13/01/2026
- COLLAGE CINETEQUE -
Finito l'anno torna l'appuntamento con i Migliori e i Peggiori film usciti nel 2025 e visti rigorosamente al cinema. Come sempre rinnovo l'invito a ve**re a dare un'occhiata alle locandine e ai manifesti cinematografici d'epoca che potete trovare quì in negozio.
I MIGLIORI
1. THE SHROUDS - SEGRETI SEPOLTI
Passano gli anni, cambiano le mode, la società, i gusti e poi arriva il nuovo film di Cronenberg, un signore canadese di 82 anni che nella vita ha visto cose del nostro futuro e di come diventeremo alla stregua di un Nostradamus post-moderno, e allora capisci che l'arte è scevra da ogni vincolo temporale e da qualsivoglia deriva culturale.
The Shrouds andrebbe usato come una cartina tornasole nella quale far passare al vaglio quanto si vede in giro, e come gli occhiali da sole di Essi Vivono smascherare i falsi profeti e le ipocrisie imperanti di questi tempi.
Guardare un film di Cronenberg significa entrare in un Altrove perfettamente simile alla realtà ma allo stesso tempo sovrapponibile dove prendono forma le nostre ossessioni e inquietudini più recondite, un "Sottosopra" disturbante dell'animo che non permette di nasconderci dietro alcun paravento convenzionale; siamo catapultati ancora lì, in quel mondo accessibile tramite i varchi aperti dai vari Brood, Scanners, Videodrome, La Mosca, Il Pasto N**o, Crash, eXistenz, nella quale ci eravamo infilati come dei ladri con lo stesso senso di disagio ed eccitazione e che a distanza di anni continua ad essere il miglior posto dove mettere in discussione la nostra coscienza.
E turbare le coscienze è la prerogativa specifica dei Maestri dell'Arte, cioè di coloro che danno un senso compiuto al termine Capolavoro.
Di questo film null'altro dirò, perchè Cronenberg non va spiegato ma vissuto in prima persona. Buon viaggio.
2. LA VALLE DEI SORRISI
Habemus Papam.
Dopo infiniti tentativi andati a vuoto, il glorioso cinema italiano di genere che tanto aveva dato negli anni '60-'70-'80, risorge a nuova vita con questo horror che non può essere un caso sporadico, in quanto il giovane regista Paolo Strippoli aveva già dato ampia dimostrazione delle sue qualità con quel gioiellino gotico rurale che era "A Classic Horror Story", e se due indizi non fanno una prova poco ci manca.
Strippoli ci immerge negli umori malsani e nelle atmosfere torbide che avevano abitato le opere dei nostri grandi Autori di quella mitica età dell'oro, e se con "A Classic Horror Story" ripescava il folklore contadino di Pupi Avati aggiornandolo in chiave sudista, nella Valle dei Sorrisi aleggia costantemente la presenza poco rassicurante del miglior Fulci con i suoi Aldilà che si insinuano e contagiano il nostro aldiquà, ma il miracolo è che in entrambi i film non c'è un copia e incolla con la mera riproposizione degli stilemi del passato, quanto una rilettura personale e innovativa dove si vede che Strippoli ha assorbito e si è nutrito di quel cinema, lo ha fatto suo e poi lo ha rivomitato con la sua originale visione.
La parabola di Matteo che da agnello sacrificale assurge ad angelo sterminatore, ha qualcosa di cristologico e demoniaco allo stesso tempo che spiazza e smuove le coscienze, inducendo a domandarci quanto anche noi saremmo disposti a fare per alleviare le nostre pene e trovare un pò di felicità. Finale giustamente apocalittico e catartico come solo Fulci sapeva orchestrare.
Cinema italiano finalmente all'altezza.
3. DRACULA - L'AMORE PERDUTO
Vampire mon Amour...
Nell'anno del grande ritorno della figura del non-morto succhiasangue nel mainstream, Luc Besson si accoda con la sua personale versione del celeberrimo Conte e l'incontro non poteva che essere esplosivo.
Magniloquente e barocco oltre misura, il regista insegue il Dracula di Coppola riuscendo a coglierne l'animo romantico-decadente che lo permeava ma smarcandosi da esso tramite inserti spiazzanti dal cotè baracconesco che sono un pò la sua cifra stilistica e che di fatto gli hanno attirato feroci critiche dai puristi del genere.
