Il libraio sabino

Il libraio sabino Compravendita e ritiro di libri di seconda mano in sabina & dintorni. Ci trovate online (su Ebay) e nei mercatini in giro per la Sabina. Books never die!

Prezzi onesti, buoni affari, approfittatene.

*****Cari amici, L'EVENTO è RIMANDATO di qualche settimana per questioni organizzative. sto costruendo uno spettacolo pi...
25/03/2026

*****Cari amici, L'EVENTO è RIMANDATO di qualche settimana per questioni organizzative. sto costruendo uno spettacolo più ricco e strutturato, appena pronto (maggio) mando la comunicazione A PRESTO :-)

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Cari amici, vi segnalo con vero piacere questo evento che mi vedrà per la prima volta lettore dei miei racconti e monologhi. Il Conviviovegetariano è molto suggestivo e si mangiano piatti particolari, insomma credo che verrà una bella cosa. Se siete in Lazio mi farà molto piacere incontrarvi, 11 aprile, alle 18.00 🙂

23/03/2026

[Un mio nuovo racconto]
EASY RIDER

L’ufficio al 33° piano è spazioso e luminosissimo, nonostante il ben noto inquinamento dell’aria. Una scelta elegante di riproduzioni di Kandinskij alle pareti. Chissà quanto è iniziata ‘sta mania di Kandinskij nelle stanze dei manager. La temperatura è gradevole, a dispetto dei trenta gradi che già ci saranno fuori, il luglio più caldo di sempre da duemila anni a questa parte, come ogni anno.

L’avvocato Guido Riva è più nervoso del solito, mentre aspetta Marco “Mark” Grimaldi (il nick se lo è dato da solo) non solo per le decine di persone già radunate sotto la sede e che ha dovuto scansare per entrare. E neanche per i giornalisti, o forse, chissà, proprio per loro. La grana è grossa, non è che stavolta la risolvono con un pacca sulla spalla. E neanche allungando l’elemosina a qualcuno.

- Tadaa, eccomi! - Grimaldi è spuntato alle sp***e di Riva facendolo sobbalzare, e ora ride come un bambino, ma che immenso co****ne pensa Riva - E allora come sta, come sta il mio avvocato preferito - Sorriso a trentadue denti, capelli brizzolati, camicia bianca con due bottoni slacciati in alto, scarpe Open Walk senza calze, pantaloni di lino color crema, pupille dilatate, già strafatto alle nove di mattina.
- Buongiorno dottore, sì insomma, abbiamo avuto momenti migliori.
- Mark, avvocato, solo Mark.
- Sì, certo, Mark. Siamo un po’ sotto pressione, Mark - Se potesse alzare gli occhi al cielo lo farebbe, invece sorride complice. Che pantomima ridicola.

- Ahh, sempre scuri, sempre pensierosi voi del Pallavicini & associati, ma che fate in studio, le sedute spiritiche, le messe nere - Grimaldi si accomoda lasciandosi cadere sulla gigantesca poltrona in pelle rossa davanti alla scrivania di cristallo puntellata di statuine messicane, alle sp***e della grande vetrata che dà su Citylife, sta sudando, sicuramente un effetto della coca, visto che in ufficio ci saranno 19 gradi - su con la vita avvocato, prenda un po’ d’acqua al limone di Sicilia, prende prenda - Gli versa un bicchierone e beve il suo - Ahh, non sembra di stare a Catania?
- Dottore, il fatto è…
- Mark.
- Si, scusa, Mark, il fatto è che qui c’è scappato il morto, la cosa sta già montando sui media.
- Lo so loso lo so, crede che non lo sappia, ho gli azionisti che mi stanno col fiato sul collo, quelli della comunicazione sono isterici, i social media manager che non sanno più che inventarsi, e vogliamo parlare della brand reputation avvocato? Ma lo sa che danno ci comporta? Ha presente i messaggi che stanno arrivando su Linkedin? - Adesso io sudore è lievemente aumentato, si asciuga la fronte col fazzoletto.

- E tutto per ‘sto Mamud…Mamed…Mamad, eppure gliel’ho detto a quelli della comunicazione, quello è scivolato sotto un camion, era pure fuori tempo, ci sono i log di Kairòs, non era più un nostro problema.
- Lei sta parlando di quello della settimana scorsa, dottore.
- Mark, per favore, solo Mark - Ha ripreso a sorridere nonostante il sudore dalla fronte non accenni a diminuire.
- Mark, stai parlando di quello della settimana scorsa, Mark, si chiamava Ahmed Mansour, aveva ventidue anni, stava trasportando patatine fritte, crocchette e ketchup e per la cronaca non si è “infilato” sotto un camion, è stato “investito” da un camion. Io sto parlando di quello di ieri pomeriggio, quello vicino a Crescenzago.
- Ma chi, quello che ha avuto tipo un glitch respiratorio? - Riva non aveva mai sentito chiamare così un infarto.
- Esatto Mark, - Riva apre la cartellina - Kabir Ahmed, cinquantadue anni, del Bangladesh, erano le due del pomeriggio, era in ritardo, stava cerando di arrivare in tempo per consegnare - Riva sfoglia nella cartellina - un gelato, e ha avuto una cardiopatia ischemica. Si è appoggiato a un portone alla fine di Viale Padova e si è accasciato al suolo. È morto di caldo, Mark. - Mark Grimaldi per poco non si strozza con l’acqua al limone.

- Sì, beh, certo è terribile, terribile, del Bangladesh ha detto? Ma perché non beve abbastanza questa gente? Perché non si idrata, con questo caldo? Kairòs non gliele manda le notifiche? Non abbiamo introdotto il bonus bottiglietta? Com’è che è era la formula? – Grimaldi guarda in alto come a cercare l’ispirazione - "Il bonus serve a supportare i rider con le spese extra, come l'acquisto di acqua, crema solare e sali minerali." E poi oh, se sei stanco fai una pausa.
- Era in ritardo Mark, lo sai cosa fa Kairòs coi ritardi, voleva arrivare entro le 14.30 per evitare la penalità e prendere il bonus. Il bonus di un euro.

