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SAVIANO GRAN PROFETA DEL BANALE.Dalla "trattativa" al caso Moro, quanti imbonitori del banale venerati come oracoli. Il ...
12/06/2013

SAVIANO GRAN PROFETA DEL BANALE.
Dalla "trattativa" al caso Moro, quanti imbonitori del banale venerati come oracoli. Il dramma di un paese senza verità condivise

Già il fatto che questa creaturina artificiale dei media, questo profeta del banale di nome Roberto Saviano, abbia ricevuto, senz'arte né parte, la cittadinanza onoraria di Firenze, manco fosse un La Pira o figlio d'altra schiatta di santi, la dice lunga; ma che poi l'abbia "dedicata a tutti coloro che non possono averla", è uno sberleffo all'intelligenza, all'ironia, al senso della realtà. Una massa di diseredati che si vedono sottratto il diritto alla cittadinanza onoraria di Firenze, ma che idea di tronfia stupidità. Si agghindano di onorificenze monologhi sul crimine che fanno ve**re voglia di diventare criminali.

Avendolo conosciuto fin troppo, i lettori hanno abbandonato Saviano, gli preferiscono perfino Dan Brown (figuriamoci!), si sono dimezzati gli acquirenti delle sue maniacali rassegne estasiate del male sociale (e Gomorra e la Cocaina, e arriverà spero presto la tratta degli schiavi). A Saviano è andata con le copie come è avvenuto con il dimezzamento delle rendite elettorali destinate a Grillo, fenomeno parallelo e quasi altrettanto banale nello star system dei derelitti di successo, quelli che non hanno niente da dire ma lo dicono con gratificante assiduità e raccogliendo consenso. Offrono al gentile pubblico la possibilità di essere o di pensarsi buono, educato, umanitario, molto impegnato nella lotta al crimine, ma alla fine raccolgono dolenti sbadigli come tutti gli impostori e gli imbonitori.

L'ultimo ritrovato dei ciarlatani è in fatto di mafia il dire perentorio che il governo, e quale governo non importa, «è immensamente assente dalla lotta alla mafia». Così parlò lo Zaratustra di Casal di Principe. Immensamente, capite? Assente, capite? Ora è noto che Falcone fottè la cupola con un processone reso possibile dai soldi del governo appositamente stanziati con decreti legge e dalle leggi sui pentiti e sulle procedure sommarie di dibattimento definite dal Parlamento e dalla sua maggioranza governativa all'esclusivo scopo di stroncare con ogni mezzo la cupola di Cosa nostra; è noto che Mori, un carabiniere agli ordini del governo, arrestò Salvatore Riina; è stranoto che in seguito, non importa quale fosse il governo o il ministro dell'Interno, Napolitano o Maroni o Pisanu o altri, un incredibile numero di mafiosi residui, tra i quali Binnu Provenzano detto U Tratturi, sono stati arrestati, processati e condannati; si sa che le finanze mafiose sono state in parte cospicua confiscate e affidate al volontariato antimafioso; non è ignoto che un numero grande di consigli comunali è stato amministrativamente sciolto dal governo, quale che fosse il suo colore politico; abbiamo visto tutti che la retorica dell'antimafia, anche con tutti i suoi pigri e fanatici risvolti savianei, percorre indefessa le onde radio e quelle televisive, tanto che un calunniatore e pataccaro come Massimo Ciancimino è stato usato da Antonio Ingroia, manco fosse un educatore «icona dell'antimafia», prima per istruire con l'aiuto dei talk show un processo ad alta intensità emozionale contro uno Stato colluso che palesemente non esiste, infine per imbastire una candidatura sfortunata alle elezioni politiche in nome della rivoluzione civile e della grottesca agenda rossa. Falcone morì ammazzato dalla mafia che era il primo funzionario di un ministero della Giustizia gestito nientemeno che da Claudio Martelli, sotto il segno di Giulio Andreotti presidente del Consiglio, e i suoi assassini sono stati processati, condannati tutti, mentre lo Stato è così tollerante da lasciare che si dica e ridica, magari perfino nelle procure, che ogni volta che un crimine è sanzionato manca sempre qualcosa, c'è un mandante che è sempre esterno, sempre politico, così tanto per fare la nostra parte alla Ferdinando Imposimato, il Dan Brown de' noantri.

Detto tutto questo, uno va a Firenze, e vede un giovane scrittore vestito di nero come Juliette Greco che fa un monologo sulla immensa distanza del governo dalla lotta alla mafia, manovrato come un burattino e rovinato dai pupari editoriali e politici che tirano i suoi fili. Ma che spettacolo abnorme, che gusto horror della scena pubblica, che mancanza di spirito e di senso comune. Da Saviano si passa appunto, via radio, Radiouno, alla predicazione di un Imposimato. Ho appreso venerdì scorso, in un tranquillo pomeriggio di interviste da cani, che uno studente sovietico ha seguito e pedinato per mesi Aldo Moro, alla vigilia del suo rapimento, che a fare fuori lo statista democristiano è stato il Kgb e non le Brigate rosse come credevamo noi (ma non erano gli amerikani? Non era Kissinger il grande sospettato fino a ieri?), e dulcis in fundo che il Papa sbaglia quando dice al fratello di Emanuela Orlandi che lei è «in cielo», manco per idea, lei è viva e vegeta e ha avuto una storia d'amore con il suo rapitore, dice sicuro Imposimato, chissà dove consuma il suo matrimonio, del quale naturalmente è responsabile di nuovo il Kgb, l'orco delle favole che non prevedeva il lieto fine. Ma via, si può tenere insieme un Paese così immensamente lontano da un criterio minimo, elementare di verità, come dicono i pigri, condivisa?

