Libreria Luise'

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Libreria Luise' Libreria antiquaria (Valturio) e moderna, Casa Editrice, stampe antiche

La libreria ha attualmente la sua sede in via Leon Battista alberti 7, a tredici passi dal Tempio Malatestiano. Il nome Risorgimento l'ha assunto nel 2011 in omaggio al 150° anniversario della proclamazione dell'Indipendenza italiana e lo conserverà per sempre. Prima del 2011 la libreria era conosciuta come libreria Luisè dal cognome del titolare Giovanni Luisè e aveva avuto diverse sedi nella città e una storia antica. Nacque infatti nel 1967 in via Soardi come negozio di antiquariato, divenne libreria antiquaria nel 1975 e casa editrice nel 1978. Nel 1988 la libreria antiquria aggiunse ai suoi interessi la specializzazione in libri locali e si trasferì in Borgo San Giuliano senza abbandonare l'attività editoriale rivolta soprattutto alle riedizioni di antichi testi di storia locale, alla Giudaistica e alle monografie d'arte antica. In questi ambiti vanta l'edizione della monografia su Guido Cagnacci scritta dallo storico riminese Piergiorgio Pasini e la prima edizione in lingua italiana dell'ITINERARIO di Beniamino da Tudela, il marco Polo degli ebrei. Dopo un breve periodo trascorso in via Battarra dal 1994 al 1997, la libreria ha finalmente trovato la sua sede definitiva nel cuore della città, nella corte del nobile palazzo Ferrari, sul decumano massimo della città romana, sul limitare della Piazzare Martiri già Giulio Cesare. La libreria Risorgimento è gestita da Giovanni Luisè e dalla moglie Carla con l'aiuto del figlio Luigi e l'immancabile compagniadella coppia di fedelissimi Carlini Achille e Gessica. L'assortimento della libreria è vastissimo e va dal libro moderno a quello antico; dal disegno antico alla stampa di vario argomento. Mostre e presentazioni di libri sono l'attività culturale svolta abitualmente all'interno della libreria e anche all'esterno in una accogliente e riservata corte ricca d'ombre e di piante fiorite.

