24/05/2026
I palazzi ignorano la crisi dei campi: l'agricoltura sarda rischia di morire come gli ospedali
Il vicepresidente del Centro Studi Agricoli, Stefano Ruggiu, lancia un appello ai vertici della Regione. Denunciati il peso della burocrazia, il mutismo delle istituzioni e il fallimento delle sigle sindacali trasformate in sportelli a pagamento.
Il fantasma del collasso sanitario si allunga sulle campagne sarde. A tracciare il parallelo è Stefano Ruggiu, vicepresidente del Centro Studi Agricoli, ente nazionale di analisi del settore primario, in una lettera aperta indirizzata ai vertici dell'esecutivo isolano: la Presidenza della Regione e l'assessorato all'Agricoltura. Il documento, firmato nella duplice veste di dirigente e imprenditore agricolo, fotografa uno scollamento totale tra le stanze dei bottoni e la terra, accusando la classe dirigente di ripetere lo stesso errore di sottovalutazione che ha progressivamente messo in ginocchio gli ospedali pubblici.
L'analisi parte da un precedente storico preciso. Per anni, ricorda Ruggiu, gli allarmi di medici e infermieri su carenze di organico e strutture obsolete sono stati barattati dalla politica con slogan e tagli, portando al disastro attuale fatto di reparti sguarniti e liste d'attesa infinite. La stessa sordità istituzionale sta oggi colpendo il comparto incaricato di produrre il cibo. Le aziende storiche, quelle che presidiano i territori interni, custodiscono la biodiversità e contrastano il dissesto idrogeologico, stanno affondando sotto il peso di una crisi strutturale. I rincari fuori controllo di carburanti e concimi, la siccità endemica, le devastazioni causate dalla fauna selvatica e le lentezze croniche nell'erogazione dei fondi pubblici stanno azzerando i margini di guadagno, costringendo gli allevatori a lavorare in perdita pur di non chiudere i cancelli.
L'atto di accusa non risparmia i corpi intermedi, ovvero i tradizionali sindacati di categoria. Secondo il dirigente del Centro Studi, i consueti tavoli di concertazione istituzionale si reggono su sigle che hanno smarrito il loro ruolo originario di tutela e rappresentanza. Agli occhi di molti coltivatori, queste organizzazioni si sarebbero trasformate in semplici sportelli burocratici, moltiplicatori di pratiche e servizi a pagamento che drenano ulteriori risorse finanziarie a chi lavora la terra. L'appello impone un cambio di rotta: chi governa deve tornare ad ascoltare la base, dai piccoli proprietari ai giovani che tentano di subentrare nelle aziende, saltando le intermediazioni di facciata e le relazioni redatte dietro le scrivanie.
Sul fronte amministrativo, la richiesta punta a sgravare le aziende dall'asfissia documentale. L'aggiornamento professionale e la sicurezza sul lavoro non devono tradursi in gabelle burocratiche a carico dei produttori, ma in servizi di formazione gratuiti erogati direttamente sulle aziende da tecnici qualificati della pubblica amministrazione. All'orizzonte si profila infatti un rischio irreversibile: la chiusura delle imprese familiari lascerebbe i terreni alla mercé di capitali e soggetti estranei alla tradizione isolana, pronti ad acquistare e controllare la produzione. Il documento si chiude con un monito temporale all'indirizzo della giunta. "La sanità ci ha insegnato cosa succede quando gli allarmi vengono ignorati per anni", scrive il vicepresidente, ribadendo come vi sia ancora margine per intervenire prima che la desertificazione delle campagne sarde diventi una sentenza definitiva.