© - FOGLIO QUOTIDIANO

Dalla "trattativa" al caso Moro, quanti imbonitori del banale venerati come oracoli. Il dramma di un paese senza verità condivise

Primarie de che? Nella gara a sinistra per la candidatura a sindaco di Roma, in piena depressione post voto, tutti parla...
07/04/2013

Primarie de che? Nella gara a sinistra per la candidatura a sindaco di Roma, in piena depressione post voto, tutti parlano d’altro (e di Grillo)
di Marianna Rizzini © - FOGLIO QUOTIDIANO

Reale, ma anche surreale, il volantino se ne sta lì, nel bar di Trastevere, in bella vista, tra i tovaglioli e il cornetto: “Domenica 7 aprile scegli il tuo candidato presidente di municipio”. “Addirittura il municipio?”, dice il primo avventore, incredulo. “Ma il foglietto per il sindaco ’ndo sta? Me so’ perso qualcuno”, dice il secondo avventore, improvvisamente consapevole dell’imminenza delle primarie a Roma in un quadro in cui tutti pensano a tutt’altro. Perché le primarie ci sono, ma è come se non ci fossero. Sono domani, ma è come se appartenessero a un altro secolo: i candidati girano e girano (non visti dai più), fanno civili dibattiti all’americana su YouDem e su Sky, fanno cerimonie di chiusura al Lanificio, a San Lorenzo o al teatro Colosseo (Ignazio Marino e Paolo Gentiloni), fanno incontri al pub e all’Auditorium (David Sassoli) e consultazioni con i cittadini all’aria aperta (tutti), si combattono e si sorridono, parlano di cani, start-up e biciclette, testamenti biologici e appartamenti, ma è come se, loro malgrado, fischiettassero guardando in alto mentre tutto attorno crolla il mondo in cui ci si muoveva fino all’altro ieri. Non possono fare che questo, e però le loro primarie sono un “evento” in controtempo, affossato anche psicologicamente dall’effetto depressivo della botta elettorale.

Doveva essere tutto diverso, è chiaro: doveva esserci il traino (a sinistra) di elezioni nazionali che si pensavano più o meno vittoriose per l’ala maggioritaria del Pd. Doveva essere l’ultimo atto della Reconquista (dopo Silvio Berlusconi, dopo Gianni Alemanno, dopo la battaglia contro Matteo Renzi, prima del ritorno di Matteo Renzi). E invece arrivano proprio ora, le primarie, nel bel mezzo dell’intoppo politico e istituzionale, a incertezza raddoppiata – e non importa che pure la destra sia messa male (peggio?), con il sindaco uscente e ricandidato Gianni Alemanno che avvia la campagna elettorale mentre sull’ex amministratore di Eur Spa Riccardo Mancini, considerato suo fedelissimo, pende l’accusa di corruzione e concussione per il pasticciaccio delle presunte tangenti sull’appalto dei filobus (anche in questo caso effetto depressivo, ma non solo a destra, tanto che ogni volta che qualcuno, in comune, nomina il caso Mancini, qualcun altro si chiede: “Ma non è che poi questi, alla fine, candidano davvero Giorgia Meloni?”). Persino il nemico è in via di definizione: destra, Cinque stelle, coazione ad autodistruggersi?

Arrivano ora, le primarie del centrosinistra, con i “beautiful” in sordina: Alessandro Gassman, Marco Bellocchio, Dacia Maraini, Ennio Morricone per Ignazio Marino; varie “personalità della cultura” per Paolo Gentiloni; Andrea Rivera per David Sassoli. Arrivano senza grandeur. Persino i candidati, appena possono, preferiscono parlare d’altro – governo, presidente della Repubblica, terrore e psicodramma a Cinque stelle – pur consapevoli dei sondaggi e della profezia che la Cassandra improvvisata Walter Tocci, ex vicesindaco, ha buttato lì come niente fosse un mese fa, sul piatto già amaro della prima direzione del Pd appena uscito dalle urne: “E’ su Roma la prossima battaglia di grande impatto politico nazionale… Tutto lascia prevedere che andremo al ballottaggio con il candidato grillino, che a quel punto potrebbe essere votato anche dalla destra con un effetto Parma”. Il candidato grillino, prescelto sul Web un paio di settimane fa, con cinquecento “clic” su poco più di un migliaio di votanti (hai voglia a dire “primarie”) si chiama Marcello De Vito, fa l’avvocato, vive a Montesacro, fa politica da neanche un anno (e cioè da quando ha sentito il presidente Giorgio Napolitano parlare di “antipolitica”, dice), vuole andare a spulciare i contratti comunali per scovare “i derivati” e usa slogan provvisori come “aripijamose Roma”, molto criticato per l’assonanza con le formule da “Romanzo Criminale” – a quel punto De Vito ha detto che ha in cantiere slogan più educati, “carini” e non in dialetto. Ai suoi sostenitori sul Web, in realtà, era piaciuto all’inizio “daje”, slogan nel frattempo scelto dal candidato pd Ignazio Marino, poi accusato dai grillini di aver scippato a De Vito la paroletta in romanesco (intanto ripudiata dai Cinque stelle, preoccupati per la “cafonaggine” della medesima). Di suo, De Vito, trentottenne convinto che il grido “basta deleghe” sia l’arma di conquista nei quartieri meno sensibili ai “vaffa” di Grillo, non sarebbe la minaccia insondabile che rappresenta agli occhi del Pd, se fosse soltanto, con tutto il rispetto, il signor Marcello De Vito. Al posto suo potrebbe esserci Pinco o Pallo, e sarebbe uguale, ma siccome Beppe Grillo ha già detto di voler scendere a Roma per uno “Tsunami tour” lungo le rive del Tevere, magari utile anche a compattare il gruppo parlamentare stufo di riunirsi per ratificare la linea già decisa ai vertici, De Vito incarna la grande paura e il grande interrogativo: quanto può pescare, a destra, il grillino, in caso di ballottaggio col candidato della sinistra?
E insomma a Roma, a sinistra, non si respira aria di “Idi di marzo”, film di George Clooney sulle primarie americane, con Ryan Gosling e Philip Seymour Hoffman a a far da specchio al gioco di buona e malafede che rende la politica grande e meschina, cinica e bara (ma indispensabile). E non si respira neanche aria da “Il candidato a sorpresa”, film comico su un’elezione spiazzante, con doppia inversione di ruolo e beffa a sorpresa per i supporter milionari. Niente di tutto questo va in scena a Roma, adesso, nella stanca ora della vigilia, resa ancor più mesta dal risparmio imposto a livello di partito; niente a parte la rissa sui manifesti (Gentiloni e Marino contro David Sassoli per presunte affissioni abusive; Sassoli che si scusa a “Striscia la notizia”, promettendo maggiore attenzione in fase di attacchinaggio). C’è solo un’ansia moderata al pensiero del turno unico: domenica sera apri l’urna e chi vince vince, anche se ha preso il trenta per cento, magari, e solo un voto più di te.