Ammetto che il ricorso al famigerato Profumo ammaliante e calamutande per un personaggio che fa del magnetismo istintivo il suo punto di forza è decisamente fuori luogo, ma serviva al regista esclusivamente per inscenare gli spettacolari balletti coreografati in stile vecchio musical hollywoodiano a ribadire la natura prettamente popolare, nell'accezione nobile del termine, dell'intera operazione e se si sta al suo gioco c'è di che goderne.
Perchè il suo cinema è sontuoso e nella costruzione visiva delle immagini Besson ha pochi pari, vedi la scena iniziale ambientata nel '500 con la corsa al galoppo nella steppa innevata dei Carpazi, ed anche la storia infelice dei due amanti impossibilitati a vivere insieme lascia il segno ed è drammatica quanto basta a ricordarci quanto siamo fortunati a poter condividere appieno la vita con la persona che si ama.
4. L'ORTO AMERICANO
Continua felicemente l'avventura del Gotico Padano, genere inventato dallo stesso Pupi Avati che se lo avesse frequentato con cadenze meno rarefatte chissà quali altri capolavori avrebbe sfornato...
Intanto godiamoci questo nuovo capitolo dove tornano tutte le sue ossessioni ed i topoi che hanno fatto la fortuna di questo filone, dalla matrice rurale arcaica e superstiziosa alla trasferta americana con la quale il regista sovente traccia un ponte ideale con la sua pianura padana, quasi a riscontrare un parallelo identitario tra gli orrori che si possono nascondere tra le pieghe del Grande Paese dagli spazi sterminati con gli altrettanto vasti orizzonti di quell'Emilia paranoica che con i suoi scenari immutabili partorisce mostruosità indicibili. E a ben vedere già nello straordinario "Road to L." si era ipotizzato in maniera assolutamente credibile di un ipotetico viaggio di Lovecraft nelle campagne del Polesine, dalla quale poi il visionario di Providence avrebbe preso spunto per costruire la sua mitologia di orrori cosmici.
Cinema antico che si prende i suoi spazi anche dialettici, per poi esplodere d'improvviso nelle peggiori atrocità dettate dai più bassi istinti umani; come sempre la verità è lì sotto gli occhi di chi vuole vederla, invece di nascondere il proprio sguardo dietro paraventi di ipocrisia perbenista.
A Pari Merito
5. HERETIC
Finalmente un film non di parte sulla fede e su cosa significa credere e votare la propria esistenza ad un Dio.
In questo caso si parla dei Mormoni, ma poteva essere benissimo qualsiasi altra dottrina, per intavolare una discussione filosofica sulle grandi religioni monoteiste, dando il via ad un gioco al massacro dove il concetto stesso di fede è messo in abisso:
essere un fedele significa doversi fidare ciecamente di qualcosa e qualcuno della quale non possiamo verificarne l'esistenza e la veridicità, prendere per buono quello che ci si dice azzerando lo spirito critico, ingannando in questo modo anche i nostri sensi su ciò che è reale e ciò che è manipolato ad arte da un'entità superiore o burattinaio per avere il completo controllo su di noi e ridurci a pedine utilizzabili a piacimento.
Film labirintico dove la struttura verso il basso a gironi infernali va di pari passo con la discesa fisica e mentale delle protagoniste nel loro incubo peggiore e dalla quale se ne potrà uscire solo recuperando quella razionalità empirica guardo caso spesso messa al bando dalle religioni.
Un Hugh Grant strabiliantemente in parte, un durissimo pugno allo stomaco ben assestato a tutti i fanatismi mistici e un inno al libero arbitrio ed alla capacità di pensiero che ognuno di noi dovrebbe poter esercitare senza demandare a chicchessia il nostro destino, e di questi tempi non è poca cosa per un film.
5. BRING HER BACK - TORNA DA ME
I gemelli Philippou colpiscono duro ancora!
Dopo aver abbattuto la sottile barriera che separa il mondo dei vivi da quello dei morti con il precedente "Talk to Me", questa volta l'infernale duo ci immerge in una storia di lutti e perdite insanabili, che al giorno d'oggi sembra essere il tabù estremo nella quale la società è costretta a misurarsi.
Sembra quasi che non si riesca più a lasciare andare le persone a noi più care per un frainteso delirio di onnipotenza instillatoci dalle nuove tecnologie avanguardistiche, alla quale una volta svegliati e riportati alla realtà delle cose si risponde tornando alle pratiche antiche dei nostri avi, un neo-paganesimo che ci assecondi laddove la scienza non è in grado di arrivare.
