15/05/2026
(BASKET MODE ON)
La salvezza come una promozione. Perchè di questo si tratta e come tale va celebrata.
Dopo la sconfortante prestazione di garauno a Ruvo – dove le solite angosce si erano presentate con la stessa intensità già sperimentata durante la stagione, come un’ infinito giorno della marmotta dove al risveglio ogni gesto si ripropone uguale a quello dei giorni precedenti – la serie B non era solo uno spettro sfocato ma una possibilità mai così concreta. Dopo quei terribili quaranta minuti qualcosa è scattato nella testa dei giocatori, dei tecnici, del club. Istinto di sopravvivenza, o più probabilmente quel guardarsi in faccia ha resettato quel sistema operativo e in qualche modo lo ha aggiustato. Merito dei giocatori, prima di tutto. E poi di un bravo coach/educatore.
Se non fosse un termine abusato quello che è successo negli ultimi dieci giorni in casa Pistoia basket potrebbe definirsi un perfetto esempio di resilienza. Esteso a tutta la stagione, il risultato raggiunto da Estra è qualcosa che si avvicina all’essenza più pura dello sport: il superamento dei propri limiti.
Mettere in fila tutto quello che è successo in via Fermi da settembre (anzi, da giugno; anzi dalla stagione precedente) fino a oggi è un elenco troppo lungo di scelte sbagliate, infortuni, errori, errori ripetuti. E in mezzo a tutto questo la tragedia di Rieti. Come un accanimento senza tregua di un destino più cinico che baro.
Ma in qualche modo, sul campo, è stato aggiustato. In dieci giorni Estra ha vinto tre volte. Per mettere insieme tre vittorie in stagione regolare occorre partire dai primi di febbraio. Tre mesi.
L’assenza di Saccaggi nelle ultime tre partite (dopo una sontuosa prova difensiva su Smith in garadue) è sembrato a tutti il colpo mortale del boia: rotazioni al minimo nelle partite decisive, stanchezza mentale prima che fisica, fiducia da trasmettere. Strobl in questo è stato bravissimo: pochi concetti, poche parole, ciascun giocatore con compiti ben definiti.
Il coach ha messo la squadra a zona per proteggere il canestro e coprire le carenze di un gruppo con scarsa attitudine difensiva; in attacco ha costruito giochi per consentire ai due talenti offensivi – Anderson e Stefanini – di costruirsi i tiri. Nei play out abbiamo visto che gli attacchi di Ruvo coinvolgevano tutti i cinque giocatori nella creazione di un buon tiro; Pistoia creava spazi per Anderson e Sabatini che si mettevano in proprio, con gli esterni o i lunghi (Zanotti, soprattutto) pronti a raccattare qualche rimbalzo o qualche scarico nelle situazioni più complicate. E va bene così, le alternative non erano altre. Cioè: quello era l'unico modo per portare a casa il risultato. E così è andata.
Da ultimo ma non per ultimo: queste ultime due stagioni hanno messo a dura prova l'affetto dei tifosi. Anche qui abbiamo assistito a qualcosa di inedito. Pistoia non è Bologna, Trieste o Pesaro, ha una storia diversa, fatta di piccoli passi e grandi scintille che hanno acceso fuochi duraturi. Dal 1987, anno della prima promozione con la Maltinti, ci separano 39 anni: fatta eccezione per i 7 anni seguenti la cessione del titolo a Fabriano, Pistoia ha sempre giocato in campionati riconosciuti con la lettera A. Si è creata una tradizione, insomma, e i possessori di questa fiamma capiscono i motivi quando le cose non girano e anzichè buttarla sull'isteria collettiva sostengono ugualmente la squadra anche quando fa arrabbiare, salvo perdonarla perchè dopo il peccato arriva sempre la redenzione.
E ora costruire un buon futuro.
(BASKET MODE OFF)
foto di Elisa Maestripieri Photos