Antonella Pratesi Antichità

Antonella Pratesi Antichità Antiquariato, oggettistica, curiosità, bigiotteria vintage, giocattoli, vecchie decorazioni di Nata

FIOR DI LOTOC’era una volta… se questa fosse una fiaba, sarebbe una di quelle più classiche, una di quelle in cui si mes...
02/10/2026

FIOR DI LOTO

C’era una volta… se questa fosse una fiaba, sarebbe una di quelle più classiche, una di quelle in cui si mescolano orrore e meraviglia, e che al giorno d’oggi vengono censurate ed edulcorate per non impressionare i bambini. Però non si tratta di una vera e propria fiaba, piuttosto di una leggenda nera, creata per attribuire un’origine a una delle usanze più crudeli della storia recente, che tanto per cambiare ha come protagonista il genere femminile: la fasciatura dei piedi a cui sono state sottoposte milioni di donne cinesi. Anzi, per essere precisi le leggende sono due, una più poetica e l’altra più cruda, e ve le racconterò entrambe per darvi un’idea chiara del contesto nel quale ci troviamo.

La prima leggenda si svolge nella Cina del decimo secolo, e narra di una ballerina dai piedi minuscoli chiamata “Preziosa”, o “Cosa preziosa” – non so come tradurlo meglio in italiano 😅 – che incantava tutti danzando dentro un fiore di loto d’oro alto due metri ricoperto di pietre preziose, perle e nappe di seta. Per avere piedi piccoli e dalla forma affusolata, “Preziosa” li teneva avvolti e stretti in fasce di seta, e il suo aspetto così minuto e leggiadro finì per atti**re l’attenzione del principe Li Yu. Dal momento che all’epoca – e per molti altri secoli a ve**re – in Cina l’unica prospettiva per salvare una donna dalla miseria era quella di combinare un buon matrimonio, o quantomeno di guadagnarsi la protezione di un uomo potente, tutte le altre donne cominciarono ad invidiarla e ad attribuire il suo fascino e la sua fortuna ai suoi piedini da fata, modellati per assomigliare a un petalo di fiore di loto nella forma come nella misura. Secondo questa bella favola crudele, fu proprio cercando un modo per imitare i piedi della nostra preziosa e fortunata ballerina che nacque la tradizione delle scarpe oggi note come “loto”, un nome poetico che nasconde un vero e proprio strumento di tortura che afflisse le donne cinesi fino al XIX secolo inoltrato.

Ma come funzionava in pratica questo supplizio celato dietro un paio di graziose, minuscole scarpette ricamate come quelle che potete ammirare nelle immagini? Beh, naturalmente per poter arrivare a sfoggiare il tanto desiderato piedino “a fior di loto” era necessario iniziare da piccole, e già tra i cinque e i sette anni, quando il piede era già formato ma ancora flessibile, una donna esperta in questa pratica veniva incaricata di fasciare strettamente entrambi i piedi delle bambine. Subito dopo, a queste veniva imposto il primo paio di scarpette loto, di norma confezionate dalla madre con i materiali più pregiati che si potesse permettere. La suola di legno veniva ricoperta di strati di cotone, mentre la tomaia era tradizionalmente realizzata in seta ricamata con motivi benaugurali come, nel nostro caso, il celeberrimo Cane di Fo. I piedini delle bimbe venivano quindi serrati in una specie di morsa che ne impediva lo sviluppo e ne piegava la forma, impedendo loro di fatto di camminare se non a costo di dolori lancinanti… figuriamoci di correre o di giocare come dovrebbe essere naturale per tutti i bambini del mondo!
Questa pratica disumana, naturalmente, proseguiva nel corso degli anni: mentre erano costrette a camminare a piccolissimi passi, spesso sorrette da un bastone e comunque a rischio di infezioni di ogni genere, le bambine diventavano ragazze convinte che questa oggettiva deformità le avrebbe aiutate a trovare un buon partito, perché gli uomini disprezzavano le donne con i piedi grandi, le trovavano volgari e indegne di essere sposate. Pensate soltanto che la misura ideale di un “piede di loto” doveva assestarsi al di sotto degli otto centimetri! Eppure, nonostante la sofferenza, le possibili infezioni e la disabilità a cui erano costrette, molte ragazze cinesi finivano per sposare la tradizione consapevolmente. Appena ne erano in grado, iniziavano a fabbricarsi da sole il corredo di scarpe necessario – quattro paia per stagione era considerato un numero appropriato – e a volte prendevano addirittura parte a delle competizioni, una sorta di “concorsi di bellezza” che premiavano il piede più piccolo e più aggraziato.

