. «Perfetto!» esclamò il Ministro. «Adesso non si vede più il problema!» Ma proprio in quel momento arrivò il vento. Una folata attraversò la piazza e il fumo cominciò a disperdersi. «Maledetto vento!» gridò la Regina. Un Fozza Gioggia domandò: «Maestà, è un vento comunista?» Il Gran Trombettiere guardò il cielo. «No. È semplicemente vento.» E il vento fece ciò che a Palazzo nessuno desiderava: scoprì la realtà. Gli italiani allora cominciarono a fare una cosa pericolosissima. Cominciarono a contare. Contarono gli stipendi. Contarono le bollette. Contarono il prezzo della spesa. Contarono il carburante. Contarono le tasse. Contarono i tempi della sanità. Contarono quello che entrava nel portafoglio e quello che ne usciva. E soprattutto contarono quello che rimaneva. Il Ministro dei Numeri Magici corse a Palazzo urlando: «Emergenza!» «Che succede?» «Gli italiani stanno usando i numeri senza autorizzazione!» «Quali numeri?» «Quelli delle loro tasche!» Il Ministro si sentì male. Perché esisteva un numero che neppure lui riusciva a truccare: quanto rimaneva davvero alla fine del mese. Un cittadino arrivò davanti al Palazzo spingendo un carrello. Il Ministro lo fermò. «Dove vai?» «A fare la spesa.» «Ma il Governo ha detto che le cose vanno bene.» «Può darsi.» «E allora perché il carrello è mezzo vuoto?» «Perché il mio portafoglio è diventato più piccolo.» «Non è possibile!» «Prima riempivo il carrello.» «E adesso?» «Adesso lo accompagno.» Fu così che nacque nel Regno la Sindrome del Carrello Vuoto. I carrelli diventavano più piccoli, le buste più leggere e le banconote sembravano avere imparato l’arte della fuga. Il Palazzo classificò immediatamente il fenomeno come: DETTAGLIO. Poi gli italiani fecero qualcosa di ancora più grave. Cominciarono a confrontare. «La stabilità è aumentata?» «Sì.» «E i problemi?» «Anche.» «Allora la stabilità, da sola, non basta.» La frase arrivò al Palazzo come una cannonata. La Regina convocò il Consiglio Supremo dei Fozza Gioggia. «Dobbiamo reagire!» «Propaganda?» propose il Gran Trombettiere. «Già fatta.» «Slogan?» «Consumati.» «Nemici?» «Ne abbiamo una scorta infinita.» «Numeri?» Il Ministro dei Numeri Magici alzò la mano. «Quelli possiamo sempre spostarli.» «E allora qual è il problema?» Il Gufo della Memoria entrò lentamente nella sala. «Il problema è che gli italiani hanno cominciato a verificare.» Tutti impallidirono. VERIFICARE. Era la parola proibita del Regno. Finché si ascoltavano i discorsi, bastava applaudire. Quando si verificava, invece, bisognava confrontare le parole con i fatti. Il Gufo uscì sulla piazza e scrisse una sola parola: PERCHÉ? Poi ne aggiunse altre: «Perché è aumentato? Per chi? Quanto? Rispetto a quando? Quanto costa? Quanto rimane? Che cosa era stato promesso? Che cosa è stato mantenuto? Che cosa manca ancora?» Il Mostro dell’Ignoranza, che viveva nel Bosco della Propaganda e si nutriva di slogan ripetuti senza controllo, cominciò a dimagrire. «Smettetela!» urlava. «Non fate domande!» Ma ormai era troppo tardi. Gli italiani avevano capito che fare una domanda non significava essere nemici della Regina. Che controllare non significava odiare. Che criticare non significava tradire. Che la fiducia non era un assegno in bianco. E soprattutto avevano riscoperto una creatura che il Palazzo credeva estinta: la Memoria. Il Gufo aprì il Libro delle Pagine Mancanti. «Maestà, nessuno contesta il record.» «Bene.» «Nessuno nega che il Governo sia durato quattro anni.» «Benissimo.» «Nessuno nega che sia diventato il più longevo.» «Perfetto.» «Ma essere rimasti più a lungo dimostra soltanto una cosa.» La Regina si sporse dal trono. «Quale?» Il Gufo la guardò negli occhi. «Che siete rimasti più a lungo.» Silenzio. Il Ministro dei Numeri Magici cercò disperatamente un numero per riempirlo. Non ne trovò nessuno. La Regina allora disse: «Ma la stabilità è un valore!» «Certamente» rispose il Gufo. «Ma non è una pagella.» «La longevità dimostra la solidità della coalizione!» «Può darsi.» «La fiducia degli italiani è ancora con noi!» «Lo decideranno loro.» «Abbiamo governato senza considerarli un assegno in bianco!» Il Riccio Tipografo sorrise. «Questa mi piace.» «Perché?» «Perché adesso