Vogliono fare gli anglosassoni, i candidati che nello studio di YouDem si fronteggiano appollaiati su panchetti da baita di montagna, con i tre frontmen David Sassoli, Paolo Gentiloni e Ignazio Marino a fare la faccia moderatamente rassicurante e i tre sfidanti di nicchia Patrizia Prestipino, Gemma Azuni e Mattia Di Tommaso a fare la faccia moderatamente innovatrice – e chissà che cosa pensavano, in mezzo a tutto quel fair play, gli altri cinque candidati, quando Ignazio Marino, candidato dell’ultima ora con sponsorship di Goffredo Bettini, ha detto che in caso di vittoria avrebbe, come prima cosa, “chiamato” con sé i suoi concorrenti (le facce erano perplesse, ché uno può essere “chirurgo” quanto ti pare, e a favore dei “diritti” quanto ti pare – come ricorda sempre Marino per sottolineare la sua appartenenza alla filiera “radical” e la sua estraneità a una politica in cui comunque milita da tempo – ma la frase buonista, detta a chiusura del dibattito finale a sei, restava pur sempre, per gli altri, una frase troppo buonista). E chissà che cosa pensa davvero David Sassoli della cosiddetta (dagli avversari) “trovata” (sua? del comunicatore Roberto Cuillo? del coordinatore Giulio Pelonzi, quello incredibilmente simile a Sassoli da giovane, tanto da essere chiamato “il clone”?): trovata che consiste in un video in cui Sassoli e il comico Andrea Rivera stazionano sotto un palazzo, davanti a una serie di citofoni, con Sassoli che, preso da timidezza, non si decide a citofonare al cittadino da convincere. “Non ce la faccio, non ce la faccio”, dice al comico che intanto gli fa un massaggio anticontratture alla cervicale. “Non ce la faccio”, ripete, credendoci sì e no, mentre Rivera porge allo spettatore la sentenza: “Non ce l’ha fatta – a prendere in giro la gente lui proprio non ce la fa”. E chissà che tormento per Paolo Gentiloni, il candidato più esperto per esperienza da assessore in comune e per esperienza di ministro delle Comunicazioni nel governo Prodi, doversi quasi trattenere dal dirlo, “sono esperto”, ché nel tempo gramo dell’antipolitica dirsi “politico” pare una parolaccia. E invece lui, Gentiloni, dopo una campagna con cartelloni (consentiti) in bicicletta, e dopo l’offensiva sul Web al grido di “trasparenza, inclusione e futuro” (si parla addirittura della “Roma del 2025”), vorrebbe alzarla, la bandiera “dell’autorevolezza” che “serve alla città”: “Non sono un chirurgo” (come Marino), dice, “non sono un conduttore Rai” (come Sassoli) e “non sono un miliardario” (come l’indipendente di area “calce-e-martello” Alfio Marchini, ritiratosi dalle primarie, da lui ritenute “di corrente”, ma pur sempre in corsa per il dopo-primarie con il suo Movimento della cittadinanza). “Sono un politico con esperienza di governo locale e nazionale, e fare il sindaco di Roma è un mestiere complicato”, dice Gentiloni. E però a un certo punto, tra i suoi sostenitori, si è fatto strada il dubbio che la carta da sbandierare fosse soprattutto l’altra, e cioè quell’essere “renziani” che un tempo a Roma suscitava diffidenza e che oggi suscita la frase di rimpianto in romanesco “ah, si cc’era Renzi!”, udita anche fuori dai circoli di appartenenza.