24/09/2026

Antisemitismo a New York
_ di Woody Allen
«Sapete, ho sempre pensato che il più grande vantaggio di New York fosse che potevi essere nevrotico e nessuno se ne sarebbe accorto. In altre città, se parli da solo, ti mandano da uno psichiatra. A Manhattan, invece, ti offrono una rubrica su una rivista per questo motivo.
Ieri sono andato a comprare del salmone. D’altra parte, probabilmente è l’unica tradizione ebraica stabile sopravvissuta a Babilonia, Roma e alle mie relazioni con le donne.
Camminavo per le strade di Brooklyn pensando alla morte. Non perché sia un filosofo — ma perché ho ormai superato i novant’anni, anche se inizialmente avevo programmato di fermarmi a settanta.
E, all’improvviso, una folla davanti a una sinagoga. All’inizio pensai che qualche famoso psicoanalista stesse facendo un’apparizione. A New York la gente è capace di stare per ore in fila solo per sentirsi spiegare perché la propria madre è responsabile di tutto. Anche se, a essere onesti, gli ebrei lo sanno già senza bisogno di una conferenza.
Ma no. Stavano gridando qualcosa sull’“Intifada”. E sapete cos’altro mi ha colpito? La quantità di energia che hanno queste persone. Da dove la prendono? Io voglio fare testamento dopo aver salito due rampe di scale, e loro sono già pronti per una rivoluzione prima ancora di aver bevuto un caffè decente.
Qualcuno lì ha urlato qualcosa sulla “decolonizzazione”. Mio Dio. Quando ero giovane, “colonizzazione” significava che zia Frieda si impossessava del nostro divano per tre mesi e si rifiutava di andarsene. Oggi, improvvisamente, è diventata una cospirazione sionista.
In generale, l’antisemitismo moderno è diventato molto più intellettuale. Un tempo la gente ci odiava e basta. Direttamente. Oggi no.
Oggi un tizio con la kefiah, dall’aria di uno che scrive poesie sulla propria barba, ti spiega, con l’aiuto di Heidegger e Nietzsche, perché l’esistenza stessa degli ebrei è una forma di violenza e una minaccia per l’umanità.
E io sono rimasto lì a pensare: almeno un tempo le persone che ci picchiavano non avevano lauree universitarie. Oggi i pogromisti arrivano con lauree della Columbia University.
Poi una ragazza accanto a me ha detto: “Siamo contro il sionismo, non contro gli ebrei”.
È come se la mia ex moglie mi dicesse: “Non ho niente contro di te. Sono solo contro tutto quello che dici, fai, senti — e soprattutto contro il fatto di andare a letto con te”.
Il significato rimane lo stesso.
Poi qualcuno ha gridato: “I sionisti sono nazisti!”.
In quel momento ho sentito mia nonna rivoltarsi nella tomba con una tale velocità che avrebbe potuto fornire elettricità a metà del Queens.
Del resto, mia nonna i nazisti li ha conosciuti davvero. Si nascose in una cantina in Polonia con un uomo che tossiva così forte che i tedeschi avrebbero potuto trovarli semplicemente seguendo il rumore dei suoi bronchi.
E oggi qualche ragazzo di un’università d’élite, il cui più grande trauma nella vita è stato ricevere un caffè freddo da Starbucks, viene a spiegarmi il fascismo.
Davvero, viviamo in tempi straordinari.
Oggi tutti parlano come se avessero accidentalmente ingoiato un’intera biblioteca universitaria. Nessuno dice più: “Scusate, sono un idiota”.
No. Oggi dicono: “Sto decostruendo la narrazione egemonica”.
Ascoltate, io sono cresciuto tra gli ebrei. Noi non decostruivamo le narrazioni. Le creavamo.
Sono tornato a casa e ho acceso la televisione — perché, se hai l’ansia, guardare la televisione sembra un’idea brillante. È più o meno come curare l’alcolismo con un martini con ghiaccio.
Ed eccolo lì, Roger Waters, a spiegare di nuovo il mondo.
I musicisti rock mi fanno sempre paura quando invecchiano e cominciano a parlare come paranoici che vedono una cospirazione ogni volta che incontrano un gatto nero.
Poi è comparso Kanye West.
Sapete, quando ero bambino, almeno i pazzi sembravano pazzi. Capelli spettinati, vecchio cappotto, piccioni, conversazioni con i bidoni della spazzatura.
Questo qui semplicemente si mette una maschera nera e dice di amare Hi**er.
E allora ho capito: l’umanità ha fatto enormi progressi — dal “Mai più” al “Discutiamo le sfumature”.
E i politici?
I politici dicono: “La situazione è complessa”.
No.
Complesso è spiegare a una madre ebrea perché a quarant’anni non ti sei ancora sposato.
Ma quando una folla grida “Morte ai sionisti” davanti a una sinagoga, questa non è complessità.
È un remake.
E un remake peggiore. Senza sceneggiatura originale, ma con un budget enorme per i social network.
E sapete cosa mi spaventa davvero?
Non gli estremisti. Gli estremisti li conosco. Ho vissuto a New York negli anni Settanta. All’epoca eri già considerato radicale se non ti fidavi dell’acqua del rubinetto e lavavi la frutta con il sapone.
Quello che mi spaventa è la velocità con cui le persone comuni cominciano a fingere che non stia accadendo nulla di anormale.
Gli esseri umani sono creature capaci di adattarsi a tutto.
Persino a una ragazza ebrea trascinata per i capelli o a un ragazzo con i peiot* accecato da una luce stroboscopica.
Riusciamo ad abituarci a tutto.
Alla guerra. All’odio. Al caffè che costa nove dollari.
Quest’ultima, tra l’altro, è particolarmente difficile.
Quella sera, sdraiato a letto, pensai: forse non bisognerebbe semplicemente dare troppo tempo libero all’umanità.
Perché nel momento in cui le persone si annoiano, o cominciano a cercare di salvare il mondo, oppure a uccidersi a vicenda, oppure a registrare podcast sui benefici della guerra per la salute.
Eppure… se domani qualcuno marcerà davanti a una sinagoga gridando “Morte ai sionisti”, io uscirò.
Non perché sia coraggioso.
Sono il tipo che una volta è svenuto durante un prelievo di sangue.
Ma perché gli ebrei hanno già aspettato troppe volte che la follia sparisse da sola.
Non sparisce mai.
Si limita a indossare un completo, andare all’università e aprire un account TikTok.
Ma prima…
mangerò il mio salmone.
Non voglio morire a stomaco vuoto.
Mia madre ebrea non approverebbe mai una cosa del genere.»
_ Woody Allen
* _ i peiot sono i riccioli portati da alcuni ebrei ortodossi

12/06/2026

Nel 1893 cento francesi armati di bastoni, forconi e fucili diedero la caccia ai piemontesi tra le saline della Camargue.

Non era una rissa. Era una caccia all'uomo.

Siamo ad Aigues-Mortes, agosto 1893. Nelle saline della Fangouse, al confine tra Provenza e Camargue, lavorano fianco a fianco operai francesi e stagionali italiani — quasi tutti piemontesi, partiti da paesi come Cerrina, Pinerolo, Frassino, Tigliole. Gente di montagna e collina, che aveva attraversato le Alpi per raccogliere il sale sotto il sole del Sud.

