09/03/2026
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ITALIANI, CAMPIONI DEL MONDO… DI KAMUT®
Sì, avete letto bene. L’Italia è il primo importatore mondiale di KAMUT®, assorbendo circa il 70% della produzione globale. Un trionfo.
Come se non bastasse, è arrivata anche la benedizione della scienza: lo studio "Digital PCR for the Authentication of KAMUT® Brand Wheat in Grain and Flour Mixtures" (Morcia 2026), nella sua parte introduttiva, ha fornito l’ennesima, elegante certificazione di una verità piuttosto imbarazzante: nel nostro Paese l’alfabetizzazione alimentare è spesso un optional.
Il caso Kamut è uno degli esempi più lampanti.
Nel 1990 un signore del Montana, Bob Quinn, ha avuto un’idea geniale: prendere una varietà di frumento chiamata QK-77, raccontare che arrivava da una piramide egiziana, registrarla come marchio e rivenderla al mondo con un nome che suona esotico, antico, quasi mistico.
E fin qui: chapeau.
Il capolavoro però è un altro. È riuscire a far pagare questo grano molto più del dovuto e trovare milioni di consumatori felici di comprarlo.
Indovinate dove….
Nel frattempo noi, popolo di santi, poeti e consumatori di Kamut®, abbiamo in casa varietà storiche come il Perciasacchi, coltivato in Sicilia, che dal punto di vista botanico, agronomico e qualitativo è sostanzialmente sovrapponibile alla QK-77.
Solo che i nostri agricoltori fanno una fatica enorme a venderlo.
Perché?
Perché il grande pubblico non sa neanche che esiste.
Il Perciasacchi non ha un logo dorato. Non ha una storia di piramidi. Non ha uno stand alle fiere con hostess in abiti color sabbia del deserto. Quindi, sostanzialmente, non esiste nell'immaginario del consumatore italiano medio.
Queste condizioni imputano responsabilità anche dei produttori: marketing quasi nullo, capacità di fare sistema pari a zero, ognuno chiuso nel proprio campo a sperare che il mercato, per magia, si accorga di lui.
Nel frattempo altri raccontano una storia migliore, mettono un marchio sopra il prodotto… e incassano.
In una società dove il marketing decide cosa finisce nel carrello, continuare a ignorarlo è un atto di fede più che una strategia.
Se non arriva una svegliata collettiva, produttori, filiera e consumatori, il finale del film è già scritto.
E, come spesso accade, non siamo noi a vincere.