Vi ho raccontato una storia terribile, lo so, ed è ancora più disturbante se la associamo a un paio di scarpette dalla grazia tutta orientale, che potrebbero sembrare innocue, pensate e costruite per il piede di un bambino molto piccolo, e invece nascondono tanto inutile dolore, tanta sofferenza in nome di una delle innumerevoli usanze che nei secoli hanno costretto e penalizzato il corpo femminile, spesso con il consenso ingenuo e inconsapevole delle donne stesse, magari in nome della moda… basti pensare, per citare solo qualche esempio, ai busti vittoriani stretti fino allo svenimento, o alle creme a base di piombo o di arsenico per sbiancare la pelle che in passato hanno mietuto tante vittime innocenti. Non posso fare a meno di pensare a quanto fossero inermi, queste donne prigioniere dei loro piedi “a fior di loto”: desiderabili come le voleva la società del tempo, ma impossibilitate a scappare di fronte a un pericolo, un incendio o un qualunque aggressore malintenzionato.

Sono un reperto prezioso, queste scarpe loto che ho scoperto in una delle tante case che visito in cerca di oggetti speciali, preziose come il nome della prima ballerina che le indossò danzando sulle punte per il principe Li Yu, e per più di un motivo: perché sono manufatti ottocenteschi davvero rari e in ottime condizioni, ma anche perché sono oggetti che raccontano una storia femminile lunga secoli, complessa e ricca di sfaccettature, che sembra lontana ma ci riguarda in fondo tutte da vicino… perché chi di noi può dire di non essersi mai sottoposta a qualche sacrificio doloroso in nome della moda, dell’omologazione rassicurante, della seduzione o dell’accettazione sociale? E’ una domanda retorica, lo so, e chi non si sente chiamato in causa ha davvero la mia massima stima.

A questo punto, il lettore più attento potrebbe chiedersi: e la seconda leggenda che ci avevi anticipato, quella più cruda e spietata sull’origine dei piedi “a fior di loto”, che fine ha fatto? Non l’ho dimenticata, ma l’ho voluta lasciare per ultima perché ci lascia con una morale che mette tutto in discussione.

Si narra, infatti, che un’Imperatrice cinese affetta da un piede deforme, stufa di essere derisa dalle altre donne, un giorno abbia confidato al suo regale consorte che la sua unica consolazione sarebbe state vederle tutte con i piedi storpiati come lei. L’Imperatore la prese in parola, e per compiacerla decretò che tutte le donne da quel giorno dovessero fasciarsi i piedi.

Niente grazia e leggiadria, niente fiori di loto dorati e pietre preziose: in primo piano questa volta c’è un dolore atroce protratto per secoli e un’insopportabile disabilità, una condanna arrivata dall’alto alla quale non si può sfuggire… dentro di sé, lo sapevano bene le donne cinesi quanto gli era costato questo lunghissimo sacrificio.
Le scarpe loto dell’ottocento che ancora lo testimoniano, lunghe appena una decina di centimetri, sono in vendita a € 150,00.

Buon fine settimana, amici miei, spero che questa storia così crudele da sembrare una fiaba di quelle più nere vi sia piaciuta… un abbraccio a tutti, ci sentiamo mercoledì! 🤗❤

PICCOLI OGGETTI CHE ADOROCi sono cose che mi piacciono in un modo speciale, in un modo che non so descrivere ma che ha s...
30/09/2026