Il 16 agosto scoppia una rissa sul lavoro. Cause banali: ritmi, salari, turni. Qualcuno si fa male. Nessun morto.

Ma in città la voce che circola è un'altra: "Gli italiani hanno ammazzato i francesi nelle saline." Falsa. Completamente falsa. E completamente sufficiente.

La mattina del 17 agosto le bande si organizzano. Bastoni, coltelli, fucili da caccia, pietre. Gli italiani vengono inseguiti tra i canali e le paludi, circondati, linciati. Alcuni vengono gettati in acqua. Alcuni corpi non vengono mai recuperati.

I morti accertati sono almeno 8, forse 10. Tra loro Carlo Tasso di Cerrina, in provincia di Alessandria. Vittorio Caffaro di Pinerolo. Giovanni Bonetto di Frassino, nel Cuneese. Secondo Torchio di Tigliole, nell'Astigiano. Nomi di paesi che oggi conti in poche centinaia di anime.

L'esercito francese arriva a pomeriggio inoltrato. Il grosso del massacro è già fatto.

Il processo si celebra. Gli imputati — i capipopolo, i leader delle bande — vengono identificati, processati, e poi:

assolutamente tutti assolti.

Nessuna condanna. Nessuna pena. Nessun colpevole ufficiale per 10 operai piemontesi uccisi a bastonate e fucilate in un paese straniero dove erano andati a lavorare.

Per oltre un secolo la Francia non pose nemmeno una targa. La vicenda scomparve quasi completamente dalla memoria collettiva — sia francese che italiana. Lo storico Gérard Noiriel la definì "il più grande pogrom della storia francese contemporanea contro un gruppo nazionale specifico".

Il riconoscimento arrivò nel 2018: 125 anni dopo, il Comune di Aigues-Mortes pose finalmente una targa in memoria delle vittime italiane.

Una targa. Per dieci morti. Dopo centoventicinque anni.

Quando parliamo di emigrazione italiana, parliamo anche di questo: di uomini che attraversavano le Alpi per sopravvivere e finivano nelle paludi della Camargue con un nome inciso, decenni dopo, su un pezzo di metallo.

In breve:
17 agosto 1893: bande di operai francesi armati danno la caccia agli stagionali italiani nelle saline di Aigues-Mortes, scatenati da una notizia falsa.
Almeno 8-10 italiani uccisi, quasi tutti piemontesi; alcuni corpi non furono mai trovati nelle paludi circostanti.
Nessun colpevole fu mai condannato. Una targa commemorativa fu posta dal Comune di Aigues-Mortes solo nel 2018, 125 anni dopo.

12/06/2026

Sotto i campi di mais di Quarto d'Altino, nel Veneziano, c'è una città romana intatta. Strade, foro, canali, anfiteatro — tutto lì sotto, esattamente dove li hanno lasciati duemila anni fa. E nessuno li ha mai toccati.

Altinum era uno dei centri romani più importanti dell'Italia settentrionale. Paragonabile a Pompei per dimensioni. Collegata alla Via Annia, con un porto sulla laguna, un foro, una basilica e un anfiteatro. Una città vera, non un accampamento. Poi, intorno al V secolo, le invasioni e l'innalzamento delle acque svuotarono Altinum — e i suoi abitanti si spostarono su un gruppo di isolette in mezzo alla laguna. Quelle isolette oggi si chiamano Venezia.

Per secoli, di Altinum è rimasto solo il nome. Nessuno scavo sistematico. Nessuna mappa. I campi di mais ci sono cresciuti sopra per generazioni, e sotto, a pochi metri di profondità, le fondamenta romane aspettavano in silenzio.

Nel 2009, Andrea Ninfo dell'Università di Padova ha pubblicato su Science uno studio che ha ribaltato il modo di pensare all'archeologia. Durante un'estate insolitamente secca, il suo team ha sorvegliato dall'alto i campi con fotocamere a infrarosso. E lì, in quelle immagini, è apparsa l'intera pianta urbana di Altinum — nitida come un disegno a penna.

Il meccanismo è questo: le murature sepolte alterano l'umidità del suolo sopra di esse. Le colture che crescono sopra un muro antico si stressano in modo diverso rispetto a quelle sopra terreno libero. In infrarosso, quella differenza diventa visibile. Sopra le strade romane, il mais cresce in un modo. Sopra i muri, in un altro. Sopra l'ellisse dell'anfiteatro, il campo disegna una curva perfetta.

