28/08/2026
"In definitiva, cos'è questo possesso di sé stesso e del proprio tempo che dovrebbe farsi vita autentica? È anzitutto il rimanere (o il ritornare) in una propria vita interiore, è un ascolto di sé, una fedeltà al proprio essere e al proprio essere nel mondo, una amicizia verso di sé e verso il proprio fondo di mistero, una esclusione di tutto quanto impedisca di essere sé stesso, il che non significa chiudersi alle esigenze del mondo ma piuttosto una più 'genuina' e 'generosa' disponibilità e attenzione. Questa 'intimità' con sé stesso, a fronte di una generale 'banalizzazione' dell'esistenza, ci viene confermata (oltre che da Agostino e molti altri) da uno spirito lucido e sapiente, Amiel, per il quale è appunto 'la vita interiore' a permetterci di 'resistere utilmente all'ambiente'. Egli disegna un quadro perfetto per il nostro tempo popolato da identità provvisorie e fluttuanti, da falsi profili, da individualismi che sono in realtà gregari, da esibite maschere, da conformistiche trasgressioni, da identificazioni come fossero codici a barre (sono parole scritte nel suo DIARIO un lontano giorno di gennaio del 1866): 'L'uomo che non ha asilo in sé, che vive per così dire in vetrina, nel turbine esteriore delle cose e degli affari, delle opinioni, non è propriamente una personalità distinta, libera, originale, una causa, qualcuno insomma. È l'aliquota di una folla, un contribuente, un elettore, un anonimo, non è un uomo. Fa massa, fa numero fra i consumatori o i produttori di forma umana, ma interessa soltanto l'economista e lo studioso di statistica. [...]'. Ed ecco appunto la conclusione: 'Chi non ha vita interiore è schiavo del suo ambiente [...]'."
(dal capitolo "Escludere ciò che vita non è", in "Elogio dell'esclusione", Ut Orpheus Edizioni, 2022)
Come nelle due precedenti poste, ho voluto condividere qui un brano da un mio libretto che volle proporsi come una specie di antidoto a una diffusa maniera conformistica e ideologica di vivere. Lo arricchisce una lucida Postilla di Ivano Dionigi, l'insigne latinista e pedagogo, già Rettore dell'Università di Bologna, con cui dialogherò in un incontro pubblico, programmato per il prossimo ottobre, del quale magari riferirò qui.
Ho scelto adesso questo brano anche perché fa conoscere, o porta alla memoria, quel pensatore solitario e perspicace, oggi quasi dimenticato, che è stato lo svizzero Henri-Frédéric Amiel.