29/05/2026
La cinquina del Campiello 2026 è stata annunciata stamattina a Padova. Cinque libri molto diversi tra loro, in attesa del verdetto del 3 ottobre al Lido di Venezia. Li mettiamo in fila.
Marcello Fois, L’immensa distrazione (Einaudi)
Il 21 febbraio 2017 Ettore Manfredini si sveglia e scopre di essere appena morto. Resta un minuto di coscienza, e dentro quel minuto Fois fa scorrere novant’anni: una dinastia emiliana fondata sulla carne e sulla menzogna, il macello accanto a casa, una ciambella mangiata ottant’anni prima, due poltrone su cui si sono decisi i destini di tutti. Perché vivere, forse, è solo un’immensa distrazione dal morire.
Valeria Parrella, La ragazzina (Feltrinelli)
Prima di essere santa, eroina o strega, Giovanna d’Arco è una ragazzina che si mette di traverso. Parrella la racconta così: in armi e in abiti maschili dentro la guerra dei cent’anni, indomita, e per questo da ridurre — in ceppi, a più miti consigli. Ogni guerra somiglia a ogni guerra, ogni ragazzina che dice no somiglia a lei. Centoquaranta pagine, un romanzo civile.
Ermanno Cavazzoni, Storia di un’amicizia (Quodlibet)
Gianni Celati non c’è più: di qui parte Cavazzoni, e ricuce mezzo secolo di amicizia. Trattorie di Bologna, vino sfuso, le paludi del delta del Po percorse come fossero l’Orlando Furioso, una rivista fatta per il gusto di farla. Un libro che ride sul serio — cosa rara, oggi che tutti sgomitano per stare in vetrina — e verso la fine si commuove, quando perfino le parole, nelle ultime mail dell’amico malato, cominciano a evaporare.
Elena Varvello, La vita sempre (Guanda)
Alba, fine anni Trenta. Francesco è bello, bugiardo, giocatore: la vita gli prude nelle mani. Teresa viene da una via di pezzenti, occhi scuri e volontà di ferro, la sola del cortile a diplomarsi. Non potrebbero essere più lontani, eppure si trovano. Vent’anni di ricerche per ridare voce ai propri nonni e raccogliere i frammenti che il fascismo, la guerra e la povertà non sono riusciti a cancellare. Quel che scompare, scrive Varvello, non scompare davvero: si somma al resto.
Alcide Pierantozzi, Lo sbilico (Einaudi)
«Aspettavo i corvi, e invece arrivavano i pensieri.» Pierantozzi scrive come un sismografo: registra la dissociazione, l’allucinazione, i farmaci, le corse al pronto soccorso. Il libro comincia e finisce nel nome della madre malata; il figlio, che è anche l’autore, vive sul ciglio — nello sbilico delle cose, là dove la realtà si smaglia. Non chiede compassione e non promette salvezza: nomina con precisione un male che è di molti.