Nessuno aveva scavato. Nessuno aveva spostato un mattone. La città aveva rivelato se stessa, da sola, solo perché non aveva piovuto.

Lo studio è stato pubblicato su Science con il titolo 'The Map of Altinum, Ancestor of Venice'. È considerato uno dei casi più spettacolari di remote sensing applicato all'archeologia in Italia.

Altinum è ancora lì sotto. Intatta. E continua a mostrarsi solo quando la siccità glielo permette.

In breve:
Sotto i campi di mais di Quarto d'Altino (Venezia) giace intatta la città romana di Altinum, con strade, foro, canali e anfiteatro
Nel 2009 un team dell'Università di Padova ha pubblicato su Science immagini aeree a infrarosso che mostrano l'intera pianta urbana: le fondamenta sepolte alterano l'umidità del suolo e fanno crescere i campi in modo diverso esattamente sopra le strutture romane
Altinum è considerata l'antenata di Venezia e non è mai stata scavata sistematicamente

16/05/2026

Normale che poi gli sia partita l'inquisizione.

16/05/2026

Da Cuneo partirono 17.500 alpini. Ne tornarono 3.000.

Gli altri sono rimasti nel ghiaccio del Don.

Generazione quasi intera di una provincia, sparita in sei settimane di ritirata sul fronte russo.

Siamo nel gennaio 1943. L'8ª Armata italiana sul Don è già in frantumi. Il Corpo d'Armata Alpino — Julia, Tridentina, Cuneense — prova a rompere l'accerchiamento e rientrare verso ovest.

La Cuneense parte da Ternowka, passa per Rossoch, avanza verso Valujki nel gelo della steppa. Gli alpini alpini sono addestrati per la guerra in montagna, non per quella di pianura. Non hanno abbastanza mezzi corazzati. Non hanno abbastanza cibo. Hanno freddo.

Il 20 gennaio, a Nowo Postojalowka, la colonna si scontra frontalmente con le unità corazzate sovietiche. Quattro battaglioni alpini vengono praticamente annientati in poche ore.

Aspetta.

Una settimana dopo, il 28 gennaio 1943, il 6º Corpo di Cavalleria sovietica chiude il cerchio definitivo a Roswanskoje, vicino a Valujki. Non è una battaglia: è un sigillo. La 4ª Divisione Alpina Cuneense cessa di esistere come unità organica. Non si riorganizzerà più.

Dei 17.500 partiti dalla provincia di Cuneo, tra 3.000 e 4.000 riusciranno a tornare. Gli altri: morti durante la ritirata, congelati nella steppa, dispersi, prigionieri dei sovietici — molti dei quali non faranno mai ritorno nemmeno dai campi di prigionia.

Spoiler: oltre 13.000 uomini non rivedrono mai le Langhe.

Questa è la provincia che oggi conosci per il tartufo bianco d'Alba, per il Barolo, per le colline dichiarate patrimonio dell'Umanità dall'UNESCO. Paesaggi tra i più fotografati d'Italia. Vini tra i più costosi del mondo.

La stessa terra che nel 1942 aveva mandato quasi 18.000 dei suoi figli a combattere sul Don, in una guerra che non era loro, con equipaggiamento sbagliato, su un fronte di migliaia di chilometri.

Cuneo è una delle province italiane che ha pagato il tributo più pesante della ritirata di Russia. Non un tributo simbolico: una divisione intera, con nome e stemma della città, cancellata dalla steppa in meno di due mesi.

In breve:
La 4ª Divisione Alpina Cuneense partì dalla provincia di Cuneo con ~17.500 uomini: solo 3.000–4.000 tornarono.
Il 28 gennaio 1943, a Roswanskoje vicino a Valujki, il 6º Corpo di Cavalleria sovietica chiuse definitivamente l'accerchiamento.
Oltre 13.000 uomini non tornarono mai: morti, congelati, dispersi o prigionieri nella ritirata del Don del gennaio 1943.

16/05/2026

A partire da Sabato 16 Maggio i "custodi del castello" ci accompagneranno alla scoperta dell'antico insediamento dei Montefeltro.

Inizio visita alle ore 16.30, prenotazione obbligatoria.

Per info whatsapp: 3772378490

02/02/2026
19/11/2025

Indirizzo

Via Leon Battista Alberti, 7
Rimini
47921

Orario di apertura

Lunedì 10:00 - 12:30
16:30 - 19:30
Martedì 10:00 - 12:30
Mercoledì 10:00 - 12:30
16:30 - 19:30
Giovedì 10:00 - 12:30
16:30 - 19:30
Venerdì 10:00 - 12:30
16:30 - 19:30
Sabato 10:00 - 12:30
16:30 - 19:30

Telefono

+3905411574781

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