Chi sta con chi?, si chiedono gli appassionati della telenovela “Pd romano contro Pd romano”, che vede la fazione dalemiana (ora pro Sassoli) e quella bettinian-zingarettiana (ora pro Marino) fronteggiarsi da anni interminabili, anche se le truppe di ambedue le parti sono ormai fiaccate dalle troppe lotte e dal risultato del voto nazionale. Chi sta con chi?, si chiedono pure i romani di centrosinistra previdenti, quelli che per tempo hanno compulsato i siti dei tre principali concorrenti alla candidatura, scoprendo, per esempio, che Marino racconta per filo e per segno la sua carriera nel mondo dei trapianti, puntando sull’afflato bioeticistico e “pro diritti” (al che gli avversari chiedono: “Ma perché allora non resta in Parlamento?”). E scoprono, gli elettori, che Gentiloni, per dare slancio allo slogan “ripartire da qui”, fa lunghi discorsi-video con sfondo di rovine e traffico al Colosseo, attacca i mega stipendi nelle municipalizzate e inneggia alla “green economy” (al che i nemici dicono: “Aridaje con l’ecologia”). Sassoli, intanto, ha messo il programma in ordine alfabetico: A come “agricoltura”, B come “bambini”, C come “cinema”, D come “donne”, H come “hostel”, O come “Ostia”, S come “soldi”, T come l’immancabile “trasparenza” – al che i detrattori sbottano: “Manca solo Z di Zorro”. Resta il fatto che chiunque si candidi, nel Pd e fuori, per neutralizzare in culla il grillismo arrembante, mette in evidenza non solo la “trasparenza”, ma pure i “tagli” agli emolumenti di chicchessia.

Chi sta con chi?, si chiedono quelli che vedono sempre i soliti dietro le quinte, e cioè “Walter Veltroni dietro a Marino” e “Massimo D’Alema dietro a Sassoli ma non del tutto” – e pensare che tre anni fa, ai tempi della candidatura di Sassoli alle europee, c’era chi vedeva D’Alema dietro al “laico” Marino, allora possibile competitor dello stesso Sassoli nelle liste in via di compilazione, e c’era chi vedeva gli “ex popolari” dietro a Sassoli, ex vicedirettore del Tg1 poi candidato a Strasburgo in quota “back into the Vatican”, per via del suo passato non troppo sbilanciato a sinistra e delle letture teologiche discusse col collega Gianni Riotta. E però oggi c’è chi vede il medesimo D’Alema non solo dietro a Sassoli, ma pure dietro ad Alfio Marchini, ingegnere vicino ai costruttori, socio fondatore di ItalianiEuropei e candidato extra-primarie che intanto si mette avanti col programma, e va a “Servizio pubblico” a dire con gran sorriso che “ci vuole pragmatismo” e va alle “Invasioni barbariche” a parlare della “donna tradita” che “ci sopporta da millenni”. La donna sarebbe Roma, spiega a Daria Bignardi il quarantasettenne Marchini, padre separato di cinque figli, ex consigliere Rai all’epoca di Letizia Moratti, già paragonato a Ridge di “Beautiful” per lineamenti squadrati e capigliatura – oggi Marchini è pettinato ancora nello stesso modo (“non volevo mai tagliare i capelli”, racconta quando è in vena di amarcord, cioè sempre) ed è prodigo di parole tra radio e tv (“io dico sempre la verità”, è il suo tormentone). “Almeno questo parla”, commentano i cronisti stufi di inseguire il broncio dei grillini. Poi certo, uno apre il sito di Alfio Marchini e legge “perfino chi crede di conoscermi davvero sa di me solo quello che ormai riesco a mostrare, e nulla più”. Non si fa in tempo a chiedersi “ma che vorrà dire, Alfio?” che subito appare l’enorme cuore rosso del logo: “I turisti portano nel cuore la calda luce del tramonto”, scrive un Marchini versione Harmony mentre chiede ai cittadini “la delega emozionale” – ed è roba talmente trasversale da essere considerata adatta a una certa sinistra, a una certa destra e a un certo centro, ai vecchi amici del nonno “palazzinaro comunista” come al giro “Caltagirone”, ai circoli sportivi (Marchini è ex campione di polo) come agli estimatori di Shimon Peres (Marchini vanta un’antica frequentazione). In confronto alle romanticherie del candidato indipendente Alfio, non partecipante alla gara di domenica, paiono seriosi anche i “quattro pilastri di felicità” elencati online dalla candidata alle primarie (della primissima ora) Patrizia Prestipino, assessore zingarettiano alla provincia e professoressa di Lettere in aspettativa, presentatasi come “l’uomo giusto per Roma” (i pilastri sono il “taglio della spesa”, la solita “trasparenza”, “l’ambiente di vita e lavoro”, la “città dei diritti”). “Ho rinunciato a correre per il Parlamento”, dice Prestipino quando non parafrasa Dostoevskij (non sarà “la bellezza” a “salvare il mondo”, ma la “bellezza di Roma” a “salvare le istituzioni” e tutto il cucuzzaro).

