13/09/2026
Non toccare chi ha più di cinquant’anni.
Non sono solo un’altra generazione:
sono veri sopravvissuti.
A cinque anni capivano l’umore
della madre dal rumore del coperchio
sulla pentola.
A sette, avevano già le chiavi di casa
e le istruzioni:
“C’è da mangiare in frigo.
Scaldalo, ma non rovesciare niente.»
Stavano fuori tutto il giorno,
SENZA CELLULARE,
con un programma preciso:
rientro a casa quando faceva buio.
Le ginocchia, coperte di croste
e cicatrici, erano una mappa vivente
delle loro avventure.
Le sbucciature si curavano
con la saliva o con una foglia
di piantaggine.
E quando si lamentavano,
la risposta era: «Se non c’è sangue,
non è niente.»
Mangiavano pane e zucchero,
oppure pane e olio.
Bevevano dal tubo dell’acqua
del giardino —
un sistema immunitario che oggi
farebbe scuola —
e se avevano allergie,
nessuno ci badava.
Con la patente appena presa
attraversavano l’Italia con la 127,
senza aria condizionata, senza hotel,
senza navigatore.
Solo una cartina stradale
e un panino avvolto nella stagnola.
Eppure arrivavano sempre
a destinazione.
Senza Google Translate.
Con un sorriso e due parole
in dialetto.
Sono l’ultima generazione cresciuta
senza INTERNET, senza powerbank,
senza ansia da batteria al 2%.
Si ricordano il telefono a disco
nel corridoio, i quaderni di ricette
scritte a mano, e i compleanni
segnati sul calendario della cucina.
Loro avevano un solo canale TV
e non si annoiavano;
sfogliavano l’elenco telefonico,
non le notifiche, e una chiamata
persa voleva dire solo:
Ti ho pensato.
Non stuzzicate un cinquantenne
o un sessantenne.
Ha visto più cose di te,
ha vissuto più in profondità.
È sopravvissuto a un’infanzia
senza seggiolino, senza casco,
senza crema solare.
Alla giovinezza senza social,
senza filtri, senza selfie.
Non cerca risposte su Google:
si fida del suo istinto.
E ha più ricordi di quanti tu abbia
foto nel cloud.
~ Guendalina Middei ~