04/08/2026
C’è un’Italia che nel silenzio si attiva e opera.
E mentre lo fa raccoglie buone pratiche e traccia nuovi cammini, mette in circolo energia e tesse trame di vitalità sana.
Nel Cilento, In un borgo arroccato a seicento metri, con il mare davanti e la montagna alle spalle, in un paese antichissimo, raggiungibile dopo mille tornanti, e in cui d’estate abitano più o meno 500 persone, abbiamo sperimentato, per l’ennesima volta, la possibilità di un altro mondo.
L’arte può trasformare un territorio?, era la domanda della tavola rotonda cui siamo stati invitati a partecipare prima della proiezione di Ritorno al tratturo.
Rotonda era la tavola con l’acqua fresca e il limone in una caraffa di vetro.
Circolari i contatti in un crocevia di incontri per cui ci siamo trovati a conoscere amici di amici, Silvia di Orvieto, o a ritrovare amici della libreria, Elisabetta e la sua famiglia.
E mentre le parole dei due relatori erano l’eco delle nostre, ci siamo accorti di sorridere, guardandoci intorno, nella piazza del paese, sul sagrato della chiesa aperta e illuminata, inebriati da uno stare insieme semplice, con il profumo delle salsicce che grigliavano e il cicalio delle cicale.
“Vieni, mettiamo il cartello che di qui non si passa”, ha detto la proprietaria del bar a uno dei piccoli villeggianti: un gesto di educazione civica che si impara da piccoli e che fa crescere con l’idea che i luoghi pubblici che abitiamo siano posti di cui prendersi cura, come a casa.
L’arte, intesa come cultura o ricerca di bellezza, trasforma il territorio perché cambia l’uomo, lo apre a nuove esperienze, lo rende sensibile ad altri sguardi.
Tocca aprirci, accogliere, andare o tornare, non importa, l’importante è esserci.
Si può partire, fare esperienza e poi tornare, magari non nello stesso luogo, ma in altri borghi, in altri cammini.
Si possono condividere saperi, e conoscenze?
Si possono realizzare innesti di umanità come avviene in agricoltura?
Erano le questioni al centro della nostra
chiacchierata.
Ci ha accolto una piccola solida comunità, da poco costituita in associazione.
“Venivamo qui da ragazzi, siamo rimasti legati a questi luoghi, ci trascorriamo i tre mesi estivi”, ci hanno raccontato.
E mentre l’estate scorre, loro la celebrano.
Nella cantina socievole che Sabrina anima da sette anni con un festival che tiene dentro musica, libri, masterclass di vini e degustazioni.
Nella piazza che ieri mattina ha ospitato
una mostra di pittura e gli artisti.
Nella libreria del mare che organizza presentazioni e invita autori.
Nell’agriturismo a due passi che prepara cibo a chilometro zero, quello che i proprietari coltivano.
Eppure in queste aree interne lo spopolamento è una certezza. Il bar fa fatica a restare aperto d’inverno, non c’è più un barbiere, un ristorante, un tabacchi.
Le scuole sono lontane, la sanità non pervenuta.
Da dove si ricomincia?
Dalla contaminazione, dall’accoglienza, dalla richiesta di essere riconosciuti Parco Nazionale e adesso, forse, essere inseriti nei progetti di terza missione dell’università.
Si inizia da queste attività minime - come le chiama il festival - che da un lato rendono piacevole soggiornare e dall’altro riaccendono la passione e stimolano nuovi progetti.
Ci siamo dati appuntamento al prossimo anno, ci auguriamo di tornare prima.