Gira che ti rigira, i protagonisti occulti della campagna per il sindaco di Roma sono comunque Grillo da un lato, come spauracchio o modello occulto, e Renzi dall’altro, come spauracchio o modello occulto: nelle parole d’ordine dei candidati traspare l’attenzione ai cavalli di battaglia dell’anticasta e della rottamazione: “Io non appartengo alla casta”, dice Gemma Azuni, candidata di area Sel, forte degli “anni all’opposizione” in comune contro Alemanno; “mi candido per superare vent’anni di immobilismo, e perché nessuno possa dire ‘perché ti candidi alle primarie, a ventotto anni?”, dice Mattia Di Tommaso, giovane socialista. E mentre il candidato grillino De Vito, per ora meno tormentato da dubbi e diktat dei suoi colleghi parlamentari a Cinque stelle, sottopone alla divinità del Web il quesito “dove vogliamo chiudere la campagna elettorale?”, i “Pirati” italiani, decisi a sostenere, fuori dalle primarie, il candidato sindaco Sandro Medici, sfidano Grillo sul suo terreno: noi siamo “la versione democratica del M5s, libertà di espressione, di pensiero e di Rete, con un surplus di democrazia”, dicono, presentando un non-candidato che si definisce “incandidabile”, il “romano d’Africa” Josef Yamane Tewelde, detto “JoJo”, nato a Roma da genitori eritrei. “Potrete sposare la sua causa, seguirlo e sostenerlo, ma non lo potrete votare”, è lo slogan del suo comitato: JoJo, infatti, non è cittadino italiano. “Per legge, quindi, non potrà sedere in Campidoglio”, dicono i sostenitori, “ma lui non ritiene questo un buon motivo per non organizzare una campagna elettorale, con un dettagliato programma, incontri e altri eventi, come un candidato vero”. Ma il fantasma di JoJo non oscura lo spettro che fa capolino dalle parole del responsabile economico del Pd Stefano Fassina. Intervistato ieri da Repubblica, Fassina ha detto (col senno di poi?) che, per “il futuro”, il partito farebbe meglio “a esprimere un solo nome” – molti sdegnati, a quel punto, ma anche molti finalmente liberi di lasciarsi andare alla domanda: “Ma dovevamo proprio farle, queste primarie?”.

Nella gara a sinistra per la candidatura a sindaco di Roma, in piena depressione post voto, tutti parlano d’altro (e di Grillo)

Federico Dal Cortivo per Europeanphoneix ha intervistato Marco Della Luna, autore del libro “Traditori al governo? Artef...
05/04/2013

Federico Dal Cortivo per Europeanphoneix ha intervistato Marco Della Luna, autore del libro “Traditori al governo? Artefici, complici e strategie della nostra rovina”.

L’Italia è oramai da anni sotto attacco, non militare, non c’è ne bisogno essendo la pen*sola dalla fine della Seconda Guerra Mondiale occupata militarmente dagli Stati Uniti, ma economicamente.
Gli obiettivi fin troppo chiari, distruggere completamente il sistema Italia che era fatto anche d’imprese anche a partecipazione statale, lo Stato sociale, le regole del mondo del lavoro, la previdenza pubblica e la sanità, la scuola e l’università dello Stato e infine mettere le mani sul nostro patrimonio economico, colonizzando definitivamente la pen*sola.

D: Avv. Della Luna lei ha recentemente pubblicato un saggio da titolo eloquente, “Traditori al governo?”, nel quale analizza in modo esauriente le dinamiche e i personaggi che hanno portato la nostra nazione al punto in cui si trova oggi dopo l’ultimo governo tecnico di Mario Monti. Quali sono stati a suo avviso i passaggi fondamentali che ci hanno portato alla situazione attuale di grave crisi economica?

R: Le principali tappe della rovina voluta, e finalizzata a dissolvere il tessuto produttivo del paese, desertificandolo industrialmente e assoggettandolo alla gestione via centrali bancarie fuori dai suoi confini, onde farne territorio di conquista per capitali stranieri, sono i seguenti:
✓ la progressiva e totale privatizzazione-di­vorzio dal Ministero del Tesoro della pro­prietà e della gestione della Banca d’Italia, con l’affidamento ai mercati speculativi del nostro debito pubblico e del finanziamento dello Stato (operazione avviata con Ciampi e Andreatta negli anni Ottanta);
✓ l’immediato, conseguente raddoppio del de­bito pubblico (da 60 a 120% del pil) a cau­sa della moltiplicazione dei tassi, e la crea­zione di una ricattabilità politica strutturale del Paese da parte della finanza privata;
✓ la svendita agli amici/complici e ai più ricchi e potenti, stranieri e italiani, delle industrie che facevano capo allo Stato e che erano le più temibili concorrenti per le grandi indu­strie straniere;
✓ la privatizzazione, con modalità molto “riserva­te”, ma col favore di quasi tutto l’arco politico, della Banca d’Italia per mezzo della privatizza­zione delle banche di credito pubblico (Banca Commerciale Italiana, Banco di Roma, Banca Nazionale del Lavoro, Credito Italiano, con le loro quote di proprietà della Banca d’Italia);
✓ la riforma Draghi-Prodi che nel 1999 ha autorizzato le banche di credito e rispar­mio alle scommesse speculative in derivati usando i soldi dei risparmiatori e alle car­tolarizzazioni di mutui anche fasulli, come i subprime loans americani;
✓ l’apertura delle frontiere alla concorrenza sleale dei paesi che producono schiavizzan­do i lavoratori e bruciando l’ambiente;
✓ l’adesione a tre successivi sistemi monetari – negli anni Settanta, Ottanta e Novanta – che impedivano gli aggiustamenti fisiologici dei cambi tra le valute dei paesi parteci­panti – anche l’Euro non è una moneta, ma il cambio fisso tra le preesistenti monete – con l’effetto di far perdere competitività, industrie e capitali ai paesi meno compe­titivi in favore di quelli più competitivi, che quindi accumulano crediti verso i primi, fino a dominarli e commissariarli.
Da ultimo, le misure fiscali del governo Monti-Napolitano-ABC, che, tra le altre cose, hanno depresso i consumi,hanno messo in fuga verso l’estero centinaia di miliardi, svuotando il paese di liquidità; hanno distrutto il 25% del valore del patrimonio immobiliare italiano, paralizzato il mercato immobiliare così che imprese e famiglie non possono più usare gli immobili per ottenere credito, e l’economia è rimasta senza liquidità, con insolvenze che schizzano al 30% e oltre.