PICCOLI OGGETTI CHE ADORO

Ci sono cose che mi piacciono in un modo speciale, in un modo che non so descrivere ma che ha sicuramente a che fare con qualcosa di molto lontano e molto profondo, come un sogno, un’emozione o un ricordo infantile.
Questo piatto che ho ritrovato in magazzino, per esempio, ha fatto avanti e indietro dal negozio per ben diciassette anni: in questo lunghissimo lasso di tempo non credo che nessuno l’abbia mai notato né chiesto, eppure io continuo ostinatamente a trovarlo delizioso. Non so cos’è che mi seduce di preciso: di certo molto del fascino si sprigiona da quelle due figurine da ballo in maschera della belle époque, metà insetti e metà personaggi di fiaba, una farfalla e una falena che si scambiano chissà quali segreti, ma anche lo sfondo di un azzurro così irreale da fondersi nell’onirico e i brillantini sparsi qua e là, un po’ coriandoli e un po’ firmamento, hanno la loro parte nella fascinazione.

E’ un piatto di ceramica decorato a découpage chissà quando e chissà da chi, un piattino che costa solo € 25,00 € e che in diciassette anni nessuno ha mai acquistato, eppure mi suscita qualcosa, un’emozione che resta sempre sulla punta della lingua senza mai arrivare alla coscienza… chissà se a qualcuno di voi farà lo stesso effetto?

Buon mercoledì, un abbraccio a tutti! 🤗❤

AVVERTENZA AI LETTORI:In un certo senso, oggi è come se si parlasse di stracci 😉, però, se potete, non fatevi impression...
25/09/2026

AVVERTENZA AI LETTORI:

In un certo senso, oggi è come se si parlasse di stracci 😉, però, se potete, non fatevi impressionare dalle immagini poco estetiche e un po’ raccapriccianti per chi non è del settore 😆. E’ chiaro che ho scritto questa storia pensando alla mia pagina “Storie di giocattoli per collezionisti emotivi”, però, via via che la scrivevo, mi è venuta voglia di condividerla anche con voi, soprattutto per due motivi: perché mi fa piacere portarvi nel mio mondo e farvi capire che cosa mi muove, in certi casi, quando le acquisto, e perché a volte le bambole sono solo un pretesto per raccontare una storia, o il simbolo di qualcos’altro, del dispiacere che si può provare per chi – o cosa – è stato dimenticato, per esempio, oppure del desiderio di riscattare l’insignificante, e specularmente di essere riscattati e finalmente visti.
Quindi fatevi coraggio e andate avanti, e spero che non ve ne pentirete!

I CASI DELLA VITA

Non vi spaventate, c’è un motivo se oggi pubblico queste bambole: c’è un motivo e soprattutto c’è una storia. Lo so, sono molto malridotte e hanno senz’altro visto tempi migliori. Di solito quando per qualche motivo mi capitano delle bambole in questo stato le vendo direttamente a chi ha bisogno di pezzi di ricambio, ma questa volta ho fatto un’eccezione, e adesso capirete perché.

E’ successo tutto un paio di settimane fa, in un martedì mattina come tanti altri. Martedì è una delle mie giornate libere dal negozio, e indovinate un po’ come la impiego? Sì, proprio così, se non è uno di quei giorni fortunati in cui posso andarmene in giro a caccia di oggetti da acquistare, la passo tutta in mezzo alle bambole, a ripararle, a rivestirle, a fare qualche ricerca. Quel martedì in particolare stavo cercando di fare un po’ d’ordine, riorganizzando lo spazio, spolverando scaffali e soprattutto preparando scatole da portare in magazzino. Faceva ancora caldo, il lavoro era faticoso, e quindi mi ero vestita in una delle mie peggiori tenute “da battaglia”, in maglietta e pantaloncini. Per fortuna la macchina era parcheggiata davanti a casa, proprio dall’altra parte del marciapiede, e questo rendeva più semplice il trasporto delle scatole nel bagagliaio.
Durante i miei viaggi avanti e indietro avevo notato un gruppetto di persone fermo a chiacchierare davanti al portone di un bel villino ottocentesco di pietra, di quelli che piacciono a me. Non li conoscevo, ma nei giorni precedenti mi ero accorta di un certo fermento intorno all’abitazione: c’erano spesso vecchi mobili e masserizie impolverate, di certo appena uscite da una cantina, accatastate lungo il marciapiede in attesa del ritiro della nettezza urbana, e insomma si capiva da tanti dettagli che la casa era in procinto di essere svuotata.
In un momento di pausa, mentre sudata e spettinata stavo cercando di sistemare al meglio i miei scatoloni, mi sono arrivate all’orecchio le parole delle tre persone ferme sulla porta della bella casa dal destino sconosciuto. Parlavano di bambole. Sul momento ero così sorpresa che ho pensato di aver capito male… ma no, parlavano proprio di bambole, e dopo un attimo di esitazione non ce l’ho fatta a non intromettermi:
“Scusate se mi permetto, ma ho sentito parlare di bambole, e io sono un’appassionata… se avete bisogno di un aiuto o di qualche consiglio sono a disposizione.”

