Novecento Letterario

Novecento Letterario Portale sulla letteratura del '900 che dà spazio ai grandi romanzi del novecento, agli autori emergenti, al cinema, agli eventi alla critica e a tanto altro.

Letture imperdibiliFiume, amore, sottomissione, rimorso   Anna Ardissone
13/09/2026

Letture imperdibili

Fiume, amore, sottomissione, rimorso

Anna Ardissone

A oltre sessant'anni dalla sua stesura, arriva in libreria il primo (e inedito in Italia) romanzo di Osvaldo Ramous I gabbiani sul tetto

https://www.900letterario.it/attualita/letteratura-halal-islamizzazione-consumo-culturale-europa/Nei contesti urbani di ...
25/08/2026

https://www.900letterario.it/attualita/letteratura-halal-islamizzazione-consumo-culturale-europa/

Nei contesti urbani di Francia e Regno Unito sta emergendo un fenomeno virale guidato da influencer musulmani sui social media: la sistematica esclusione della letteratura classica e occidentale, bollata come eticamente incompatibile con l’Islam, a favore di un’editoria rigorosamente “halal”. Attraverso piattaforme come TikTok, il genere del “romanzo rosa halal” colleziona milioni di visualizzazioni. Si tratta di narrativa sentimentale epurata da qualsiasi contatto fisico o legame prima del matrimonio, focalizzata su relazioni regolate dai principi islamici e vicende legate a matrimoni combinati.

Per questa nuova platea di lettori non si tratta di una preferenza di genere, ma di una censura preventiva dettata dal dogma religioso: le opere letterarie vengono ammesse solo se conformi a rigidi criteri morali. Le case editrici e le piattaforme digitali si stanno già adeguando, offrendo cataloghi specificamente calibrati sulla sensibilità islamica.

L'editoria "halal" è il nuovo triste fenomeno culturale che sta prendendo piede in Europa a partire dalla Francia

PICCOLI GIOIELLI DI CRITICA LETTERARIA PROUSTIANA-L'ARTE INVENTA LA NATURA?L'idea che il saggio giovanile su   (raccolto...
19/08/2026

PICCOLI GIOIELLI DI CRITICA LETTERARIA PROUSTIANA-L'ARTE INVENTA LA NATURA?

L'idea che il saggio giovanile su (raccolto nei Textes d'école / Proust écolier, editi da Classiques Garnier) contenga in nuce la poetica della "Recherche" risponde a una delle più importanti intuizioni della critica proustiana moderna: "Ruskin non è stato per Proust un maestro che ha calato dall'alto un dogma estettivo, bensì uno "specchio catalizzatore".

La critica ha a lungo interpretato l'infatuazione ruskiniana di (culminata nelle traduzioni di La Bibbia di Amiens e Sesamo e gigli) come un apprendistato passivo. Studiosi come Jean-Yves Tadié (il principale biografo e curatore delle opere di Proust nella Bibliothèque de la Pléiade) e Anne Henry (autrice di Proust romancier. Le tombeau d'Égyptien) hanno dimostrato il contrario: Proust cercava in Ruskin la legittimazione teorica di intuizioni che aveva già maturate da solo.

Jean-Yves Tadié sottolinea come la formazione filosofica giovanile di Proust (influenzata da Alphonse Darlu al Lycée Condorcet) lo avesse già abituato all'idealismo e all'idea che il mondo esterno sia una costruzione della mente. Ruskin fornisce a Proust il "metodo critico", ma le domande sulla memoria e sulla sensibilità erano già nell'aria proustiana; mentre Anne Henry parla di una vera e propria "operazione di appropriazione": Proust legge Ruskin attraverso i propri occhiali filosofici (attingendo all'idealismo tedesco e alla psicologia della percezione dell'epoca), riscoprendo nel critico inglese la conferma che l'arte non copia la natura, ma la inventa.


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La parola e l’algoritmo: l’evoluzione della narrazione nel XXI secoloIl Novecento ci ha lasciato in eredità il compito d...
17/07/2026

La parola e l’algoritmo: l’evoluzione della narrazione nel XXI secolo

Il Novecento ci ha lasciato in eredità il compito di decifrare la complessità, di dare un ordine al caos attraverso il potere della parola. Da Joyce a Calvino, la letteratura ha esplorato le possibilità infinite della struttura narrativa, insegnandoci che ogni testo è, in ultima analisi, un labirinto costruito con cura.

Oggi, in un’epoca dominata dalla rapidità del flusso digitale, ci interroghiamo su quanto sia cambiato il nostro modo di leggere, di interpretare e, soprattutto, di interagire con il mondo. Non siamo più spettatori passivi di una pagina che resta ferma nel tempo; siamo diventati parte di un’architettura in continua mutazione, dove la narrazione si adatta costantemente al mezzo che la trasmette.