D: Nel suo libro lei parla senza mezzi termini di “ tradimento”, vere quinte colonne che neppure tanto camuffate operano all’interno dei governi per agevolare l’opera di conquista economica, che si traduce anche in politica, dell’Italia. Personaggi che devono avere dei requisiti ben precisi a suo avviso, ce ne può parlare?

R: Ma io nego che siano definibili “traditori”. Sono piuttosto definibili “nemici”, perché fanno gli interessi stranieri contro quelli nazionali, in modo scoperto. Definisco traditori, invece, i dirigenti dell’ex PCI che sono passati al servizio del capitalismo finanziario sregolato e collaborano con esso alla costruzione di una società e di un nuovo ordinamento nazionale e mondiale al servizio di esso, tradendo il loro elettorato. A dirla tutta, però, non ci sono nemici né traditori: l’Italia è un paese tanto radicalmente mal assortito e tanto irrimediabilmente antropizzato, che l’unica cosa che razionalmente se ne può fare è ciò che quei signori ne stanno facendo, lasciando ai giovani, ai ricercatori, agli imprenditori la possibilità di emigrare verso paesi più funzionanti. Quindi sono assolti, anche moralmente.

D: Ci dica di Mario Monti e dell’altro Mario, quel Draghi che regge la BCE, ambedue hanno prestato i loro servizi… alla stessa banca d’affari, la Goldman Sachs. A quali poteri economici e non rispondono realmente questi figuri? Per il primo si può ipotizzare oggi il reato di Alto Tradimento?

R.: Per quali interessi lavorino, è nella loro storia obiettiva… non è un mistero. Ciò vale anche per Romano Prodi: altra carriera con Goldman Sachs: quando non era suo advisor, era al governo e la nominava advisor del governo per le privatizzazioni… pensiamo specialmente a quella della Banca d’Italia… sono tutte storie di vita e lavoro convergenti… dirlo ieri poteva suona ardito e fantasioso, dirlo oggi suona per contro ovvio.
Il reato di alto tradimento, previsto dall’art. 77 del Codice Penale Militare di Pace, presuppone che l’autore del fatto sia un militare; altra ipotesi di questo reato è quella enunciata dall’art. 90 della costituzione, in relazione al solo capo dello Stato. Quindi un civile in generale, e in particolare un premier, può commettere il reato di alto tradimento solo in concorso o con un militare o col capo dello Stato.
Altrimenti, a un civile diverso dal capo dello Stato si possono ipotizzare altri reati, di attentato alla Costituzione e all’indipendenza della Repubblica, commessi con la violenza consistita nel sottoporre il Paese e il popolo a gravi sofferenze e minacce economiche per indurlo a modificare il suo ordinamento costituzionale e a cedere la sua sovranità sancita dall’art. 1 della Costituzione.

D: E veniamo al Presidente Giorgio Napolitano. Ha favorito la caduta dell’ultimo governo Berlusconi, posto sotto ricatto dalla famosa lettera della BCE, con la quali si ordinava all’Italia di prendere tutta una serie di misure antisociali per favorire i “mercati”. Che ruolo ha avuto e ha tutt’ora colui che fin dai tempi del PCI aveva ottimi rapporti con gli Stati Uniti e quali sono i suoi legami con i poteri finanziari e massonici?

R: Dico che non so se e che legami abbia coi poteri finanziari forti e con le massonerie. E direi così anche se li conoscessi. Quando si parla di un presidente della Repubblica, bisogna stare attenti. A meno che si parli da un paese estero, sotto la protezione di un’altra bandiera. Da dove sono, posso dire che egli si intende di macroeconomia, quindi capiva e capisce ciò che stava e sta avvenendo, e che effetti hanno certe manovre.

D: Per un attimo un passo indietro, certe cose non sono solo di oggi come lei ben saprà, come giudica i precedenti governi sia di centrosinistra sia di centrodestra che nulla hanno fatto per tutelare gli interessi nazionali negli ultimi decenni? Si potrebbe a suo avviso far partire la loro chiamiamola “negligenza”, ma meglio starebbe il termine “tradimento”, di non tutela degli interessi nazionali, da quella famosa riunione a bordo del panfilo reale Britannia al largo di Civitavecchia nel giugno 1992?

R: Facendo seguito alla mia prima risposta direi che la partitocrazia italiana, complessivamente, dalla fine degli anni ’70, lavora per rendere il Paese territorio di conquista per i capitali stranieri, come ho già detto. Ciò ha fatto e sta facendo – soprattutto la sinistra – sotto la copertura di due concetti: riformismo e dell’europeismo.

D: E veniamo alla cura proposta dalle teste d’uovo di Bruxelles, del FMI e dalla BCE: pareggio di bilancio, privatizzazioni, tagli alla sanità, alla scuola, alle pensioni, riforma del lavoro ecc. Queste cose dove sono state messe in pratica non hanno certo portato prosperità per i popoli, ma bensì solo per i cosiddetti mercati, che non sono di certo un entità aliena. Ce ne può parlare?