- Cristo santo, ma era del Bangladesh no? Lì fanno 40 gradi tutto l’anno, non era abituato? Sicuramente era già malato, ci lavori avvocato, vi pago per questo. Ma lo sa che casino ci crea ‘sta ca***ta alle soglie del prossimo round di finanziamento? Venti milioni avvocato, twenty millions, che facciamo, ce li facciamo dare dall’acqua Uliveto? Dal consolato del Bangladesh? Inventatevi qualcosa ragazzi, fate un brainstorming, mettete su una war room, ma perché fa così caldo, scusi un attimo, Tiffany, per favore, puoi abbassare l’aria condizionata, qui si schiatta di caldo, e già che ci siamo, avvocato le va un cold brew giacchiato? Il miglior caffè della Silicon Valley - Grimaldi non aspetta neanche la risposta - Tiffany, ci porti anche un paio di Cold Brew? Sei meravigliosa, ciao ciao, ricordati l’aria condizionata, smack smack smack. - Grimaldi ha recuperato il suo sorriso smagliante. Riva avrebbe tanto preferito un caffè macchiato caldo, pazienza lo berrà quando uscirà da questo meeting imbarazzante. E forse a quel punto sarà diventato un caffè corretto.

- Certo Mark, lo studio ci sta già lavorando, stiamo cercando malattie pregresse, irregolarità col permesso di soggiorno, facciamo valere l’accettazione dei termini di servizio di Kairòs, le solite cose, ma la faccenda si sta ingrossando Mark, già eravate sotto i riflettori per Ahmed, la stampa ci sta già ricamando su, questo Kabir è diventato nel giro di un giorno un simbolo, un martire, una specie di eroe del sottosuolo, io non voglio rubare il mestiere a quelli della vostro team che dovranno gestire questa grana, ma qui parliamo di due morti sul lavoro nel giro di una settimana.

- Morti sul la... Questi non sono morti lavoro, chiaro? Se lo ficchi in testa avvocato, ficcatevelo in testa tutti, per la miseria! - Ora Mark era parecchio nervoso, la mascella era contratta e pulsava ritmicamente.
- Mi scusi dot… Mark, ascolta Mark, i sindacati...
- Ascolta tu Guido, posso chiamarti Guido? Guarda che non avete mica capito, davvero ci deve essere un equivoco e mi dispiace, scusa un attimo, Tiffany, sono pronti i Cold Brew? Fa un caldo che si scoppia. Allora, ascolta Guido, per l’ennesima volta, innanzitutto mettiamo da parte la parola “lavoro” che in questo contesto non c’entra nulla, noi non offriamo “lavoro”, casomai opportunità, opportunità di allenamento, di vita all’aria aperta, mi segui? FlashEat non deve essere interpretato come un lavoro per sbarcare il lunario, ma come un'opportunità per chi ama andare in bici, guadagnando anche qualcosina. È un modo per fare esercizio fisico e stare all'aria aperta, capito Guido, questa è la nostra posizione. Non li devi vedere come biciclette e di borsoni, sono come cyclette accessoriate con i pesi, solo che l’abbonamento te lo paghiamo noi.

- Mark, quella della palestra e della vita all’aria aperta l’abbiamo usata all’inizio, quattro anni fa, ti ricordi? Ora non se la beve più nessuno, ci sono le inchieste, si sono create associazioni di rider, hanno avvocati pure loro.
- Non ti buttare giù Guido, voi siete i migliori, sono sicuro che ce la farete anche stavolta, ci devi credere un po’ di più eh, Guido, scusa un attimo, devo andare un momento in bagno. - Guido lo guarda uscire, si alza dalle sedia a va alla vetrata. Guarda in basso, da qui i rider che presidiano la sede sembrano puntini, puntini rossi come gli zaini quadrati di FlashEat, come tanti pixel impazziti in uno schermo, pixel che stanno aumentano di minuto in minuto davanti all’ingresso. Inventarsi qualcosa su Kabir Ahmed, sembra facile.

Un povero cristo di mezz’età, relegato ai margini di tutto, pagato 3 euro lordi la consegna, che lavora 12 ore al giorno per racimolare quattro soldi da mandare a casa, con i costi a suo carico, senza nessuno straccio di tutela e senz’altra alternativa che dipendere da un algoritmo che lo punisce se non accetta le consegne, che lo sanziona se arriva in ritardo, che gli regala bonus degradanti, che lo tempesta ogni minuto con messaggi motivanti ridicoli. E che lo lascia morire sul marciapiede con i vestiti sporchi, le scarpe Decathlon e i piedi gonfi. E nessun camionista nei paraggi a cui addossare la colpa. E adesso tutto questo sta venendo fuori sui media e sui social in tutti i suoi squallidi dettagli. E lui spera con tutto il cuore che venga fuori tutto, che questa sia finalmente la volta buona. Vorrebbe scappare, scappare ora, ma nel frattempo Grimaldi è tornato. Più euforico e pimpante che mai, la visita in bagno deve essere stata tonificante. Si tocca il naso un po’ compulsivamente. E te pareva.

- Dunque, dicevamo - Grimaldi si accomoda sulla poltrona rossa, allunga le gambe sotto la scrivania e scaccia una mosca invisibile davanti a lui - il nostro sfortunato partner pakistano…
- Del Bangladesh, Mark, è sempre del Bangladesh, e purtroppo per lui non era un vostro partner, era, non ti offendere Mark, non sono parole mie, un semplice dipendente di un’azienda di consegne a domicilio senza un vero contratto, un vero capo, un vero stipendio e in definitiva senza un vero lavoro.
- E nooo, dai, gr**go, ma allora non ci siamo capiti - Grimaldi cerca di togliere una macchia invisibile sulla sua camicia. - noi NON siamo un'azienda di consegne, noi siamo una piattaforma tecnologicaa. I rider sono partner indipendenti, sono piccoli imprenditori che gestiscono il proprio tempo in autonomia, chiaro? Sono una community di persone unite da un medesimo lifestyle, va bene? E noi forniamo loro uno strumento per connetterli ai clienti, forniamo loro opportunità.

- Mark, qui tutti parlano ormai apertamente di sfruttamento, i media, le associazioni di categoria, li considerano tutti come dipendenti a tutti gli effetti, ma senza nessuna garanzia…
- Dipendenti? Sfruttamento? Noneee - Grimaldi sta spianando compulsivamente una piega dei pantaloni inesistente - I nostri partner cercano solo opportunità di business, e quello che apprezzano di più è la libertà di decidere quando, dove e se lavorare. Se li rendessimo veramente “dipendenti”, distruggeremmo proprio quella flessibilità che loro amano. Li rederemmo degli impiegati, e loro sarebbero i primi a rifiutare, loro vogliono libertà, un approccio disruptive al tempo e allo spazio. È la sharing economy, Guido, tu non la vuoi la libertà?