La parola e l'algoritmo: Il Novecento ci ha lasciato in eredità il compito di decifrare la complessità

LUPITA AVRÀ SFOGLIATO IL CAPOLAVORO DI OMERO? Le recenti esternazioni dell’attrice   Nyong’o,   del già discusso film “O...
10/07/2026

LUPITA AVRÀ SFOGLIATO IL CAPOLAVORO DI OMERO?

Le recenti esternazioni dell’attrice Nyong’o, del già discusso film “Odissea” di Christopher , impegnata a “istruire” l’opinione pubblica sulle presunte lacune di genere di un autore di ventotto secoli fa, offrono un mirabile esempio di anacronismo culturale applicato alla filologia classica.

Sostenere che nell’ non abbia concesso spazio alle donne significa, con ogni evidenza, aver confuso il testo del corpus omerico con la sceneggiatura media di un blockbuster contemporaneo. L’accusa di una narrazione schiacciata sull’esclusiva prospettiva maschile non solo pecca di un riduzionismo militante, ma rivela una lettura superficiale di una delle opere più strutturalmente “femminili” dell’antichità occidentale.

Se il canone occidentale ha un debito nei confronti della complessità psicologica femminile, lo deve proprio a quel bardo cieco che l’esegesi hollywoodiana liquida oggi con tanta disinvoltura.

L’universo dell’itinerario odissiaco non è affatto un club per soli eroi affetti da stress post-traumatico; al contrario, è un ecosistema letterario interamente governato, sabotato e infine risolto da intelligenze muliebri. Rileggere l’opera significa imbattersi in una costellazione di archetipi che esercitano un’agency — per usare un termine caro alle moderne teorie culturali — persino superiore a quella del protagonista.

Mentre l’eroe piange sulle spiagge di Ogigia, sono la determinazione geopolitica della dea Atena, il carisma sovrano di Arete a Scheria e la divina indipendenza di Circe e Calipso a dettare i tempi e le condizioni del cosmo. Per non parlare di Penelope, la cui homophrosýne — la comunione d’intenti e di arguzia con lo sposo — la rende l’autentico motore immobile del poema, capace di surclassare i Proci non con la forza bruta, ma con la finezza logica della tela. Pretendere di emendare Omero in nome di un tardivo progressismo cinematografico non è solo un errore accademico: è l’ironico tentativo di liberare personaggi che erano già liberi ben prima che Hollywood ne scoprisse l’esistenza.

https://www.900letterario.it/cinema/odissea/

Sostenere che nell’Odissea Omero non abbia dato spazio alle donne significa aver confuso il testo omerico con il copione di un blockbuster

"Il capro espiatorio" di Elisabeth Sanxay Holding, il raffinato noir che strego' Raymond Chandler.
09/07/2026

"Il capro espiatorio" di Elisabeth Sanxay Holding, il raffinato noir che strego' Raymond Chandler.

Esce nella collana Vintage di Edizioni le Assassine il romanzo "Il capro espiatorio" di Elisabeth Sanxay Holding

Il   1798 nasceva il grande poeta Giacomo Leopardi. ❤️    ❤️
29/06/2026

Il 1798 nasceva il grande poeta Giacomo Leopardi.

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Quando Mari critica la Murgia, non sta semplicemente stroncando un libro di un collega dal balcone della sua torre d'avo...
27/06/2026

Quando Mari critica la Murgia, non sta semplicemente stroncando un libro di un collega dal balcone della sua torre d'avorio. Sta difendendo un'idea di mondo e di lingua. Se l'autore coincide con l'opera, allora la scrittura sciatta, militante per contratto, semplificata per essere digerita dall'algoritmo dei social — quella che Mari rintraccia in certa produzione murgiana — non è solo un limite estetico: è un limite antropologico.

Chi si scandalizza per le parole di Mari farebbe bene a ripassare la storia della letteratura, che è da sempre una fiera delle vanità e un mattatoio verbale. Gli scrittori si odiano, e si odiano benissimo. La differenza tra l'insulto di un letterato e quello di un utente medio su Facebook risiede nella qualità della sintassi e nella ferocia della metafora.

Bisogna avere il coraggio di dirlo, anche a costo di passare per reazionari della prima ora: Michele Mari è uno scrittore straordinariamente bravo. Michela Murgia, pur con tutta la sua indubbia rilevanza mediatica, politica e sociale, semplicemente non lo era nello stesso campionato. E no, non è una questione di gusti; è una questione di peso specifico della parola.

Mari evoca lo stile come si evoca un demone. Murgia era una icona pop del neotransfemminismo che odiava uomini e bambini. E non erano battute. E perlomeno solo battute.

Sarà lecito pensare che fosse una donna frustrata e una scrittrice mediocre, con buona pace delle sue esaltate fans che la considerano intoccabile?

Se Baudelaire fosse uno scrittore dei nostri giorni, sarebbe stato censurato e lapidato.