dobbiamo solo controllare se qualcuno ha conservato la ricevuta dell’assegno.» Il Gran Trombettiere scoppiò a ridere. La Regina no. Perché in quel momento aveva finalmente compreso il vero pericolo. Non era l’opposizione. Non erano i giornali. Non erano i sondaggi. Non era il Cavaliere della Costituzione. Non era nemmeno Vannaccione. Il vero nemico era molto più piccolo e molto più potente. Era il confronto. Promessa contro risultato. Slogan contro realtà. Numero annunciato contro numero vissuto. Record di durata contro qualità del tempo trascorso. Perché un Governo può celebrare mille volte quanto è rimasto al potere. Ma il tempo, da solo, non produce risultati. Un semaforo rosso che rimane acceso per quattro anni non diventa un’autostrada. Una promessa ripetuta cento volte non diventa una promessa mantenuta. Un numero pronunciato dal balcone non diventa automaticamente un euro in più nel portafoglio. E una nuvola di fumo, per quanto grande, non trasforma una stanza vuota in un banchetto. Quella sera la Regina tornò ad affacciarsi al balcone. Dietro di lei erano schierati tutti i Fozza Gioggia. Il Gran Trombettiere alzò la tromba. «Al mio segnale!» gridò. «GIOGGIA!» La piazza rimase muta. «GIOGGIA!» Ancora silenzio. Il Trombettiere, disperato, tentò l’ultima arma: «FORZA GIOGGIA!» Dalla folla arrivò una sola voce: «Perché?» Un’altra: «Quanto?» Una terza: «Rispetto a quando?» Una quarta: «E le promesse?» Il Palazzo piombò nel panico. Il Grande Camino del Fumo tentò di accendersi, ma tossì due volte e si spense. Era finito il combustibile. Avevano consumato anche il fumo. Il Gufo della Memoria volò sopra la piazza e annunciò: «Da oggi nel Regno è istituita una nuova festa!» «Quale?» domandò il Riccio. «La Festa del Controllo.» «E come si festeggia?» «Niente palchi.» «Niente trombe?» «Niente trombe.» «Niente slogan?» «Soprattutto niente slogan.» «E allora cosa si fa?» Il Gufo sorrise. «Si prendono le promesse, si prendono i risultati, si mettono uno accanto all’altro e si guarda.» «Tutto qui?» «Tutto qui.» «E se non coincidono?» «Si domanda perché.» Fu allora che il bambino del Regno domandò al padre: «Papà, se un Governo dura più degli altri, significa che governa meglio?» Il padre rispose: «No.» «E allora cosa significa?» «Che è durato più degli altri.» «E come facciamo a sapere se ha governato bene?» Il padre indicò il Libro della Memoria. «Guardiamo ciò che aveva promesso. Guardiamo ciò che ha fatto. Guardiamo ciò che manca. E poi decidiamo.» Il bambino annuì. «E se alla Regina non piace?» Il padre sorrise. «Allora è ancora più importante farlo.» Da quel giorno il Regno di Italica cambiò. Quando la Regina annunciava un record, il Gufo chiedeva i risultati. Quando il Ministro annunciava un numero, il Riccio chiedeva la fonte. Quando il Gran Trombettiere ordinava un applauso, la piazza domandava: «Prima o dopo la verifica?» E quando qualcuno gridava «Fozza Gioggia!», dal fondo della piazza arrivava ormai una risposta nuova: «Fozza i fatti!» La Regina, quella sera, guardò il suo enorme trofeo della longevità. Quattro anni. Quattro anni di governo. Quattro anni di discorsi. Quattro anni di promesse. Quattro anni di slogan. Lo osservò a lungo. Poi il Gufo della Memoria le disse: «Maestà, c’è una cosa che nessun record potrà mai fare.» «Quale?» «Governare al posto dei fatti.» E questa fu la grande scoperta del Regno di Italica: la longevità può essere un record; la stabilità può essere una condizione; la propaganda può essere un megafono; i numeri possono essere raccontati in mille modi. Ma alla fine resta sempre la realtà. E la realtà, a differenza dei Fozza Gioggia, non applaude a comando. Non porta bandiere. Non segue il Gran Trombettiere. Non cambia idea perché lo ordina il Palazzo. La realtà aspetta. Conta. Ricorda. Confronta. E soprattutto domanda. «Perché?» Fu questa, alla fine, la parola che fece più paura alla Regina. Non «opposizione». Non «elezioni». Non «sondaggi». Non «nemici». Perché. Perché quando un popolo impara a chiedere «perché?», il Grande Camino del Fumo può continuare a fumare quanto vuole. Ma ormai nessuno guarda più il fumo. Guardano cosa c’è dietro.

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