R: La parola “riformismo”, di cui tutti si riempiono oggi la bocca, ha avuto, dopo la metà degli anni '70, un'inversione di significato:
Dapprima, dalla seconda rivoluzione industriale, e anche nella Carta Costituzionale del 1948, e ancora nello Statuto dei Lavoratori, “riformismo” significava riforma della proprietà agraria per por fine allo sfruttamento dei contadini da parte dei latifondisti; significava diritti sindacali, previdenziali e di sciopero per por fine allo sfruttamento degli operai da parte dei grandi imprenditori; significava contrastare le sperequazioni di reddito, diritti e opportunità tra lavoratori e capitale finanziario; significava consapevolezza del crescente strapotere delle corporations e del capitalismo rispetto ai cittadini, ai lavoratori, agli elettori, ai risparmiatori, ai piccoli proprietari, degli invalidi (uno strapotere che oggi è moltiplicato dalla globalizzazione e dal carattere apolide della grande finanza). Era un riformismo per la solidarietà, l'equa distribuzione delle opportunità e del reddito, l'accessibilità al lavoro e alla proprietà privata. Da tutto ciò l'art. 1 con la Repubblica fondata sul lavoro; l'art. 3 con la parità dei cittadini e l'obbligo di rimuovere gli ostacoli anche economici che, di fatto, limitano questa parità; gli artt. 35-40 con la tutela del lavoro; l'art. 41, che vieta l'iniziativa economica che sia contro l'interesse sociale o la sicurezza e dignità umane, stabilendo che la legge possa indirizzarla ai fini collettivi; l'art. 42 che assicura le funzioni sociali della proprietà; l'art. 43 che prevede l'esproprio nel pubblico interesse; etc.1; fino all'art. 47, che tutela il risparmio, e non le maxifrodi ai danni dei risparmiatori, e i bonus e le cariche pubbliche in favore di chi le ordisce.
Dalla fine degli anni '70, “riformismo” ha preso a significare esattamente l'inverso, ossia la demolizione di tutto quanto sopra al fine, dichiarato, di togliere ogni limitazione alla possibilità di azione e profitto del capitale finanziario, della proprietà privata, della privatizzazione di beni e compiti pubblici, sul presupposto che ciò genererà più ricchezza, più equità, più produzione, più occupazione, più libertà, più stabilità, più razionale allocazione delle risorse. Con i risultati che vediamo: crescente estrazione della ricchezza prodotta dalla società da parte di cartelli e oligopoli multinazionali, anzi soprannazionali.
E' la linea, come dicevo, della scuola economica di Chicago, del Washington Consensus, della CIA, di Thatcher, Reagan, etc. E dell’europeismo. Ma nonostante questi risultati, i vari Monti, Draghi, Rehn, Merkel e compagnia bella non fanno che ripetere che bisogna continuare sulla via delle riforme, altrimenti non c'è speranza, e se qualcosa non funziona, è appunto perché le riforme non sono state abbastanza risolute e complete. In realtà personaggi come la Merkel non sono tanto ottusi da non capire che il modello è radicalmente sbagliato e devastatore, ma alcuni paesi, Germania in testa, traggono vantaggio da esso in quanto la sua applicazione colpisce in modi diversi quei medesimi paesi e altri, come l'Italia; e l'effetto di tale diversità è che esso, come già detto, spinge capitali, imprese e lavoratori qualificati a trasferirsi nei paesi più forti, depauperando i più deboli ed eliminandoli come concorrenti.
Se vi prendete qualche minuto e leggete attentamente i suddetti articoli della Costituzione, che regolano la sovranità e i rapporti e valori socio-economici, noterete, forse con stupore, che tutto il percorso di riforme in materia di moneta, finanza, lavoro, Banca d'Italia, sistema monetario europeo (Maastricht), globalizzazioni, privatizzazioni, liberalizzazioni, cartolarizzazioni, finanziarizzazione dell'economia – tutto, dico, è costituzionalmente illegittimo perché va esattamente, intenzionalmente e organicamente contro quelle norme costituzionali e contro lo stesso impianto sociale e valoriale e teleologico della Costituzione, che è appunto teso all'esclusione dell'attività imprenditoriale contraria all'interesse della società e alla realizzazione di una parità anche sostanziale dei cittadini in un quadro di solidarietà e di sicurezza in fatto di lavoro, reddito, servizi, pensioni. E non di casinò speculativo che comanda al Paese da piattaforme finanziarie estere attraverso il potere del rating e della manipolazione dei mercati, decidendo irresponsabilmente e insindacabilmente come si debba vivere e morire e governare. E' un disegno eversivo della Costituzione. Illecito. A esso hanno collaborato attivamente quasi tutti i “rappresentanti” del popolo, soprattutto la sinistra parlamentare. Senza farlo capire al popolo, ovviamente. Qui sta il conflitto di interessi vero. L'incompatibilità assoluta con le cariche pubbliche.
Quindi i veri e primi in candidabili, ineleggibili, portatori di conflitto di interessi sono proprio i leaders della sinistra, assieme a Monti e Draghi: tra i vivi, Prodi, Bersani, Amato…

D: Lei parla di “sacrifici senza prospettive” e di “sogno che la crisi finisca”, ma non vede la luce in fondo al tunnel? Eppure Monti e i suoi sodali ci hanno ripetuto fino alla nausea che siamo in ripresa… e che bisogna avere fiducia nei “mercati”. Lei contesta le linee economiche e fiscali imposte all’Italia dai paladini del “ libero mercato”; ci spieghi perché.

