05/11/2025
ELVIRA MUJČIĆ – La stagione che non c’era (Guanda) VENERDÌ 21 NOVEMBRE
Ci sono ritorni che pesano come macigni e ritorni lieti; ci sono occasioni che sfumano o che si raccolgono sovrappensiero.
Ci sono ritorni di cui quasi nemmeno ci si accorge e poi ci sono attese febbrili e colme di primavera, anche quando fuori dicembre è alle porte, anche quando tutta l’umanità che ci circonda pare volerci inghiottire nei suoi gorghi.
Partiamo da qui: da stagioni tanto sospese da non esserci, perché le crepe che le allargano hanno trascinato tutto con sé. Stagioni che avrebbero potuto essere, altrimenti, ma che non ci sono, perché sono state divorate da chi le popolò.
Cosa rimane di quei non-luoghi sospesi in non-tempi?
È utile, e in che modo può essere possibile ricomporne i brandelli?
Le storie degli abissi vanno raccontate, di sicuro, in ogni storia, in ogni fatto o esperienza c’è qualcosa da salvare. Ma servono voci che non siano fatte solo per incantare, che sappiano aprire squarci nel pensiero. Per illuminarlo, per farlo tendere a qualcosa di universale.
Proprio per questo ci sono ritorni preziosi, come quello di Elvira, e ci sono attese febbrili, fatte di vuoti e pensiero e appunti nel lasso di tempo di decompressione tra lettura e presentazione del suo ultimo La stagione che non c’era.
Noi con questo lancio non vogliamo togliere la sorpresa della pagina, del tono di voce che anima la riflessione profonda, della minuzia nella scelta del dettaglio e di ogni parola.
Per questo ci fermiamo qui, lasciando solo due note: quelle dell’editore e qualche riga di una recensione che ci ha colpito.
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Jugoslavia, 1990. L’aria è tesa, le voci dei nazionalisti si fanno sempre più insistenti. Ma c’è ancora tempo, c’è ancora spazio per scongiurare gli allarmi che arrivano dalle zone di confine. In questa atmosfera elettrica, due giovani fanno ritorno alla loro cittadina nella Bosnia orientale. Nene è un artista ossessionato dall'eventualità che il suo Paese possa d’improvviso non esistere più, che nessuno ricordi più cosa significa essere jugoslavi, e immagina di realizzare un’opera che testimoni il mondo in cui la sua generazione è cresciuta. Merima, l’amica degli anni della scuola, crede nella politica, nel sogno di «fratellanza e unità» dei popoli, e cerca di contrastare i venti burrascosi che soffiano nel Paese, sperando così anche di distrarsi da una ferita d’amore. E poi c’è Eliza, la figlia di Merima, una bambina di otto anni che sta pianificando un viaggio per raggiungere il padre che non ha mai conosciuto e di cui conserva solo un biglietto di auguri. Elvira Mujčić, che durante le guerre jugoslave era una bambina come Eliza, racconta i destini individuali attraverso cui si muove il destino di un Paese intero, animato dagli stessi sogni dei suoi protagonisti, che inevitabilmente si scontrano con la fine delle proprie utopie. La Jugoslavia diventa così il simbolo di ciò che accade quando il culto del passato si esaspera e si trasforma in violenza, teatro di paure e inquietudini così simili a quelle del nostro presente.
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Ho ascoltato Mujcic in più occasioni, legate alla sua vita di scrittrice italiana nata a Srebrenica e ai suoi pensieri sulle lingue, sulle appartenenze e le disappartenenze. Ho visto che è molto intelligente, di un'intelligenza minuziosa e pronta a scartare, e mi sono detto - deplorevolmente - che un'intelligenza così potesse nuocere alla scrittura narrativa,
esponesse persone luoghi e fatti all'arringa, che è una delle ragioni per cui non so scrivere un romanzo. Forse si dev'essere o un po' meno intelligenti, o molto più.
Come lei.
E poi Mujcic chiama Sarajevo "Sarajevo", e solo S., qui e altrove, il paese della Bosnia orientale in cui si svolge la sua storia, come per allontanare l'effetto travolgente del nome di Srebrenica - o del fiume, al Drina, e per far dimenticare la sua biografia, salvo farla sentire più forte dopo la lettura. La bambina Eliza tiene un diario, poetico e smascheratore, è dunque una scrittrice, insieme coprotagonista e conarratrice, e rivelatrice delle altre persone. Le insegnano che è male fare la spia, e che se scopre qualcuno che fa al spia deve denunciarlo; ma allora non farei io la
spia? - obietta. Per lei, Mujcic decide di scrivere come scriverebbe Dostoevskij delle sue madri e delle sue bambine: "Merima, sua madre / è scesa giù, pallida come i muri della sua stanza, magra che quasi non la trovavi in mezzo ai vestiti. Si è seduta a terra, ha preso posto al tavolo basso, suo padre accanto, io di fronte. Dovevi vedere
la bambinetta! Non stava più nella pelle tanta era la gioia, non ci aveva mai visti tutti e tre insieme, si sperticava in capriole, girava su se stessa fino allo svenimento, batteva le mani, poi si lanciava in braccio a Merima...".