10/06/2026
Oggi Giorgia Meloni ha definito la patrimoniale una “vecchia ossessione comunista”. Qualche giorno fa Alessandra Todde, a otto e mezzo, ha dichiarato di essere contraria perché non sarebbe questo il contesto giusto.
Ma quale sarebbe il contesto giusto?
Siamo nel mezzo di una crisi economica e finanziaria.
Siamo usciti da una pandemia. Viviamo da anni con salari e pensioni erosi dall’inflazione. La sanità pubblica è in affanno. La scuola pubblica perde risorse e centralità. Sempre più persone faticano ad arrivare alla fine del mese.
Eppure continuiamo a trattare la parola patrimoniale come un tabù.
Ogni volta che se ne parla, il dibattito viene spostato sul terreno della morale: l’invidia, il successo, il merito, la colpa di essere ricchi.
Ma la questione non è morale.
È politica.
Quando la ricchezza si concentra nelle mani di pochi, non si accumula soltanto denaro. Si accumulano potere, influenza e capacità di incidere sulle scelte collettive.
La patrimoniale non è una rivoluzione. Chiede semplicemente che chi possiede patrimoni enormi contribuisca secondo le sue possibilità al finanziamento della società che ha reso possibile quella ricchezza non per ca**tà o per punizione. Per giustizia sociale.