- Non sai quanto Mark, ma dobbia... - Si sente bussare alla porta e arriva Tiffany con i Cold Brew. Avrà vent’anni, magrissima, vestito nero e rossetto rosso, assomiglia come una goccia d’acqua ad Hanne Hathaway nel Diavolo Veste Prada, anzi a un certo punto gli sembra che sia proprio lei, uscita dallo schermo, venuta per salvarlo. Hanne gli sorride mentre posa i bicchieri, lui vorrebbe prenderla per mano e scappare fino al mare, correre con lei sulla spiaggia deserta controsole mentre nell’aria risuona la canzone di Love Boat, Mare, profumo di mare, con l’amore io voglio giocare…
- Tiffany Tiffany Tiffany, la nostra executive, il nostro soft power, la nostra magnetic girl - La voce di Grimaldi lo strappa da quel sogno adolescenziale di serie B. Parla con una voce che è diventata metallica e un po’ stridula, la bamba in questo momento deve essere al suo apice.

I due Cold Brew sono ora sulla scrivania in cristallo, serviti in due barattoli della marmellata Bormioli, un bibitone scurissimo e ghiacciato con in mezzo un paio di cannucce, assomiglia vagamente a una pinta di Guinness, opzione che in questo momento Riva sceglierebbe senza esitazione – Bevibevibevi, Guido, assaggialo - sta parlando velocissimo - è estratto a freddo, mantiene intatto il suo profilo aromatico, senti che morbidezza, com’è dolce, quanto è forte e vellutato, tieni conto che questo è un must a San Jose, a Palo Alto, a Monterey, ci sei mai stato Guido, posti pazzeschi, una carica enorme, una connessione energetica quasi mistica gente pazzesca disruptive avanti cent’anni la visione Guido devi capire la visione che anima questi imprenditori sono la punta avanzata Guido l’avamposto dell’innovazione della ricerca della connessione di anime il cyborg Guido la visione e il fatturato l’etica e l’estetica… - Sta camminando su e giù per l’ufficio come un invasato. Ecco fatto, pensa Guido. La mitragliata di parole, la logorrea dello strafatto. Guido può solo sperare che questo delirio di onnipotenza smetta in fretta.

- Grazie Mark, magari lo assaggio dopo, se possiamo continuare, dobbiamo…
- Va bene, Guido, cerchiamo di chiudere alla svelta questa faccenda - Sembra tornato terribilmente serio, anche a questi cambiamenti repentini si è ormai abituato. La coca lo fa. Grimaldi è ora è seduto con i gomiti sulla scrivania e le mani intrecciate, è serio e sembra finalmente disposto a ragionare. - So già che gli investitori non mi daranno tregua, per non parlare di quei dannati giornalisti economici, mammolette, ma che si credono che i soldi li fai vendendo gardenie al mercato? Che l’economia la fai crescere con la malattia, la maternità e i buoni pasto? Il merito, Guido, noi portiamo il merito a vette mai viste, vette che questo Paese non ha mai sopportato, questo Paese di rendite e favori. E invece con noi no, l'algoritmo non discrimina, Kairòs è pura matematica. Premia chi è più disponibile e chi offre un servizio migliore ai clienti. È il sistema più meritocratico possibile. E mi dispiace per il tuo amico indiano…

- Bangladesh, Mark, sempre Bangladesh.
- Sì mi dispiace, ma se sei malato non ti metti sulla bici, se sei malato te ne stai a casina tua, ti bevi la tua acqua Uliveto e ti fai un pisolino sul divano. Qui stiamo cambiando del regole del gioco Guido, non hai ancora capito che cosa c’è in ballo, nessuno lo ha capito. Ma lo capirai, lo capirete tutti. È un sistema liscio, senza attrito, Guido, lineare, perfetto, calibrato, trasparente, domanda, offerta, servizi, meritocrazia, impegno, ritmo, premi e penalità. Zero stronzate, zero prendo malattia e vado a far la spesa, zero timbro il cartellino e vado al bar, zero faccio il solitario al PC e aspetto le cinque, solo sudore della fronte. Causa, effetto. Questo è lavoro, lavoro e basta Guido, senza fronzoli del c***o. - Guido ha ascoltato terreo tutta la sparata, sempre più disgustato, vorrebbe dire qualcosa ma non riesce più a mettere insieme i pensieri. Si limita ad aprire la cartellina. Prende la foto di Kabir Ahmed, la solleva, la posa lentamente sulla scrivania e la allunga verso Grimaldi. - E questo chi cacchio sarebbe.

- È l’attrito, Mark. Kabir Ahmed è uno di quelli che ha creduto nel tuo sistema fino in fondo. Niente scioperi, niente lamentele, niente mugugni, mai. Non mi dai le dotazioni? No problem. Tre euro pulciosi a consegna? Va bene. Sotto la pioggia, sotto il sole, di giorno di notte? E che problema c’è. Niente buoni pasto, malattia, indennità, infortuni? Pazienza. Niente di niente, solo impegno. Lavorare lavorare lavorare. Ma a lui non è andata così liscia, così lineare, così calibrata, Mark. Kairòs lo ha spremuto per bene e lo ha tenuto per le p***e fino a che a forza di penalità, di consegne sempre più lontane, di tempi sempre più stretti, di ricompense ridicole, di incoraggiamenti da bambini e di sanzioni per due minuti di ritardo è stato sbattuto fuori, non ha retto il ritmo. Game over. Ora vaglielo a fare a sua figlia a Dacca il discorso sulla causa e l’effetto.

- Ma dici sul serio- Grimaldi si è alzato in piedi, con gli occhi sgranati e adesso ha una specie di tic alla mascella - tu davvero mi stai facendo il pi***ne per un malore, un malore Guido, noi non c’entriamo un c***o, vatti a rileggere i termini di servizio di Kairòs, li avete scritti voi, io non mi faccio rovinare da un Birmano con… - Bangladesh, Mark, sempre Bangladesh – Grimaldi lancia un urlo prolungato mentre prende una delle statuine messicane, che costano come trenta biciclette, e la scaglia contro uno dei Kandinskij alla parete - Ora sentimi bene, testa di c***o, tu adesso te ne torni nel tuo ufficetto, prepari subito una memoria difensiva o come c***o la chiamate e me la fai avere entro un’ora, qui, sulla mia scrivania, e deve essere perfetta, non voglio più sentire parlare di questa storia, mi hai capito, Martin Luther King dei miei co****ni? - Guido si alza lentamente dalla sedia, prende il bicchiere di Cold Brew, rimasto intatto davanti a lui per tutto il tempo e lo getta addosso a Grimaldi, che rimane fermo con la bocca aperta e la camicia bianca diventata ora marrone scuro. Guido posa il bicchiere lentamente, raccoglie la sua cartelletta e si dirige verso la porta.

