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Condividiamo l'articolo di apertura del volume scritto da Andrea Carlo Cappi:

PROFESSIONE: ASSASSINO
L’omicidio su commissione è uno dei mestieri più antichi del mondo: da sempre, chiunque voglia togliere di mezzo un rivale senza “sporcarsi le mani” di persona o preferisca lasciare almeno un grado di separazione tra sé e la vittima, deve ricorrere a uno o più emissari. Difatti le parole per definire chi uccide a pagamento hanno origini lontane nel tempo. “Sicario” deriva da sica, pugnale a lama ricurva con cui, nella Giudea sotto il dominio di Roma intorno al 60-70 d.C., i sicarii uccidevano amministratori stranieri e collaborazionisti locali.
Se in italiano “assassino” indica chiunque commetta un delitto, in inglese assassin si riferisce più precisamente a un attentatore o a un omicida per conto terzi. Il termine nasce dall’Ordine degli Assassini (Hashashiyan in persiano), setta sciita responsabile di omicidi politici in Medio Oriente tra il 1090 e il 1275, dei cui esecutori si diceva facessero uso di hashish prima di colpire. Nel Giappone del XV secolo gli shinobi-no-mono (“persone invisibili”), poi chiamati ninja – mercenari addestrati per guerriglia, spionaggio e assassinio – divennero i primi sicari a disposizione per il miglior offerente.
Nella nostra lingua fin dagli anni Trenta è stato adottato il termine killer, anche se la definizione completa in inglese sarebbe contract killer, “uccisore a contratto”. Negli USA, in riferimento a certi pistoleri nel West del XIX secolo, era nata l’espressione gun for hire (“pi***la in affitto”), mentre verso il 1970 avrebbe preso piede il vocabolo hitman, da hit (“colpo”), che in gergo significa anche “omicidio”.

Il mestiere di uccidere
Proprio negli USA si formò il primo servizio di assassini a pagamento per la malavita organizzata: la Murder Incorporated, nota anche come Anonima Omicidi. Fondata nel 1931 da Umberto “Albert” Anastasia e Louis “Lepke” Buchalter, forniva killer al cosiddetto Sindacato del Crimine, la cui Commissione, allestita lo stesso anno da Charles “Lucky” Luciano, regolava le altalenanti alleanze tra bande di gangster. Per conto della Commissione, l’Anonima provvedeva anche a eliminare boss scomodi o sgraditi. Il membro più attivo fu Harry Strauss, responsabile di oltre cento omicidi.
L’Anonima venne sgominata a partire dal 1940, dopo l’arresto del suo killer Abe Reles, specialista in uccisioni mediante scalpello da ghiaccio. Per evitare la sedia elettrica, questi si offrì come informatore, ma non sfuggì lo stesso a una morte prematura: nel 1941 precipitò dal quinto piano di un albergo, in cui si trovava sotto la sorveglianza non troppo attenta della polizia di New York.
È sempre sospetto quando una persona additata come bersaglio muore al momento opportuno per incidente, suicidio o cause naturali, ma i killer più abili creano messinscene tali da dubitare che sia stato un delitto. La regola vale soprattutto per il mondo oscuro dei servizi segreti. In questo fu insuperabile il Dipartimento 13, reparto eliminazioni dello spionaggio di Mosca, che negli anni Cinquanta arrivò a fabbricare piccoli spruzzatori di un potente vasocostrittore, in grado di simulare nella vittima la morte per insufficienza coronarica. Ma in certi casi, tanto nella malavita quanto nello spionaggio, si preferisce che l’omicidio sia un fatto evidente, così da mandare un messaggio forte e chiaro ad altri potenziali traditori od oppositori: chi disobbedisce non ha scampo.

Killer di carta
Nel XX secolo la figura del killer invase la letteratura. Nel 1910 Jack London, cominciò il romanzo Assassini S.p.A. (The Assassination Bureau, Ltd.), basato su un’idea vendutagli dal collega scrittore Sinclair Lewis: una società segreta si rende disponibile a uccidere malfattori a qualsiasi livello, purché si dimostri che meritano davvero la morte; il problema sorge quando il suo stesso fondatore, in quanto responsabile di numerosi omicidi, viene designato come vittima. London però non sapeva come continuare la trama e morì lasciandola incompiuta; nel 1963 l’avrebbe completata l’autore di noir Robert L. Fish e nel 1969 ne sarebbe stato tratto un film.
Un secolo fa i killer della malavita organizzata divennero figure ricorrenti nel poliziesco USA, specchio della cronaca di quegli anni. Nel 1927 anche Ernest Hemingway si mise sulla scia con il racconto Gli uccisori, ispiratore dei film I gangsters (1946) e Contratto per uccidere (1964). Nel 1943, nelle strisce di Dick Tracy di Chester Gould, esordì il primo grande killer dei fumetti, Flattop Jones, incaricato di uccidere il protagonista.
Nel 1936 un professionista dell’omicidio è entrato come protagonista nella letteratura di spionaggio con il romanzo Una pi***la in vendita di Graham Greene (pubblicato nel Regno Unito come A Gun for Sale e negli USA come This Gun for Hire); Hollywood ne avrebbe tratto due film: Il fuorilegge (1942), e Scorciatoia per l’inferno (1957), remake in chiave gangsteristica.