Detto fatto. Un attimo dopo, sporca e male in arnese come mi trovavo, ero dentro il villino misterioso, e un po’ per volta i miei gentili ospiti mi avrebbero raccontato tutta la storia. La casa apparteneva alla mamma, che era venuta a mancare da poco lasciandola in eredità alle due figlie. Il villino all’interno era proprio come me lo ero immaginato, intatto dalla sua costruzione, con un bel giardino ormai selvatico sul retro e una grande scala che portava al piano di sopra. Nelle stanze, la confusione che ci aspetta nelle case che devono essere svuotate dopo decenni di vita: oggetti appoggiati ovunque, quadri accatastati e tanti interrogativi. Questo lo tengo o me ne libero? Avrà un valore, potrò venderlo, e se lo tengo ci sarà spazio nella casa nuova?
Già, perché l’intenzione delle due sorelle era quella di ristrutturare il villino, dividerlo in due appartamenti e venirci ad abitare, ma in questi casi i dubbi si moltiplicano, perché sul proprio futuro, sulla luce, gli spazi e la forma definitiva si può soltanto fantasticare… ancora nessuna certezza, e tanta indecisione sul come gestire i ricordi nell’impatto con la realtà.

Le bambole di cui avevo sentito parlare, intanto, erano al piano di sopra, e non vi nego che ho salito le scale con una certa trepidazione, immaginando, immaginando non dico chissà cosa, ma una piccola collezione tenuta con cura, magari bambole d’infanzia conservate negli armadi avvolte in carta velina con un po’ di antitarme per sicurezza, come mi capita spesso di vedere. E invece no, la realtà era molto più triste.
Su un letto matrimoniale in cui nessuno dormiva da tempo, giacevano scomposte quattro povere cose decisamente bisognose d’aiuto. Con un po’ d’esperienza, non c’è voluto molto ad identificarle. C’era un’Athena – senza marchio, ma riconoscibile – un tempo camminante, ma adesso scalpata e giocatissima, con il busto in pezzi. C’era un delizioso pseudo – Marcellino – senza marchio Ottolini, ma d’altra parte credo che sia stato una delle bambole più copiate tra gli anni ’50 e gli anni ’60 – abbastanza in ordine, ma con il viso segnato da chissà cosa, incuria o umidità, e un gran bisogno di essere ridipinto da mani esperte… gli occhioni marroni con lo sguardo dolce e fiducioso arrivavano diretti al cuore, e non era pensabile lasciarlo lì. E difatti, niente ho potuto lasciare, nemmeno la povera, anonima bambola da fiera, un tempo orgogliosa delle sue sopracciglia da diva degli anni ’40 e del suo nasino da Brigitte Bardot, nemmeno la Ratti in polietilene con la mano masticata da qualche cucciolo di cane, o di bimbo.