- Tu la pagherai, ora chiamo i tuoi capi e ti faccio sb****re fuori a calci nel c**o, capito co****ne, io ti rovino.
- Mark, comunque, solo per la precisione, il tuo sudore delle fronte non è dovuto al lavoro, salutami gli azionisti. – Esce velocemente dall’ufficio, incrocia velocemente Hanne Hathaway che ha sentito le urla e lo sta guardando allarmata, e mentre è già arrivato alle scale fa in tempo a gridarle “Ciao Hanne, ci vediamo alla spiaggia delle Pescoluse in Salento, ti aspetto!”. Scende i gradini tre alla volta mentre pensa che il suo lavoro alla Pallavicini & Associati è finito, forse è finita la sua intera carriera di avvocato, ed è felice, si sente leggero come una piuma, ora si merita sul serio quel caffè macchiato, e forse anche un cornetto alla crema, anzi due, alla faccia della dieta.

Arriva al piano terra e infila veloce il portone, per poi bloccarsi subito dopo. Nella foga si era dimenticato del presidio davanti alla sede FlashEat. Fuori ci saranno ormai duecento rider, oltre a giornalisti, qualche politico cittadino di AVS, rappresentanti di alcune sigle sindacali con tanto di striscioni. E soprattutto un’umanità giovane e determinata, molti del Bangladesh ma anche Egitto, Marocco, Pakistan, Nigeria, Senegal, Gambia, Albania. Una geografia derelitta, un mappamondo di sfigati con centinaia di borse quadrate e bici da quattro soldi.

Tutti incazzati neri, quelli del Bangladesh in pima fila. In lontananza si sente musica araba, indiana, tamburi che battono, Guido sente anche dal fondo del gruppo, qualcuno che urla “Basta, entriamo!”. Facce tese, combattive, si sentono urla da qualche parte, tutte è assordante e confuso. La situazione è esplosiva, Guido sente che potrebbe degenerare in pochi istanti, che basta un cerino e scoppia tutto. Ora quelli più vicini al portone lo stanno guardando, come se si aspettassero che dicesse qualcosa, come se avesse notizie per loro. Ma lui non ha niente per loro, può solo cercare di andarsene in fretta e mentre cerca di farlo, facendosi largo tra le persone, qualcuno lo riconosce.

- Avvocato! Ma quello è l’avvocato che lavora per Grimaldi, Avvocato! - Le persone cominciano a fare muro di fronte a lui, che a questo punto si ferma e si gira.
- Io non lavoro per Grimaldi, capito? Mi sono licenziato. - Parla a voce alta, a tutti e a nessuno - Ma adesso era da lui ora no? Che cosa ha detto Grimaldi? - La domanda risuona nella folla, che ora aspetta una risposta. Intorno a Guido si fa silenzio. Le facce sono tese, le orecchie bene aperte. Il cerino.
- Ha detto che d’ora in avanti la palestra ve la pagate da soli.

18/03/2026

[Un mio nuovo racconto]

LOTTA DI CLASSI

Lei è quasi certamente russa, di mezza età. Seduta di fronte a quello che sicuramente non è suo marito. In ogni caso, è di certo la seconda occasione per entrambi. Capelli corti, poco trucco, una gonna improbabile che sembra fatta di cartapesta, due gambe che assomigliano a bottiglie disegnate male. Lui ha pochi capelli, sopra i cinquanta, pancetta, camicia viola. La adora, si vede, la considera di sicuro la sua ancora di salvezza. Siedono di fianco a me, una di fronte all’altro, sul Regionale delle 7.40, assieme ad altri milleduecento come loro, come me.

Ritardo canonico di dieci minuti, ma io prendo sempre quello prima per non perdere la coincidenza con il Frecciarossa. È pieno russe e ucraine. A vederle così non sembrano affatto in guerra, sembrano solo stanche morte. E poi, moldave, senegalesi, rumene, badanti, infermiere, qualche commessa, credo. Studenti annoiati, manovali, impiegati di basso livello, donne con le camicie a fiori, tanti, tantissimi della Pubblica Amministrazione. Non so come si fa a capirlo, ma si capisce. Pensionati in trasferta, guardie giurate, palestrati, uomini col borsello.

Tatuaggi tristi, orecchini vistosi, trucchi pesanti, profumi da quattro soldi, tutti costretti a una compostezza forzata dato che non si respira, non ci si muove, non si può fare niente, i bagagli troppo grandi per i ripiani, le gambe troppo lunghe per non urtarsi, il telefono come unico perimetro di privacy, ostilità latente di tutti verso tutti e la percezione, sempre presente sottotraccia, ma che in questi momenti riesce ad affiorare in superficie, che qualcosa in qualche punto della nostra vita deve essere andato storto. Bagno rotto, sedili spelati, un sedile inspiegabilmente vuoto, ma perché c’è del liquido, probabilmente Coca cola. Per terra, residui di pollo fritto KFC del giorno prima. Mi sembra che si sia addirittura odore di sigaretta. Alla fine arriviamo, grazie di essere stati con noi.

Ed eccomi catapultato nella melassa cosmopolita, e io odio la melassa cosmopolita delle stazioni alta velocità. Trolley di ultima generazione, cuffie antirumore, professionisti, le uniche cravatte ancora esistenti sulla faccia della terra le trovi qui. Composizione multietnica ma in ogni caso benestante, giovani donne che prendono la galleria che porta ai binari come una sfilata, tutti con un mezzo sorriso stampato che guadano dritto e si fano i fatti loro in un modo indisponente, consulenti che telefonano come se da loro dipendessero le sorti del mondo e non qualche grana che se potessero eviterebbero come la peste. Non riescono a fregare nessuno. Li conosco bene, purtroppo.

