01/06/2026
Un giovane italiano vince il più importante concorso violoncellistico del pianeta.
Ripeto: il più importante del pianeta.
Non il torneo aziendale di padel del quartiere. Non un reality. Non una polemica social. Non una dichiarazione strappata a qualche influencer in cerca di attenzione.
Un italiano, dopo anni di studio, disciplina, sacrifici e talento fuori dal comune, conquista il vertice mondiale della sua arte.
E i giornali italiani?
Silenzio.
Lo stesso silenzio che si riserva alle cose che non si comprendono e che quindi non si sanno vendere.
Perché il problema non è Ettore Pagano. Il problema siamo noi.
Viviamo in un Paese che ha inventato il melodramma, plasmato la storia della musica occidentale, prodotto generazioni di artisti ammirati ovunque e che oggi non riesce a trovare mezza colonna per celebrare un proprio figlio che trionfa nel tempio mondiale della musica.
In compenso sappiamo tutto delle routine mattutine dei tennisti, delle fidanzate dei calciatori, di come si depilano, delle schermaglie sui social, delle dichiarazioni del giorno e delle polemiche che dureranno meno di uno yogurt aperto.
Non è una questione di cultura contro sport.
È una questione di civiltà contro superficialità.
Una nazione si riconosce da ciò che decide di celebrare.
Se celebri il rumore, otterrai rumore.
Se celebri il merito, otterrai eccellenza.
Noi abbiamo scelto il rumore.
Ecco perché i nostri migliori ricercatori emigrano, i nostri musicisti trionfano all’estero e i nostri talenti vengono applauditi prima a Bruxelles, Londra, Berlino o New York e soltanto dopo, forse, a casa loro.
La vittoria di Ettore Pagano non è una notizia musicale.
È un test del quoziente intellettivo collettivo del Paese.
E il fatto che sia passata quasi inosservata è il risultato del test.