Ma giocare con forze troppo grandi e totalmente fuori dalla nostra portata conduce ad aberrazioni ingiustificabili che nessun amore, per quanto grande, dovrebbe e vorrebbe chiedere, perchè se è vero che morire è un dolore maggiore per chi resta, riportare da noi un caro estinto lo sarà anche di più in quanto come insegnano bene i terreni K (Pupi ancora tu!) o i Pet Sematary sparsi in giro per il mondo, i morti sono cattivi perchè non perdonano a chi rimane di essere ancora vivo.
Menzioni Speciali Fuori Concorso
THE DARK NIGHTMARE
Fuori Concorso in quanto è un film del 2023 ma uscito in sala da noi solo nell'estate 2025 come fondo di magazzino. E notoriamente nelle cantine o soffitte impolverate si possono trovare gemme nascoste.
E' il caso di questo film norvegese, che parte un pò in sordina come un Rosemary's Baby scandinavo per poi virare verso territori più originali e meno battuti dal cinema horror contemporaneo, quali le paralisi del sonno e l'inedita figura del Mare, sorta di demone del folclore nord-europeo, che come nel celebre dipinto "L'incubo" si siede sul petto dello sventurato dormiente preso di mira causandogli terribili incubi, dal cui nome deriva appunto il termine "Nightmare".
La storia assume derive complottistiche con tanto di mad doctor ossessionato dallo studio del demone, e al contempo assistiamo alla parabola della giovane donna prescelta dal Mare costretta a mettere in discussione se stessa, la sua relazione di coppia e l'imminente maternità in un percorso di autoaffermazione dolorosissimo che terminerà in un finale estremo di necessaria consapevolezza.
Ma il plusvalore del film sono i brividi a fior di pelle nell'immaginare che la sgradevolissima sensazione che ognuno di noi ha provato almeno una volta con la paralisi del sonno, sia dovuta a una sorta di Incubus mostruoso che ci viene a trovare e si accomoda sopra di noi nel momento in cui siamo più inermi e indifesi.
THE MONKEY
Sam Raimi quanto ci manchi!
Per fortuna a breve uscirà il suo nuovo film che promette di tornare agli antichi fasti.
Intanto godiamoci questo gradevolissimo giocattolino che il prolifico figlio di Norman Bates, partendo da Stephen King, ha confezionato inscenando una serie di bagni di sangue a cascata inzuppati di ironia come solo il grande Raimi sapeva fare, con la simpatica scimmietta a carica al posto del demoniaco Necronomicon e con uno straordinario semisconosciuto Theo James che, nel duplice ruolo di due gemelli impacciati e stupidi quanto basta per credersi furbi e migliori l'uno dell'altro, ricalca le gesta tragicomiche e cartoonesche dell'icona horror per eccellenza, il mitico Ash dell'inarrivabile Bruce Campbell, ma il solo fatto di averlo richiamato alla mente è una grossa medaglia al merito della quale fregiarsi e basta a valergli la mia Menzione Speciale.
Divertimento assicurato.
I PEGGIORI
1. NOSFERATU
E' stato il caso dell'anno appena finito e che ha tenuto a battesimo esordendo proprio il primo giorno, credevate che me ne fossi dimenticato?
Sgomberiamo subito il campo onde evitare fraintendimenti:
il film è straordinariamente ben fatto, il secchione Robert Eggers ha orchestrato una sinfonia (ah, Murnau...) dove tutto è perfettamente al suo posto, dalle scenografie ricostruite con precisione maniacale (vedasi carte da parati degli interni), ai costumi sontuosi ma non barocchi e lussureggianti come in Coppola per evitare il senso del nuovo rifatto in stile, per non parlare delle performance attoriali, magistrale in Lily-Rose Depp e immersiva, ma non è una novità, nel trasformista Bill Skarsgard, financo alla quasi precisa aderenza al testo base di Bram Stoker anche nei dettagli, vedi il look del Conte, e pure il comparto musicale è all'altezza della situazione con un accompagnamento evocativo e macabro al punto giusto.
Sembrerebbe tutto perfetto per un ennesimo capolavoro pronto per essere dato in pasto alle nuove generazioni avide di profeti da idolatrare visto che i predecessori, pur con tutti i mezzi odierni a disposizione per recuperarli, non li hanno vissuti in prima persona per motivi anagrafici. Ma se invece si ha avuto la fortuna e la voglia di vedere un'infinità di versioni più o meno direttamente debitrici della stessa matrice letteraria che ha creato il mito del Conte Dracula, di cui il Nosferatu del Conte Orlok non è che una variante meramente legale per diritti d'autore un tempo negati, allora come accade quando ci si avvicina ad un olio su tela si cominciano a scorgere delle crepe, e più ci si avvicina e più le crepe si ingrandiscono. Ed io che per motivi di interesse personale mi sono avvicinato molto, le ho viste chiaramente seppur ben celate e nascoste dalla confezione Deluxe allestita da Eggers.