Ma ci sono anche i consegnati delle trasferte, i nuovi pendolari del terziario avanzato, con i loro disinvolti zainetti di pelle e il loro profilo tragico, che fanno i giovani a sessantaquattro anni e non vorrebbero, nessuno di loro vorrebbe, ma l’imperativo del forever joung incombe come un corvo sul loro fatturato, sulle loro partite iva individuali. Soli contro tutti, e adesso anche contro l’Intelligenza artificiale che fa le slide meglio di loro. E in tutto questo non c’è uno straccio di posto a sedere. In generale, tutti suonano la loro parte più alti di un paio di tonalità, specialmente la mattina.
Ad esempio, il tizio che prede il caffè al banco del bar a metà della galleria, che sembra il sosia di Luca Cordero di Montezemolo, ma più grasso. Esibisce un portamento da principe di Galles. E non per i capelli un po’ lunghi che cadono distrattamente sulla sciarpa color crema, o per le rughe portate benissimo e che sembrano come inspessite dal sole, forse dalla barca, chissà. Questa è la superficie, la sua morbidezza sta nei gesti, in come alza la tazzina, in come guada svagato, attratto da tutto e da niente, lontano dalla stazione, dagli annunci all’altoparlante, dai trolley, dai militari con le mitragliette. Nel modo in cui resta indifferente alla cafoneria della barista, in come riesce a ignorare chi si affanna per un cornetto a fianco a lui. Che invidia.

Il prossimo che mi dice beato te che vai in trasferta così stacchi un po’ lo lancio dalle scale mobili. Così stacca un po’ anche lui. Dalle sei di mattina alle dieci di sera per due ore di riunione evitabilissime. La sequenza auto-stazione-Regionale-Frecciarossa-panino-taxi-riunione-taxi-Frecciarossa-tramezzino-Regionale-auto-casa. Tutto compresso in sedici ore, tutto sincronizzato, cosa mai può andare storto?

Mi dirigo al binario, in corrispondenza della carrozza Business. Le trasferte per me sono una tale rottura di p***e che cerco di alleviarle prendendo almeno un posto comodo. Tutto a mie spese. Al binario ritrovo Montezemolo, da solo, che parla al telefono con la mano in tasca e passeggia lentamente su e giù, un lieve sorriso, mentre ascolta il suo interlocutore ogni tanto alza la testa e increspa le labbra, poi la abbassa e ride, forse pensa di stare a Capri, di fronte al mare.

Arrivano anche gli altri passeggeri prenotati sulla stessa carrozza. Il solito mix di consulenti e quadri aziendali, un trio, anch’esso abbastanza comune, di americane obese con enormi cappelli di paglia, una mamma elegante con bambina educatissima al seguito, diversi pensionati abbienti con valigie costose, qualche coppia giovane, qualche sfigato precettato come me. C’è anche un giornalista, o più probabilmente un professore universitario, almeno credo, si nota dagli occhiali spessi e dalla giacca di tweed unita a un disarmante sottogiacca a V beige, dalla postura ingobbita, dalla pila di giornali, ma soprattutto dalla piaggeria del tizio giovane con la barbetta che viaggia con lui e che sta portando da solo tutti i bagagli.

Un tale livello di esibito servilismo è il timbro di fabbrica dell’università italiana. Scommetterei su Filologia o Italianistica. O Storia, Letteratura, comunque materie umanistiche. A un certo punto il barbetta schizza via per ritornare trafelato dopo un paio di minuti dicendo a voce alta, ancora a distanza dal suo mentore, che ci sono “ottime possibilità che il treno arrivi a questo binario, senza cambi dell’ultimo momento”. Che solerzia. E che prudenza. Il professore deve essere un tipo ansioso. Il treno in effetti arriva, in orario, Deo gratias.

Saliamo incolonnati, ho dietro di me una donna di colore bellissima, una visione da sogno, un’autentica dea fasciata da un tailleur blu elegantissimo, con una borsa Louis Vuitton e una tale quantità di oro addosso che la vedrei bene dietro una vetrina di Bulgari, spero davvero sia assicurata. Siamo sul Frecciarossa, mica a Montecarlo. Ma del resto ce ne vuole, in questo Paese, per farsi trattare con rispetto e far dimenticare il proprio colore della pelle.
Procediamo a rilento, davanti a me c’è il pingue Montezemolo, che sta borbottando tra sé, sembra piuttosto irritato dalla lentezza della fila. La carrozza Business ha solo tre poltrone per fila, molto larghe e secondo me molto comode, due a sinistra e una a destra del corridoio, sistemate una fronte all’altra, per cui a sinistra hai gruppi di quattro poltrone in cui si sta come giocatori di poker e a destra gruppi di due in cui si sta come giocatori di scacchi.

Non appena si siedono ai loro posti, situati nelle quattro poltrone prima della mia, le americane fanno apparire, come per magia, una varietà impressionante di cibo scadente: patatine, pollo fritto, merendine, Coca Cola, Fonzies. Tutte confezioni colorate. Più sono colorate più le apprezzano, come i bambini. Una di loro ha davanti perfino una Peroni Nastro Azzurro, e questo non l’avrei detto, le facevo più salutiste. Ma bisogna capirli, americani e australiani, appena realizzano che nel nostro Paese puoi acquistare alcol ovunque, dal panettiere alla gelateria, semplicemente prelevandolo dal frigobar e a volte perfino ai distributori automatici non capiscono più niente, gli sembra di aver trovato l’Eldorado.

Mentre mi sistemo vedo che la mamma, seduta assieme alla figlia in due delle quattro poltrone dopo la mia, ha cominciato a ti**re fuori libri, quaderni, penne, matite, fogli, pastelli, statuine, un arsenale ludico-didattico che farebbe impallidire la Montessori. Di fronte a loro, due pensionati benestanti che non mancano di fare sorrisi e complimenti alla bambina. I nonni temporanei del Frecciarossa. Altri pensionati benestanti sono sparsi nella carrozza, tutti con i loro giornali mainstream, che ormai vengono scritti unicamente per loro.

La coppia di ragazzi si siede e sfodera immediatamente delle cuffie antirumore di ultima generazione, quelle che producono un silenzio metafisico assoluto, incapsulando chi le indossa al di fuori dello spazio-tempo comune. La donna affascinante di Bulgari digita sullo smartphone un tasto alla volta, un po’ impacciata viste le unghie lunghe laccate.