Mi sono chiesta come fossero finite lì, e in quelle condizioni, macchiate di calce, n**e o coperte con qualche cencio che ho gettato via: ma sulla loro storia, nessuno mi ha saputo dire nulla. A volte, però, non c’è bisogno di sapere, perché certi pezzi di vita sono evidenti e comuni a tutti: quelle bambole erano state belle, nuove, con abiti vistosi – magari con le gonne con i cerchi di filo di ferro a fare la ruota, quanto le amavo da bambina… - o con vezzosi vestitini da bebè, erano state desiderate, acquistate o regalate, e poi piano piano erano state dimenticate, finite in cantina o tra le mani di nuovi bambini che ci avevano giocato con l’entusiasmo violento dei bimbi che hanno tanti giocattoli, e non hanno bisogno di trattarli con cura. Per la loro storia, per questa parabola triste che le accomuna a tanti oggetti nelle innumerevoli case che ho visitato, le ho riscattate senza esitare e senza pensarci, trasportando per pochi metri il mio nuovo scatolone di bambole in pezzi da una casa all’altra, da una casa che si stava svuotando a una che continuava a riempirsi, nonostante i miei sforzi di fare ordine.

La storia potrebbe finire qui, ma non è andata in questo modo. Bambole a parte, ho passato altro tempo in quella casa cercando di essere utile: ho dato pareri maturati con l’esperienza di una persona che da decenni compra e vende oggetti che hanno avuto altre vite, ho frugato curiosa in cassetti e credenze, contato bicchierini e posate, visto oggetti che avrei acquistato volentieri e altri che dubitavo potessero avere un futuro. Me ne sono andata facendo qualche proposta, ma avevo già capito che era presto: c’era troppo in ballo, troppo futuro da decifrare perché ci si potesse staccare dai ricordi di una vita. Bambole a parte, perché quelle a quanto pare non erano di nessuno, nessuno le avrebbe reclamate.
Me ne sono andata quasi a mani vuote, ma con qualche bel pensiero… sui casi della vita, per esempio. Quelli che ti fanno entrare in un villino misterioso proprio di fronte a casa tua, che ti fanno per caso sentire le parole giuste che aprono le porte, e con tutta la mia romantica fantasia mi chiedo se non siano state proprio le voci delle bambole, quelle che ho sentito, le voci di quelle quattro povere cose che nessuno ricordava e che magari volevano essere viste da qualcuno che le riconoscesse per un’ultima volta.

Eccole qui, le protagoniste di questa storia. Se servono a qualcuno, se qualcuno vuole ripararle o adoperarle come pezzi di ricambio – a loro va bene anche così, essere donatori è comunque un onore – le cedo tutte insieme a € 25,00 spedizione compresa.
Per dare loro una seconda possibilità, che potendo, non si nega a nessuno. ❤

Buon fine settimana, amici miei coraggiosi che siete arrivati fino a qui… oggi vi meritate un abbraccio davvero speciale! 😆🤗❤

Via, dopo gli stracci – che comunque avete amato molto – e i buffi salvadanai di mercoledì scorso, oggi facciamo sul ser...
23/09/2026

Via, dopo gli stracci – che comunque avete amato molto – e i buffi salvadanai di mercoledì scorso, oggi facciamo sul serio 😉
Sono anni ormai che l’idea di apparecchiare con garbo è tornata di moda, e per questo non finiremo mai di ringraziare “Cortesie per gli ospiti” e Csaba dalla Zorza, che hanno influenzato più di quanto possiate immaginare il gusto delle persone. Insieme a tanti accessori raffinati che sembravano definitivamente finiti nel dimenticatoio, è tornato alla ribalta anche il set per l’olio e l’aceto da portare in tavola, e quello che vi presento oggi è davvero perfetto per le case contemporanee. In argento proprio “comme il faut”, elegante ma non monumentale – perché non tutti hanno lo spazio per quegli enormi catafalchi che un tempo troneggiavano al centro del tavolo - , ancora con le sue bottiglie d’origine in cristallo e soprattutto con lo squisito dettaglio degli anelli per appoggiare il tappo mentre si adoperano l’olio o l’aceto, senza trovarsi in imbarazzo o macchiare la tovaglia: che cosa volete di più? Anche il prezzo - € 250,00 – è ottimo, soprattutto visto il costo esorbitante raggiunto dall’argento negli ultimi tempi. Unica pecca da segnalare, una piccola sbeccatura sul bordo di una delle due bottiglie, appena visibile… ma visto il tempo passato a servire in una elegantissima casa di Firenze è perdonabile, non credete? 😉
Buon mercoledì, un abbraccio a tutti! 🤗❤