Licenze di uccidere
Nella spy story i killer possono persino diventare eroi, come il personaggio più celebre del filone in narrativa, fumetti e cinema: James Bond, che esordì nel romanzo Casino Royale di Ian Fleming (1954). La sua “licenza di uccidere”, indicata dal doppio zero nel numero di codice 007, venne conseguita durante la Seconda guerra mondiale con l’eliminazione di un crittografo giapponese a New York e di un traditore a Stoccolma. Nella realtà un sicario che avesse garanzia di impunità per qualsiasi omicidio sarebbe un individuo molto pericoloso, ma nella convenzione letteraria e poi cinematografica si dà per scontato che i bersagli di James Bond siano solo e inequivocabilmente “cattivi”.
Del resto, molti suoi avversari sono a loro volta killer senza scrupoli, come Paco Scaramanga, “l’uomo dalla pi***la d’oro” del romanzo omonimo (1965), che usa un revolver C**t 45 placcato in oro e proiettili personalizzati d’oro massiccio, con cui ha già ucciso cinque colleghi di 007. Nel film del 1974, interpretato da Christopher Lee, si fa pagare un milione di dollari al colpo e impiega invece un’arma assemblata con oggetti d’oro di apparente uso comune – portasigarette, accendino, penna – che spara proiettili d’oro calibro 4,2mm fabbricati apposta per lui da un artigiano a Macao; è grazie a questa pista che James Bond (Roger Moore) lo rintraccia, per trovarsi sfidato a duello, killer contro killer.
Sull’onda del successo di 007, altri assassini dei servizi segreti divennero protagonisti seriali nella narrativa: il parodistico Boysie Oakes “il Liquidatore” di John Gardner, che in realtà non ammazza nessuno e subappalta gli incarichi a un vero professionista; il più serio Jonas Wilde “l’Eliminatore” di Andrew York, che uccide solo a mani n**e; come spesso preferisce fare anche Remo Williams “il Distruttore” di Warren Murphy e Richard Sapir, che avrebbe sorpassato i centocinquanta romanzi per mano di vari autori.

I giorni degli Sciacalli
La tradizione di spie-killer, proseguita con i romanzi di Jason Bourne di Robert Ludlum, continua fino a oggi con il ciclo su John Rain di Barry Eisler; ma anche – benché solo sul mercato italiano – con i personaggi del ciclo che unisce le mie serie Medina, Nightshade e Sickrose o con Antonia Lake, assassina nella saga de Il Professionista di Stefano Di Marino.
Ma uno dei maggiori bestseller sull’argomento rimane Il giorno dello sciacallo di Frederick Forsyth (1971), imperniato su un killer britannico assunto per uccidere il presidente De Gaulle nel 1963, mentre un poliziotto francese lotta contro il tempo per sventare l’attentato. Ne fu tratto l’omonimo film del 1973 con Edward Fox, che fu poi seguito da un remake del 1997 aggiornato ai tempi con Bruce Willis, The Jackal, e infine dalla nuovamente aggiornata serie tv The Day of the Jackal del 2024 con Eddie Redmayne. Ma nel frattempo “Sciacallo” era diventato il soprannome del più celebre killer del mondo reale.
Nel 1973 il venezuelano Ilich Ramirez Sánchez era un terrorista e un sicario dei servizi segreti dell’Est, di cui non si conosceva l’identità, solo il nome “Carlos” trovato su un passaporto falso. Quando nel 1975 un giornalista della testata britannica The Guardian visitò un appartamento in cui il ricercato aveva nascosto armi, vi trovò una copia de Il giorno dello Sciacallo (in realtà di un ignaro inquilino) e, pensando che il killer vi avesse cercato ispirazione, lo ribattezzò “Carlos lo Sciacallo”. In una curiosa commistione tra fantasia e realtà, nei romanzi di Ludlum, l’immaginario Bourne dà la caccia al vero “Carlos lo Sciacallo”, che per la cronaca fu catturato nel 1994 e condannato a tre ergastoli.

Anatomia di un assassino
I killer della fiction sono spesso perfezionisti dell’omicidio come Arthur Bishop, visto con il volto di Charles Bronson nel film Professione assassino (1972), e di Jason Statham nel remake The Mechanic (2011) e nel sequel The Mechanic Resurrection (2016). Ma al cinema non mancano le controparti al femminile, per esempio la squadra interpretata da Uma Thurman, Lucy Liu, Daryl Hannah e Vivica Fox in Kill Bill (2003-04) o la protagonista di Colombiana (2011) con Zoe Saldaña.
Sono uomini e donne solitari, tormentati e paranoici: dopotutto, secondo i cliché del filone, devono guardarsi pure dai propri mandanti, che potrebbero a loro volta farli eliminare da altri killer; e, quando decidono di ritirarsi, rischiano sempre di morire all’ultimo incarico. Tuttavia nei fumetti dei supereroi esistono killer professionisti infallibili e pressoché immortali: Deadshot e Deathstroke alla DC, Bullseye e Deadpool alla Marvel.
In ogni caso, dal punto di vista “giallo”, c’è un aspetto interessante e originale in molte storie che riguardano gli assassini di professione: laddove un investigatore cerca di scoprire come sia stato commesso un delitto, un killer deve invece “indagare” per trovare il modo di compierlo senza cadere in trappola, esattamente come fa Diabolik quando deve realizzare uno dei suoi colpi.

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