In fondo ci sono quattro consulenti, o forse agenti commerciali, di trentacinque-quarant’anni, sono i più eleganti della carrozza, ma anche i più convenzionali, taglio di capelli impeccabile, completi perfetti con un look di tendenza, almeno credo, uno di loro con una barba hipster che pensavo fosse passata di moda e un altro con un pizzetto alla D’Artagnan che ispira simpatia. Appena si siedono tirano fuori i loro notebook, ma si vede chiaramente che non hanno la minima intenzione di lavorare.

Sono rilassati, ridanciani, chiacchieroni, si capisce benissimo che stanno andando qualche evento aziendale con non li impegnerà minimamente, un meeting commerciale, un corso di formazione, qualcosa che assomiglia più a una specie di vacanza pagata che a una riunione, un evento dove si potrà mangiare gratis, sparlare dei capi e magari reincontrare qualche collega carina. Beati loro. A un certo punto l’hipster abbassa un po’ la voce e gli altri si fanno più vicini, poi scoppiano in una risata. O stanno parlando di un collega co****ne o stanno parlando di gnocca.

Io sono capitato con il professore e il suo schiavetto, loro lato finestrino e io lato corridoio, mentre il Montezemolo ciccione sta da solo nella poltrona singola dall’altro lato del corridoio, senza avere nessuno di fronte. Che c**o, praticamente un pascià. Si è tolto la giacca e vedo che indossa un maglione leggero color pesca. Cerca subito di attaccare bottone, visto che siamo praticamente uno di fronte all’altro, anche se separati dal corridoio.

- Ma è sempre così? - mi chiede sorridendo e con un’espressione da oibò che conserverà per tutto il viaggio.
- In che senso? – Dico sorridendo a mia volta, ma ho già capito dove vuole andare a parare.
- Questa specie di transumanza forzata - solleva le sopracciglia con un sorriso complice, al quale rispondo per educazione alzando le sp***e come a dire che ci vuoi fare, però penso che anche sugli aeroplani funziona così, ma forse lui viaggia in executive, o forse si posta in catamarano, non saprei dire.
- Ma certo che in Italia non le sappiamo proprio fare le cose - si guarda intorno meravigliato - io non capisco, ma perché non prendiamo esempio da quello che fanno fuori vorrei sapere, ‘sta plastica, ‘ste sedie, ‘sti loculi. - Mi guarda e sbotta a ridere. Benvenuto nel ventunesimo secolo, mi verrebbe da dire. Chissà all’estero che meravigliosi interni in radica di noce. Ad ogni modo ha smesso di parlare e si è messo a sfogliare una rivista, scuotendo la testa.

Intanto di fronte a me si è seduto un tizio che sta trafficando con la presa del notebook, avrà quarantacinque anni, è vestito con un look consulenziale giacca e camicia senza cravatta serio ma poco curato, è tutto abbastanza stropicciato, come se ci avesse dormito dentro. Sembra stanco, ma anche agitato, ha un’aria sudaticcia già alle nove di mattina, traffica sul PC in maniera abbastanza frenetica, si direbbe in ansia, tutto il contrario degli allegri commerciali in fondo al vagone. È evidente che lo aspetta una giornata in salita e che lui non ha fatto i compiti, immagino che prima dell’arrivo debba completare qualche consegna, forse una presentazione che dovrà esporre nel pomeriggio, forse un foglio di calcolo da cui ti**re fuori dei dati da trasmettere, forse qualche mail che non ha fatto in tempo a spedire ieri alle dieci di ieri sera. In ogni caso è in palese ritardo.

Vorrei dirgli amico, fratello, vieni qui, passerà, ce la faremo, fammi vedere il tuo foglio Excel, fammi dare uno sguardo alle tue slide, fatti aiutare, non è niente, ti voglio bene, arriveremo alla fine di questa giornata. Ma, anche se vorrei farlo per davvero, non dico nulla, perché credo che sembrerei troppo strambo e ficcanaso. Ma quanti film inutili che ci facciamo. E comunque, finalmente, ci muoviamo. In orario, Deo Gratias. Siamo in viaggio da soli dieci minuti che parte la prima telefonata di Montezemolo.

- Camilla? Ciaaao carissima, come stai? Ma davveeero, ma saranno tre mesi, da quella volta al… Ma certo, esatto, seenti…, ma cosa vuoi che ti dica, sono qui prigioniero in una specie di treno…. - Ha detto le ultime parole con una tale enfasi e a un volume talmente alto che non solo la mamma Montessori e la testimonial di Bulgari, ma anche due o tre pensionati abbienti hanno guardato nella sua direzione. Solo i ragazzi incapsulati nelle cuffie metafisiche non si sono accorti di nulla. - Ma noo, ma una roba impresentabile guarda - non so se ho visto bene, ma mi è sembrato che si stesse grattando un po’ le p***e, e penso che il vero Montezemolo questo non lo avrebbe mai fatto - Ma te lo ricordi il viaggio da Barcellona a Madrid, aaaah una meraviglia… sì con Federico e Ginevra, ma ti ricordi che salotto… Esatto! Ma se ti dico che sembra di stare nei loculi, ti dico! -

Anche su queste ultime parole ha alzato la voce oltre il normale, tanto che lo hanno sentito anche i quattro commerciali, qualcuno nella carrozza comincia a dare segni di irritazione. Il tizio di fronte a me non smette di guardare il suo PC ma emette un lungo ed eloquente sospiro. - Ciao Camilla, ti richiamo poi alla fine di questa tortura. - Chiude la telefonata e mi guarda cercando una complicità che non ho più nessuna intenzione di concedergli. Penso piuttosto che il viaggio sarà lungo.

Nel frattempo, il professore ha iniziato a parlare al suo galoppino di quando era All’Università di Napoli, dell’immensa biblioteca, e dei grandi nomi che aveva potuto frequentare, come l’illustre italianista Ermanno Scipione Paladino. L’inserviente è estasiato, ha la bocca aperta e gli occhi sgranati, non può credere di essere a un solo grado di separazione da Scipione Paladino, che immagino sia una specie di rock star dell’italianistica.

La cosa che mi colpisce del professore è come agita la mano destra, con un fare vezzoso, svolazzante, a suo modo aristocratico. Probabilmente è rimasto ipnotizzato dalle sue stesse parole e ora pensa di essere in aula. Il galoppino pende dalle sue labbra. Non faccio in tempo ad assimilare completamente il discorso del professore che parte la seconda chiamata di Montezemolo, basata sullo stesso identico copione della prima.