Perchè il cinema è visione e non basta saper fare tutto nella maniera giusta se poi quello che guardi non ti rapisce i sensi, e per quanto si possa apprezzare lo sforzo filologico, Eggers non raggiungerà mai l'ebbrezza estatica di Coppola, uno che respira cinema e di mestiere fa il creatore di capolavori.
Poi personalmente questo Orlok ha un difetto enorme: non fa paura. Prerogativa principale di Nosferatu è che, al contrario di Dracula che fin dai tempi di Bela Lugosi si è proposto in maniera elegante e aristocratica, la sua figura per contrasto è sempre stata mostruosa e orripilante, e guardando ergersi e avanzare la silhouette efebica ed emaciata di Max Schreck si prova un terrore ancestrale, ed anche con il mai così in parte Klaus Kinski abbiamo una forte sensazione di essere di fronte a qualcosa di totalmente alieno da noi; con l'Orlok baffuto e con il ciuffo invece si percepisce di avere a che fare con uno dei vari zingari o cosacchi del luogo, è uno di noi solo più caduto in disgrazia e piagato, e poco importa se poi esteticamente è più aderente alla descrizione di Stoker.
In sintesi un buon film, con un unico grande spunto originale nel rapporto quasi esoterico tra la Bella che in quanto diversa richiama qualcuno che la possa capire e la Bestia che risvegliata pretende l'oggetto della sua ossessione; ma viste le elevate aspettative per un caposaldo del gotico nelle mani del nuovo Messia dell'art-horror contemporaneo, la delusione di non aver trovato quello che si cercava è più cocente e gli vale il titolo di peggiore film del 2025.
2. SUPERMAN
Che la DC Comics abbia voluto intraprendere la strada battuta con enorme successo in questi ultimi 20 anni dai rivali storici della Marvel è cosa nota, e questo ennesimo reboot delle gesta dell'uomo d'acciaio venuto da un altro pianeta ne è l'esempio più smaccato.
Hanno ingaggiato James Gunn, il supernerd regista dei Guardiani della Galassia, rubandolo alla concorrenza e donandogli le chiavi del nuovo progetto DC Universe del quale questo nuovo Superman rappresenterebbe il capitolo iniziale, sperando così di sortire le stesse fortune degli Avengers ma non accorgendosi ancora una volta di stare un passo indietro alla Casa delle Idee, in quanto quest'ultima già da un pò ha tirato i remi in barca rendendosi conto che il comparto supereroi aveva raggiunto un livello di saturazione del mercato tale da sconsigliare ulteriori operazioni faraoniche.
Oltretutto si è tentata la carta del meta-cinema scanzonato e ultracamp tanto cara a Gunn ma indigesta a quanti non sono avvezzi a riletture troppo nerd, e non trovando sponda neanche nei cultori marveliani ormai dispersi in un'infinità di multiversi aperti e poi richiusi frettolosamente quando ormai avevano perso completamente la bussola.
Alla fine si esce dal cinema rimpiangendo con nostalgia i film naif ma genuini di Christopher Reeve dove lo spettacolo in Technicolor riempiva lo schermo e gli occhi senza bisogno di cervellotiche divagazioni.
3. 28 ANNI DOPO
Le parole chiave per descrivere questo film sono "spreco" e "peccato".
Dopo aver aspettato tanto, ma comunque meno di quanto dica il titolo, per vedere il seguito del dittico ideato da Danny Boyle che con 28 Giorni Dopo aveva messo in scena un'epidemia di rabbia assolutamente credibile in quel del Regno Unito, ci si attendeva un film che ricalcasse lo stesso clima di terrore e smarrimento che aveva condotto lo spettatore tra le vie deserte di una Londra disanimata in pieno sole prima, e poi nella campagna inglese con le sue grosse magioni ad accompagnare la fuga disperata del protagonista, un Cillian Murphy iconico con quella faccia sbigottita, e dei suoi occasionali compagni di sventura.