R: L’Italia è vicina alla fine, lo ha detto anche Squinzi il 24 marzo parlando al premier incaricato Bersani. Gli indici sono tutti al peggio, e vengono frequentemente corretti al peggioramento. Non vi è outlook di ripresa. Le migliori risorse del paese – capitali, imprenditori, cervelli – se ne sono andate o se ne stanno andando. Chi dice che l’Italia stia riprendendosi, o è pazzo o mente.
Secondo la tesi adottata dalle istituzioni monetarie, dalla UE, da quasi tutta la politica che vuole governare, il libero mercato spontaneamente realizzerebbe l’ottimale impiego delle risorse e l’ottimale distribuzione dei redditi, inoltre automaticamente preverrebbe o riassorbirebbe le crisi. I fatti hanno clamorosamente smentito questa tesi. Del resto quella tesi valeva per i mercati dell’economia reale, non per i mercati della speculazione e dell’azzardo della finanza, che sono un’altra cosa.
O meglio, il libero mercato non esiste, perché per essere libero un mercato dovrebbe essere trasparente (cioè con operatori visibili eleggibili dentro), non dominato da cartelli, non influenzato da asimmetrie informative, etc. etc. I mercati reali sono dominati, cioè manipolati, da cartelli di soggetti che approfittano di enormi asimmetrie informative (anche in fatto di tecnologie), che si mantengono opachi (anche FMI, BCE, UE, Tesoro USA, hedge funds, grandi banche…). E che influenzano, pagandole o ricattandole, le funzioni politiche.

D: Nel suo libro non disdegna di toccare la vicenda MPS, la famosa banca senese da sempre nell’orbita della sinistra, fatti che al momento sembrano essere stati messi a tacere, con una Magistratura tutta impegnata nell’attacco a tutto campo contro Berlusconi. Chi sono i protagonisti principali e perché si è arrivati a questo e il ruolo del duo Draghi-Monti e del PD di Bersani? Un Bersani che oramai interpreta da tempo, così come tutta la sinistra italiana, il ruolo di “mosca cocchiera dei poteri finanziari antinazionali”.
Volete i protagonisti principali? E’ una cerchia di nomi che potete individuare ricercando gli amministratori e i beneficiari effettivi di società derivate, di controllo, di gestione, cessionarie di rami di aziende, sicav, siv, stichtingen,… società che ricevono strani e grandi prestiti da banche in condizioni sospette… andate a consultare il Cerved, farete molte interessanti scoperte. E, per i bilanci, guardate in Cebi…
Draghi ha prestato in segreto 2 miliardi a MPS già in crisi di liquidità a seguito non solo dell’acquisto di Antonveneta per un multiplo del suo dubbio valore, ma anche per una storia precedente di molti mutui concessi a soggetti che si sapeva non avrebbero pagato, e per le storie Myway e 4you, e per l’acquisizione della Banca del Salento (121)… e Monti presta 4 miliardi pubblici a MPS che in banca ne capitalizza 2,7… bisogna salvare MPS, l’ho detto dal mio primo articolo su di esso, del 29.06.11… ma salviamola per farne una banca nazionale di finanziamento all’economia produttiva, non solo per proteggere interessi privati o di uomini politici.

D: Avv. Della Luna i rimedi esistono per uscire da questa situazione, il mercato non è il destino dell’uomo, come non lo sono le banche, le vie alternative al capitalismo esistono, mancano oggi probabilmente gli uomini in grado d’applicarle in Italia e in Europa. Altrove i popoli hanno intrapreso una marcia diversa, e buona parte dell’America Latina ne è un esempio, questo a pochi giorni dalla morte del Presidente della repubblica Bolivariana del Venezuela Chavez, che certamente ha tracciato una via chiara di socialismo del XXI Secolo. Lei che misure adotterebbe per uscire da questo giro infernale usuraio in cui siamo precipitati?

R: Dalle situazioni non si esce per applicazione razionale e intenzionale di rimedi condivisi, ma perché una situazione si rompe e si cade in un’altra situazione. Non è questione di uomini. Anche il capitalismo finanziario assoluto si romperà, e io mi aspetto che ciò avvenga sia perché il tipo di mondo che esso costruisce per massimizzare la propria efficienza è incompatibile con la vita umana (troppa incertezza, violenza, mutevolezza), sia per effetto della incontrollabile accelerazione e autonomizzazione dei processi informatizzati attraverso cui si realizza, lo high frequency computerized algotrading – una rete cibernetica capace di imparare e, in prospettiva, di sfuggire di mano.

Federico Del Cortivo
Fonte: http://europeanphoenix.it/
Link: http://europeanphoenix.it/component/content/article/18-interviste/585-italia-sotto-attacco-le-quinte-colonne-della-finanza-internazionale-presenti-nel-governo-intervista-a-m-della-luna
29.03.2013

Marco Della Luna, Laureato in legge e psicologia, avvocato cassazionista, conferenziere e docente, autore di 13 libri pubblicati (tra cui i notissimi Euroschiavi e Neuroschiavi), studia soprattutto i sistemi e gli strumenti di dominazione sociale, psicologici e monetari. Ha recentemente pubblicato, con Arianna-Macro Edizioni, Cimit€uro e Traditori al governo?

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