- Pronto Lucrezia, Lucrezia mi senti? Ti disturbo? Se in atelier? Scusa ma in questo momento sono su una specie di carro bestiame che chiamano treno… - Ha smesso di cercare solidarietà dagli altri passeggeri e ha deciso di combattere da solo la sua battaglia contro i bassi standard di viaggio dei treni italiani. Il tizio di fronte a me sta serrando la mascella, e guarda fisso il notebook davanti a sé, segno che sta ascoltando il monologo e prendendo appunti mentalmente - Noo ma che vacanza, figurati, sto… Sì si ti sento, non bene che qui la rete mobile italiana, figuuurati… no no sul treno, su ‘sta bagnarola… Ma certo… ma la Germania certo ma mica solo... mma ti ric.., ma ti ricordi a Stoccarda…. Ma dei treni spettacolari… sììì, ma certo la Svezia, la Francia, ma pure la Danimarca… Tu sei in atelier? Verrei a trovarti, ma credo che mi dovrò prima riprendere da questo… -

Le persone attorno a noi fanno finta di niente ma sono sempre più incazzate, e io penso a quanta resilienza noi italiani potremmo insegnare a tedeschi, svedesi, francesi e pure danesi. Magari i treni non li sapremo fare, ma su come sopportare l’imbecillità non ci batte nessuno. – Ciaaao Lucrezia, salutami Carlo Alberto, quando ci vediamo ti racconto ‘sto viaggio della speranza, ciao ciao ciao ciao. - Chiude la chiamata e guarda il telefono per un po’, prima di rimettersi a leggere la rivista. Intanto hanno iniziato a distribuire gli snack e le bevande che, in quanto passeggeri della classe Business, ci spettano di diritto. Il professore prende snack dolce e succo di frutta alla pera, il portaborse prende lo stesso. E figuriamoci.

Il tizio di fronte a me non prende niente, fa no con un gesto e non solleva neanche lo sguardo verso l’assistente di bordo. Le americane si fiondano su arachidi e coca cola, la mamma Montessori accetta solo la bottiglietta d’acqua. Montezemolo prende tutto, anche un prosecco, il che mi spiega in parte la sua corpulenza. Sono le nove e mezza di mattina. E lui ha detto che non è in vacanza. Non oso pensare se lo fosse. Il professore ha ripreso a parlare e sta dicendo che non capisce questa “mania dell’inglese”.
- Sì, va bene, sì ogni tanto dovremo anche usare, ma insomma, adesso cos’è questa cosa di ‘sto inglese, una lingua sempliciotta, poverissima, mah, insomma, ora basta, voglio dire, facciamola finita, no? – Tutto questo con la mano svolazzante Io non posso credere alle mie orecchie. Questo tipo sta veramente dicendo che l’inglese, tutta la lingua inglese, da Shakespeare a Joyce e Walt Withman, parlata di un miliardo e messo di persone, la più parlata al mondo, questo passaporto universale della conoscenza, questa lingua franca, questo latino aggiornato al XXI secolo, è qualcosa come una specie di moda passeggera, qualcosa arrivato da chissà dove e destinato a sparire.

Come se dicesse “e basta con questo autotune nella musica pop”. L’inglese trattato come uno slang giovanile da coatti, i ragazzi al parchetto sulla panchina si fanno le canne, dicono maranza e parlano inglese, poverini. E il paggetto si affretta di dire che sì, in inglese non esiste la parola “azzurro”. Intuisco che con l’insigne Ermanno Scipione Paladino il professore parlerà nell’italiano di Ugo Foscolo o, al limite in napoletano stretto. A me va bene tutto basta che non pronuncino quella frase, accetto tutto ma quella frase no. E, puntuale arriva.

- Così ci dimentichiamo della nostra meravigliosa lingua - E io penso sconsolato che questo tizio qui, questo uomo dell’Ottocento sbrinato due secoli dopo, insegna ai ragazzi in un’università italiana, e che c’è un tizio che non vede l’ora di prendere il suo posto per fare lo stesso. Mi alzo per andare in bagno e ammiro distrattamente la mamma montessoriana alle prese con un libro di fiabe che la sta leggendo alla bambina impersonando alla perfezione tutti i personaggi, voci, espressioni, gesti, praticamente l’actor studio, il metodo Stanislavskij versione alta velocità. Torno in tempo per la terza telefonata, identica alle prime due.

- Pronto Maria Letizia... – E via con la tiritera della bagnarola su rotaie. Il tizio davanti a me è sempre più scuro in faccia, vedo che sta contraendo la mascella e sta digitando nervosamente sul suo notebook. Ma soprattutto non mi sta guardando in faccia cercando complicità, e questo è un bruttissimo segnale. Guardarsi, alzare gli occhi al cielo, commentare amaramente, perfino imprecare sono gesti che scaricano, sdrammatizzano, possono anche rendere divertente o surreale una situazione di difficoltà, come avere un cafone di fianco a te sul treno. Ma è evidente che lui sta tramando qualcosa, lo vedo pronto ad agire.

E infatti ad un certo punto, mentre Montezemolo sta ricordando con nostalgia il loro memorabile viaggio da Stoccarda a Berlino, chiude il notebook violentemente mentre dice “adesso basta”. Si alza di scatto, si avvicina al sedile di Montezemolo, appoggia la mano sinistra sulla parte alta del suo schienale e la sinistra sul tavolino, quasi a bloccargli ogni via di fuga.