MERAVIGLIAA volte non ci sono vere e proprie storie, ma ci sono gli oggetti… loro, per fortuna, ci sono sempre: che sian...
18/09/2026

MERAVIGLIA

A volte non ci sono vere e proprie storie, ma ci sono gli oggetti… loro, per fortuna, ci sono sempre: che siano più o meno antichi, importanti o divertenti, in negozio gli oggetti non mancano mai. Quelli che scelgo via via di presentarvi, però, devono avere delle caratteristiche particolari, e una sopra tutte le altre: devono suscitare – almeno in me – un’emozione, un ricordo, un pizzico di stupore o di divertimento. Tutto il resto, tutti gli altri oggetti carini, utili, perfetti per un regalo o per un ricordo di Firenze un po’ diverso - che non sia una borsa di pelle fatta in Cina o un David di Michelangelo di resina 🙄 😉 - si possono ve**re a vedere direttamente in negozio, ma non sento la necessità di dedicarci una “finestra” speciale su questa pagina.

Visto che l’emozione è l’esca che accende il desiderio di condividere con voi, la scintilla di oggi è stata la meraviglia. Ho trovato questa piccola collezione per caso ad uno svuota cantine, nascosta in fondo a un banco che esponeva tutt’altro. Ci ero già passata davanti senza vederla, e stavo quasi per andarmene quando l’occhio mi è caduto su questo gruppetto di oggetti di chiaro stampo religioso.
Chi mi conosce lo sa già, quanto io ami i manufatti di religiosità popolare: le perline, il filo dorato, le vecchie stampe e i ricami minuziosi mi fanno sempre pensare a una perduta abbondanza di ore operose e serene, senz’altro ritagliate in una vita più faticosa della nostra, ma più lenta e meno oppressa dall’obbligo di essere “performanti”. La maggior parte di questi piccoli oggetti devozionali è nata nei conventi dall’abilità e dalla fantasia delle suore, che li realizzavano con ciò che avevano sottomano per venderli e ricavare qualche spicciolo per la gestione quotidiana, e ciò che mi seduce non è tanto il contenuto religioso, ma l’amore e la cura con cui sono stati creati partendo dal nulla, qualche immaginetta, due scampoli, un po’ di matassine di filo da ricamo.

Mi sono avvicinata al banco e ho preso in mano gli oggetti uno per uno. C’erano due quadretti rotondi, tutti e due dedicati alla Madonna con il bambino e ricamati di perline e filo d’oro sottile come un capello, e uno scapolare ricamato ancora intonso, mai utilizzato. C’erano tre piccoli cuori ingenui, probabilmente talismani per bimbi appena nati, da nascondere nella culla: su una carta sottilissima e con un inchiostro ormai sbiadito, qualcuno aveva copiato delle preghiere in latino in un corsivo antico che mi ha subito ricordato le lettere che mi scriveva mia nonna. Avevano tutti la stessa provenienza ed erano chiaramente stati conservati con amore, perché è un vero miracolo che abbiano attraversato più di un secolo senza strapparsi, danneggiarsi o macchiarsi d’umidità. Dopo averli presi in mano non ho più perso tempo: ho chiesto il prezzo, ho pagato ed ho portato tutto a casa, aspettando l’occasione giusta per mostrarvi i miei ultimi tesori.

E la meraviglia? La meraviglia è arrivata più tardi, quando mi sono messa ad osservare i miei acquisti con attenzione. Il cuore più grande, quello allacciato ad un vecchio nastro di seta che mi aveva fatto pensare ad un capoculla, non era quello che sembrava, una semplice frase in latino circondata di filo d’argento… sotto i miei occhi stupiti, si è aperto come un fiore o come un quadrifoglio, rivelando all’interno un minuscolo Gesù Bambino circondato di stelle. Sono rimasta a bocca aperta, perché la meraviglia non è soltanto un’emozione grandiosa, non è per forza qualcosa che ti sovrasta come il tramonto o il firmamento quando la notte è limpida… io credo anche nella meraviglia delle piccole cose, quella che ti sorprende indifeso e ti fa sorridere e balzare il cuore: come un Gesù Bambino nascosto che sembra sorrida solo a te, delicatissimo, fragile, eppure arrivato intatto dopo un lungo viaggio nel tempo.

