01/03/2026
Il Festival di quest’anno è talmente spompato che pure le polemiche sono in tono minore.
Ieri sera un piccolo guizzo è venuto dal sempre valido dualismo tra grammatica reale e “percepita”. Carolina Bubbico ha chiesto di essere chiamata maestra e non maestro.
La cosa è finita lì, Pausini per una volta se l’è pure cavata bene, facendolo e basta, l’esibizione diretta da Bubbico (quella di Ditonellapiaga e TonyPitony) è stata una delle più riuscite.
Le polemiche le trovate oggi, sotto ogni post che ne parla.
E sono sempre le solite, duole dirlo: maschi che frignano perché “allora io mi farò chiamare dentisto/geometro” e altre lagne infantili. C'è anche chi dice che la donna va chiamata “Maestro” perché il titolo declinato al femminile è sminuente.
Questi sono i più teneri: centrano il cuore del problema cercando di dire che non esiste.
Con Carolina Bubbico, poi, non stiamo parlando dell’ultima arrivata che ha imparato “Per Elisa” ieri pomeriggio. Bubbico è musicista, cantautrice, compositrice, direttrice d’orchestra, una che studia, scrive, arrangia e lavora da anni. Se una può permettersi di sapere come si chiama il proprio ruolo, è lei. E invece no, in Italia la grammatica diventa opinione, ma solo quando è femminile.
Non solo, diventa politica, visto che abbiamo al potere una donna che vuole essere chiamata “il” presidente.
La verità, come capita spesso, è semplice: maestro fa maestra. Come attore fa attrice, scrittore fa scrittrice. I nomi in -o di solito al femminile vanno in -a. Non è ideologia, è grammatica delle elementari. E sì, anche ministra, sindaca, avvocata, ingegnera, quei nomi che a qualcuno “suonano male” non perché hanno l’orecchio sensibile, ma perché suona loro male che una donna eserciti professioni per secoli esclusivamente maschili.
Ministra ti sembra “brutto”? Sorry, “brutto” non è un criterio grammaticale, è un problema tuo di abitudine. O peggio.
Poi ci sono i casi invariabili: il/la cantante, il/la pianista, il/la collega. Cambia l’articolo, non la parola, sono i famosi casi dei battutisti da social, quelli di “dentisto”, per intenderci. Ah ah ah, sai le risate.
Come detto, il punto è semplice: il maschile non è neutro, è maschile. Se una donna dirige, compone, insegna, è una maestra.
E il progresso non si ferma storpiando la grammatica.