- Mi ascolti bene. Siamo partiti senza ritardi, stiamo viaggiando in perfetto orario, fuori c’è uno splendido panorama soleggiato e lei è seduto su un sedile in pelle di una classe Business di un ETR 1000 di nuova generazione che è la punta di diamante della flotta dei treni italiana. - Qui devo dire che mi viene il dubbio che il tizio sia un funzionario di Trenitalia - Le è stato offerto uno snack salato, come da sua richiesta, anzi gliene hanno dati due perché lei è così simpatico, le hanno dato anche il prosecchino, è seduto senza nessuno davanti così può anche allungare le gambe e telefonare ai quattro venti mentre si gratta le p***e. -

Non credevo che lavorando al PC avesse colto anche questa sfumatura - Il wi-fi funziona perfettamente. Sul vagone c’è silenzio, non c’è nessuno che disturba, a parte lei con le sue c***o di telefonate a voce alta, il personale di bordo, a questo giro, è gentile, accogliente, la capotreno è pure discretamente gnocca, i bagni sono perfetti, puliti, con la carta igienica, il sapone e tutto quanto, la segnaletica di bordo funziona a meraviglia. -

Non gli si può dare torto, oggi siamo stati davvero fortunati - E ora io vorrei sapere, ma davvero sono tanto tanto tanto curioso di sapere quale sarebbe esattamente il suo problema. - ecco qui sta cominciando a scaldarsi, le americane a questo punto hanno smesso di mangiare e stanno guardando lievemente allarmate, la mamma Montessori richiama l’attenzione della figlia su un disegno, i pensionati abbienti abbassano i giornali mentre, in fondo alla carrozza, D’Artagnan si sta godendo la scena talmente divertito, con la bocca aperta e le sp***e che sussultano in modo così evidente che ho l’impressione che tra poco scoppierà in una risata fragorosa, ci manca davvero tanto così, sono sicuro che per lui in questo momento è come essere a teatro.

Nel frattempo, lo zelante assistente del professore è rimasto impietrito, gli occhi sbarrati, con il telefono bloccato a mezz’aria e chissà, forse sta pensando a quanto gli piacerebbe fare lo stesso con il suo mentore.
- Ora senti bene, piccolo principe. - È passato al tu, e questo è un altro butto segno - tu adesso te ne vieni con me in seconda classe, che qualche spiritoso ha deciso di chiamare “Smart” perché suona meglio, dove i sedili sono di stoffa, lo spazio è ridotto, il wi-fi non funziona, c’è un casino che la metà basta, tutti che parlano mangiano telefonano guardano la partita senza auricolari, è pieno di bagagli in eccesso dappertutto, le gambe invadono il corridoio, fa sempre troppo caldo, oppure troppo freddo, i bagni a fine viaggio sono diventati dei cessi, gli assistenti di bordo passano veloci per non farsi rompere le p***e, i cestini sono sempre pieni di rifiuti, nessuno ti offre un c***o di niente ed è pieno di gente che si fatta per bene i conti in tasca prima di decidersi a pagare quello che ha pagato solo per arrivare un po’ prima.

E soprattutto – e qui sta davvero urlando – per tutto questo nessuno di loro si sogna minimamente di rompere il c***o, hai capito, Cicciobello? Hai capito o te lo devo ripetere in tedesco, così anche il professore qui sta tranquillo? -

Tutta questa sparata se la deve essere ripetuta tra sé per molto tempo mentre soffriva davanti al PC, questo è sicuro. C’è un momento di silenzio, a questo punto potrebbe succedere qualsiasi cosa, dal come si permette alla rissa all’arrivo allarmato del capotreno allo svenimento e invece succede una cosa clamorosa, una cosa che a dirla non ci si crede.

Tutto il vagone, da cima a fondo, scoppia in un applauso dirompente, incontenibile, prolungato, liberatorio, si sente pure qualche fischio di approvazione, mentre dal fondo D’Artagnan esplode al grido di HASTA LA VICTORIA SIEMPRE! Le tizie americane applaudono senza sapere il perché, forse pensano che sia un’usanza italiana per festeggiare il treno in orario. Un entusiasmo del genere per una difesa così appassionata del Frecciarossa andava probabilmente filmato e mandato alle Relazioni Esterne di Trenitalia, ma è stato tutto troppo rapido.
Mi viene da pensare che se a questa severa denuncia delle ingiustizie tra classi dell’Alta Velocità avesse aggiunto anche l’esperienza dei viaggiatori sul Regionale non sarebbe stato male, forse lievemente demagogico, ma appropriato.

Montezemolo è annichilito, si è rannicchiato sulla poltrona e balbetta una serie di scuse scomposte, è piuttosto impaurito. Sono sicuro che sta pensando che sul treno Stoccarda-Berlino queste cose non succedono. In ogni caso il tizio di fronte a me, questo eroe, questo paladino, questo Lancillotto dei binari si risiede pesantemente al suo posto, mentre il professore si fa istintivamente da parte e il suo scudiero guarda in alto.

Io aspetto che alzi gli occhi per sorridergli, stringerli la mano, offrire da bere a questo eroico compagno di sventura, ma questo non accade, il prode cavaliere torna ad occuparsi delle sue slide e penso che è un vero peccato, penso che siamo davvero soli, ognuno contro tutti, armati solo della suite Microsoft e dalla nostra caparbietà. Montezemolo ha finalmente posato il telefono, guarda avanti a sé come imbambolato e resta così fino alla stazione successiva, dove finalmente scende, per la sua e per la nostra serenità. Scendono anche la meravigliosa testimonial Bulgari e di due ragazzi, chissà se con le loro cuffie hanno vissuto la scena.
Passando a fianco a noi, la donna fa qualcosa che proprio non mi sarei mai aspettato: si ferma un momento davanti a noi e dice a voce alta, rivolta al tizio di fronte a me - la saluto e la ringrazio. – Finalmente il tizio alza la testa, guarda l’affascinate testimonial e sorride debolmente, un po’ intimidito.

Siamo finalmente pronti per ripartire, eppure il treno non si muove. Dovrebbe essere partito già da cinque minuti, che poco alla volta diventano dieci, poi quindici. Una sosta che a uno sprovveduto potrebbe apparire misteriosa, ma noi sappiamo cosa significa, tutti lo sanno, ognuno di noi lo ha appreso fin da piccolo come una conoscenza comune che si tramanda da generazioni. Tutti ce lo aspettiamo, è solo questione di attimi, il tizio davanti a me si sta già reggendo la testa con le mani.

E, puntuale, arriva. Il messaggio in tre tempi che potremmo recitare a memoria: “Informiamo la gentile clientela che, a causa di un guasto sulla linea Alta Velocità” - primo tempo - “il treno subirà un ritardo di 120 minuti” - secondo tempo, e poi il terzo tempo, il più sadico, quella frase che suona come un insulto, un ghigno spietato, una risata maligna, uno schiaffo in faccia, un gigantesco Vaffanc**o che cade a pioggia e sommerge tutti noi poveri cristi: “Ci scusiamo per il disagio”.

Indirizzo

Corso Foronovo 110
Torri In Sabina
02049

Orario di apertura

Lunedì 09:00 - 20:00
Martedì 09:00 - 20:00
Mercoledì 09:00 - 20:00
Giovedì 09:00 - 20:00
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