Buon fine settimana, amici miei, spero davvero di aver meravigliato un po’ anche voi e soprattutto di avervi spinto a cercare lo stupore in ciò che ci circonda, perché è una via semplice e diretta per la gioia. Tutti gli oggetti che vedete pubblicati sono in vendita a un prezzo variabile tra € 80,00 e € 25,00… per qualsiasi altra informazione sono a disposizione, un abbraccio a tutti! 🤗❤

Me li ricordo questi colori, questo design, questo tipo di oggetti… erano gli ultimi anni della Cina maoista, io ero anc...
16/09/2026

Me li ricordo questi colori, questo design, questo tipo di oggetti… erano gli ultimi anni della Cina maoista, io ero ancora una bambina, ma mi ricordo i poster di propaganda e i primi negozi che importavano dalla Cina: le tovagliette di bambù, i paraventi, i cestini, le carpe dipinte e questi salvadanai. Rivederli in coppia sul banco di un mercato, il bimbo e la bimba paffuti e portafortuna con il loro Cane di Fo stretto tra le braccia, è stato un vero tuffo nel passato di quelli che non capitano spesso! Non ho potuto andarmene senza di loro, e quindi eccoli qui: in terraglia, praticamente perfetti, direttamente dagli anni ’70, e quindi vintage come me 😆. Vi confesso che se avessi ancora un po’ di spazio in casa me li sarei tenuti volentieri, invece devo metterli in vendita, ma con una raccomandazione: non usateli, perché sono salvadanai veri, di quelli che si devono spaccare con il martello per recuperare le monete! Non ci posso neanche pensare, sarebbe un vero peccato… 😱
Sono grandi, alti cm 21 circa, e sono in vendita a € 60,00 l’uno, oppure a € 100,00 per la coppia.
Buon mercoledì, un abbraccio a tutti! 🤗❤

STRACCIL’idea mi è venuta in una di queste sere di settembre durante un’attività molto prosaica, ma d’altronde tutta que...
11/09/2026

STRACCI

L’idea mi è venuta in una di queste sere di settembre durante un’attività molto prosaica, ma d’altronde tutta questa storia è prosaica, o se volete poetica in modo tutto suo. Era quasi ora di cena, e sono uscita in giardino a riti**re i panni stesi prima che facesse buio. Avevo fatto una lavatrice di stracci: ogni tanto raduno quelli che adopero a casa e soprattutto in negozio e li lavo tutti insieme, li ripiego sommariamente senza stirarli e sono pronti per essere usati di nuovo. Queste cose di solito si fanno in modo automatico, senza pensarci, ma questa volta è stato diverso: mi sono fermata a guardare la pila di stracci piegati sullo stendino, e forse perché ero stanca e quindi in uno stato d’animo un po’ crepuscolare, mi sono sembrati quasi poetici nella luce dorata e malinconica del tramonto di fine estate.

Gli stracci sono oggetti obsoleti, ho pensato. Sono accessori, strumenti, presenze nella vita quotidiana così ovvie e scontate che non avremmo mai pensato di vederli scomparire, e invece temo che poco a poco sarà così, come sta accadendo per la carta di giornale. Sempre più persone leggono i quotidiani online, e quindi la carta di giornale, che si usava per pulire i vetri, per accendere il fuoco e soprattutto – nel mio caso – per imballare, perché è perfetta per riempire ogni angolo di un pacco e per assorbire i colpi, sta diventando una rarità. Ancora qualche anno e questa forma perfetta di riciclaggio casalingo sarà scomparsa, e dovremo affidarci solo alla plastica o a quegli inutili trucioli di polistirolo. Lo stesso accadrà per gli stracci, fino ad ora un moto spontaneo con il quale si recuperavano gli abiti, le lenzuola, le tovaglie, tutti i tessuti ormai stinti e lisi che non potevano più servire al loro scopo originale. Sembra impossibile, eppure finirà anche questa catena virtuosa, e non importa se sarà colpa dell’inquinamento, del fast fashion, di Vinted, delle stoffe di qualità scadente o della nostra impazienza: resterà un mondo di panni gialli e piumini piatti cattura polvere… le nostre case saranno ugualmente pulite, ma non sarà la stessa cosa.