Invece stavolta viene un pò a mancare quel senso di claustrofobia a cielo aperto, facendo sembrare questo nuovo capitolo più una puntata estesa di The Walking Dead con gli infettati simili agli zombie quando invece l'originale richiamava alla memoria il clima plumbeo da epidemia batteriologica della straordinaria serie anni '70 I Sopravvissuti, ed era quella sensazione di perdita di identità comunitaria il plusvalore disturbante.
Quasi da denuncia poi l'aver utilizzato lo stesso Murphy solo per un cameo di pochi secondi totalmente deformato e irriconoscibile quando si poteva utilizzarlo in maniera più congrua e funzionale alla storia ipotizzando interessanti sviluppi sulle sorti del personaggio dopo un così lungo periodo di tempo.
Un'occasione mancata anche se non tutto è da buttare via, vedi l'alta marea che protegge l'isola dei sopravvissuti e il soldato svedese che mostra le foto sul cellulare al bambino nato senza tecnologia; a breve uscirà un seguito e successivamente un ulteriore nuovo capitolo, staremo a vedere.
4. MISSION IMPOSSIBLE: THE FINAL RECKONING
Adoro Tom Cruise ma la saga andava chiusa tirandola meno per le lunghe e soprattutto se proprio non te la senti di togliere qualcosa dividendo il capitolo finale in due parti della durata di 3 ore circa l'uno, almeno non ci fate aspettare 2 lunghi anni tra un capitolo e l'altro, che se non ti vai a rivedere la prima parte non ci capisci più niente perchè nel frattempo ti sei dimenticato tutte le dinamiche ingarbugliate del plot super-spionistico.
Io mi ricordo che Kill Bill uscì al cinema in 2 parti a distanza di 6 mesi l'uno dall'altro e già allora ci sembrava un'eternità...
Menzioni Speciali Fuori Concorso
BIANCANEVE
Eh vabbè, se fai un film sulla fiaba di una giovane principessa con la pelle bianca come la neve e poi prendi ad interpretarla una ragazza mulatta te la vai un pò a cercare...
Quì non si tratta di politically correct ma di totale incoerenza e anche un rinnegare decenni di battaglie per cancellare la pratica del whitewashing diffusa nel cinema americano, che fin dai tempi di Hombre con Paul Newman nei panni di un pellerossa, prevedeva l'utilizzo di attori bianchi scuriti in ruoli di altre etnie, fino all'avvento di Balla Coi Lupi salutato come il film della svolta che finalmente impiegava attori della stessa razza dei soggetti interpretati.
Da un pò di tempo invece si sta assistendo alla tendenza contraria dove personaggi iconici di pelle bianca vengono dati ad attori di colore; e passi per la Sirenetta che la Disney, portabandiera di questa nuova politica, ha proposto in live-action in versione caraibica in quanto pur derivando da una fiaba danese, c'è una lunga tradizione a tema sirene in quei paesi centro-americani, ma quando si tratta di stravolgere completamente la fisionomia di un personaggio per come lo si è sempre conosciuto allora l'operazione è fastidiosa e destinata al relativo fallimento.
Come nel caso di Biancaneve che infatti ho preferito boicottare anche per evitare ulteriori aberranti utilizzi di questa pratica nella quale si rischia di incorrere anche in cambi di sesso che di sicuro non giovano al personaggio (emblematico il caso del Dottor Who che pure si prestava, i Signori del Tempo possono assumere sembianze di razze e sesso differenti, affossato da una scriteriata interpretazione femminile per la quale si è dovuto richiamare in fretta e furia David Tennant a ridare credibilità al personaggio per poi affidarlo ad un attore di colore, of course...), o addirittura ne stravolgono il concetto stesso con la quale era nato, vedi Bond che per un pelo da spia inglese bianca di nome James non si è tramutato in una Lady di colore, con relativo rigiramento sulla tomba del povero Fleming.
AVATAR - FUOCO E CENERE
Qualcuno salvi James Cameron da se stesso e lo riporti da Pandora sulla Terra a dirigere i bei vecchi film di fantascienza che faceva una volta con meno tecnologia e più trama narrativa, che da quando è salito sul Titanic sembra essere affondato irrimediabilmente nelle gelide acque della presunzione.
POST SCRIPTUM postumo
Abbiamo visto e finalmente ci hanno svelato: (alert spoiler!)
28 ANNI DOPO - IL TEMPIO DELLE OSSA ci ha ridato giustamente Cillian Murphy, relegando il presunto cameo precedente ad una sorta di finto depistaggio, utilizzandolo come perno per il prosego della saga come da me ipotizzato.