18/06/2026
Diceva Eduardo De Filippo: «ho trovato un titolo scriverò una nuova commedia». Le sue opere cominciavano a partire dal titolo.
Cito alcuni autori di titoli, che mi sono cari:
Enzo Striano con Il resto di niente racconta la distruzione della generazione di rivoluzionari del 1799, la migliore gioventù intellettuale e il resto è il niente assoluto;
Domenico Rea, Le formicole rosse: dirà «sarà questo il titolo... ho trovato!» del dramma, dopoaver ascoltato la cantilena di Fausto Perilli, fratellominore della futura moglie Anna Maria.
Così I ragazzi dei carruoccioli, mi ha prima incuriosito col titolo e poi mi ha conquistato con la sua interessante lettura... Sono salito sul romanzo e via a correre lungo le pagine non accidentate come i basoli delle strade della nostra città in quell’inizio anni Sessanta, quando era ancora ignoto era il traffico.
Ogni tanto leggendo ho risentito le voci, quando spuntava in fondo al vicolo una rara automobile con un grido si annunciava a chi era sopra il vicolo: “fermate ’e carruocciole.
Qualche anno dopo l’avvertimento era un altro: “pigliat ’o pallone”.
Biagio De Rosa ci ha lasciato un buon romanzo composto da tanti racconti, ricercati e storicamente documentati, che si intrecciano uno nell’altro e costruiscono il gomitolo che contiene una storia fatta di tante microstorie meritevoli di essere narrate.
L’autore non cerca di narrare il proprio tempo perduto, ma vuole scrivere del tempo e dei luoghi, sentiti e vissuti che ha abitato e frequentato. Ne I ragazzi dei carruoccioli leggiamo e ascoltiamo, vediamo e partecipiamo ad azioni di malignità e di generosità, il male e il bene. Ci racconta così il mistero delle vite degli “umiliati e degli offesi”, che finiscono nel corso degli eventi a capofitto, ma allo stesso tempo trovano la forza o la capacità di alzarsi nuovamente. Leggiamo come nelle pieghe del romanzo questa loro umanità viene trasposta in una prospettiva universale.
Da anni svolgo l’attività di lettore di professione scelgo ed edito con passione i libri che pubblico. Appartengo alla confraternita dei librai, sono un venditore di libri, che nel tempo, tempo cercato e trovato, nel quale leggo ed edito pure libri. Quando ricevo un dattiloscritto mi avvicino con la misura della distanza, perché devo responsabilmente rispondere, a lettura avvenuta, con il pre-potente potere di pubblicarlo o rifiutarlo. Elemento decisivo nella lettura e nella scelta è cercare insieme alla capacità letteraria la nascosta necessità dell’autore; il suo bisogno di voler raccontare, testimoniare, di storie vere o inventate, che devono sembrare quasi specchio della nostra commedia umana. Nel caso di Biagio De Rosa ho trovato oltre una buona qualità narrativa una sentita necessità. Sono elementi che non sempre stanno insieme nelle tante proposte che ricevo. La squisita collaborazione dei figli dell’autore: Danilo, Fabrizio e della moglie Anna Maria Rotondaro Aveta. Purtroppo a tanti non riesce di giungere al traguardo di un testo “necessario”. Chiudo questa nota perché sono arrivato. Qui scendo da “Freccia” come avevo chiamato, tanto tempo fa, il mio carruocciolo. Napoli, 12 giugno 2026
Raimondo Di Maio, il libraio ed editore in fondo alla città