Questo pensavo guardando la mia pila di stracci piegati, da così tanto tempo con me che posso dire di conoscerli uno ad uno. Non sarà la stessa cosa perché gli stracci non sono tutti uguali, ognuno ha un uso diverso a seconda del tessuto e della trama, e io ormai vado a colpo sicuro: ci sono quelli di cotone morbido ma spesso, tagliati da una vecchia tovaglia ormai dimenticata, che sono perfetti per lucidare l’argento perché senza troppo strofinare danno subito la patina giusta, e quelli morbidi, di cotone leggerissimo, che assorbono l’acqua a meraviglia e asciugano la bigiotteria appena lavata in un istante. Ci sono quelli più robusti adatti per fare i vetri, e quelli che trattengono la polvere, perfetti per spolverare gli scaffali. E poi ci sono quelli di lana, brandelli di maglie e maglioni ormai inservibili, o quella sciarpetta bianca infeltrita per sbaglio, non so più se di mio figlio o addirittura di mio fratello quando era piccolo, impagabile per ti**re la cera sui mobili asciugati da anni di sole e di sbalzi di temperatura.

Ci sono storie, dietro gli stracci, dietro gli oggetti più umili e invisibili che ancora condividono la casa con noi. Lo so, perché nella loro muta compagnia ho passato ore e ore in negozio a pulire e strofinare oggetti così ossidati dal tempo che sembrava impossibile farli splendere di nuovo, o a spolverare delicatamente piccole cose fragili che poco per volta ritrovavano i loro colori. Non è solo normale amministrazione, doverosa pulizia di oggetti che sono stati chiusi in case vuote o abbandonati per anni in una cantina: per me è una specie di rituale, un modo immediato per entrare in sintonia con qualcosa che quasi sempre ha vissuto più di me e che ha percorso strade che non conoscerò mai, o che conoscerò solo in parte. In antropologia esiste il concetto di "mana", che si può riassumere in modo molto semplicistico nella forza vitale che abita ogni cosa del mondo, sia essa animata o inanimata: ecco, per me strofinare gli oggetti con i miei stracci obsoleti eppure così familiari equivale ad un atto magico che sprigiona il mana, liberando la bellezza e il potenziale di una cosa che finalmente viene vista e apprezzata.
E gli stracci, in tutto questo, gli stracci che scompariranno insieme alla carta di giornale e forse anche al tempo ozioso dell’andar per negozi e all’amore delle tracce del passato, sono gli strumenti essenziali di un culto che mantengo vivo da sola ma, per fortuna, insieme a voi.

Per questo ho voluto dedicare loro questo post, e credetemi, ci ho pensato molto: perché in fondo io ho un negozio di antiquariato, e dovrei mostrarvi solo cose belle, rare o almeno speciali e con un passato glorioso alle spalle, non un mucchio di stracci piegati su uno stendipanni. Ma ormai lo sapete come sono fatta: mi prendo la libertà di raccontarvi tutto ciò che mi passa per la testa, e le mie storie del venerdì non sono scritte per vendervi qualcosa, ma solo per restare in contatto con voi, per regalarvi un pezzo delle mie giornate e della mia vita. Questa volta, per una volta, il ruolo di protagonisti è toccato a loro, che servono e non si lamentano, che hanno sfiorato con dolcezza migliaia di oggetti per sprigionare il mana e per aiutarli a vivere di nuovo… e un piccolo riconoscimento a questi umili spiriti familiari in fondo era dovuto ❤

Buon fine settimana, amici miei, un abbraccio a tutti… e mi raccomando, tenete da conto i vostri stracci, perché sono insostituibili e preziosi! 😉🤗❤

Indirizzo

Via Dei Fossi, 7r
Florence
50123

Orario di apertura

Lunedì 10:00 - 19:00
Martedì 10:00 - 19:00
Mercoledì 10:00 - 19:00
Giovedì 10:00 - 19:00
Venerdì 10:00 - 19:00
Sabato 10:00 - 19:00

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