Charles Baudelaire

C’è qualcosa di irresistibilmente vitale, nella recente levata di scudi che ha travolto lo scrittore in lizza per il Pre...
27/06/2026

C’è qualcosa di irresistibilmente vitale, nella recente levata di scudi che ha travolto lo scrittore in lizza per il Premio Strega 2026, Michele Mari reo di aver detto che >. L’autore ha litigato con la collega Teresa Ciabatti, la quale ha subito spifferato tutto ai giornali scatenando una campagna di delegittimazione contro chi ha osato criticare una sua amica ritenuta intoccabile, sfruttando la difesa pubblica di un’amica per cercare di estromettere mediaticamente il suo diretto avversario al premio.

Subito si è attivato il tribunale del politicamente corretto e del progressismo da salotto, pronto a decretare l’anatema: come si permette Mari di profanare il simulacro della scrittrice sarda, assurta a icona progressista pop della militanza civile?

Eppure, a guardare la vicenda con la lente della storia della letteratura — e non con quella del tweet d’indignazione quotidiana —, la reazione a Mari rivela un gigantesco equivoco culturale. Difendere Michele Mari non è solo un atto di giustizia critica; è una difesa della letteratura stessa contro la sua riduzione a pamphlet sociologico.

Dagli anni Sessanta in poi, la critica strutturalista con Barthes ha propinato la comoda favola della “morte dell’autore” per cui l’opera vive di vita propria; il testo è autonomo, il biografo è un gu****ne. È una teoria accattivante finché non si incontra un autore vero.

Perché la verità è che a volte l’autore e l’opera coincidono in modo totale, ossessivo. Chiunque abbia sfogliato “Tu, sanguinosa infanzia” o “Verderame”, sa che la sua scrittura è la sua nevrosi, la sua vasta cultura filologica. Mari non “produce testi”, si estroflette sulla pagina.

Quando Mari, probabilmente l’unico scrittore valido candidato allo Strega, critica Murgia, sta difendendo un’idea di mondo e di lingua. Se l’autore coincide con l’opera, allora la scrittura sciatta, militante per contratto, semplificata per essere digerita dall’algoritmo dei social — quella che Mari rintraccia in certa produzione murgiana — non è solo un limite estetico: è un limite antropologico.





C’è qualcosa di irresistibilmente vitale, nella recente levata di scudi che ha travolto lo scrittore Mari per aver insultato Michela Murgia

Per secoli ci è stata raccontata una storia affascinante: l'isola del sole che si risveglia sotto un manto di seta medio...
20/06/2026

Per secoli ci è stata raccontata una storia affascinante: l'isola del sole che si risveglia sotto un manto di seta mediorientale, tra poeti, giardini di aranci amari e il profumo di gelsomino che bacia le cupole rosse di Palermo. È l'immagine della .

Eppure, se grattiamo via lo smalto dorato del mito e ascoltiamo gli storici contemporanei, scopriamo una verità ben più complessa, profonda e, se vogliamo, persino più intrigante: la Sicilia non è mai stata davvero araba.

Non si tratta di negare le tracce impresse nella pietra o nella lingua, ma di ristabilire la realtà dei fatti storici: l'elemento arabo in Sicilia fu una splendida, ma sottile, vernice culturale stesa su un blocco di granito che era – e rimase – caparbiamente sicano, greco, romano e bizantino.
Ecco perché quella dominazione fu più un'illusione ottica che una reale mutazione genetica dell'isola.

Il mito romantico ci mostra un'integrazione pacifica, ma la storia vera si scrive con il ferro e con il fuoco. La conquista islamica della Sicilia non fu una passeggiata trionfale accolta a braccia aperte. Fu un'agonia durata oltre un secolo (dall'827 al 965 d.C.).

I dominatori musulmani non sostituirono la popolazione locale. Gli arabi, i berberi e i persiani giunti nell'isola erano una minoranza d'élite, una classe dirigente e militare che si sovrappose a una massa oceanica di siciliani di cultura greca e latina.
Anche nei momenti di massimo splendore dell'Emirato, la stragrande maggioranza della popolazione (soprattutto nella Sicilia orientale e centrale, il Val Demone) rimase tenacemente cristiana.

​Se oggi passeggiamo per e restiamo estasiati davanti alla meravigliosa architettura arabo-normanna (come la Ca****la Palatina o la Zisa), tuttavia quasi tutto ciò che consideriamo "arabo" in Sicilia è stato in realtà costruito dai Normanni.

​Quando i cavalieri cristiani del Nord, guidati dagli Altavilla, conquistarono l'isola nel XI secolo, trovarono maestranze locali straordinarie. I re normanni, da fini e spregiudicati politici, decisero di utilizzare l'estetica islamica per puro prestigio imperiale. Volevano stupire il mondo, mostrarsi come sovrani ecumenici e dotti.

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