18/03/2026
[Un mio nuovo racconto]
LOTTA DI CLASSI
Lei è quasi certamente russa, di mezza età. Seduta di fronte a quello che sicuramente non è suo marito. In ogni caso, è di certo la seconda occasione per entrambi. Capelli corti, poco trucco, una gonna improbabile che sembra fatta di cartapesta, due gambe che assomigliano a bottiglie disegnate male. Lui ha pochi capelli, sopra i cinquanta, pancetta, camicia viola. La adora, si vede, la considera di sicuro la sua ancora di salvezza. Siedono di fianco a me, una di fronte all’altro, sul Regionale delle 7.40, assieme ad altri milleduecento come loro, come me.
Ritardo canonico di dieci minuti, ma io prendo sempre quello prima per non perdere la coincidenza con il Frecciarossa. È pieno russe e ucraine. A vederle così non sembrano affatto in guerra, sembrano solo stanche morte. E poi, moldave, senegalesi, rumene, badanti, infermiere, qualche commessa, credo. Studenti annoiati, manovali, impiegati di basso livello, donne con le camicie a fiori, tanti, tantissimi della Pubblica Amministrazione. Non so come si fa a capirlo, ma si capisce. Pensionati in trasferta, guardie giurate, palestrati, uomini col borsello.
Tatuaggi tristi, orecchini vistosi, trucchi pesanti, profumi da quattro soldi, tutti costretti a una compostezza forzata dato che non si respira, non ci si muove, non si può fare niente, i bagagli troppo grandi per i ripiani, le gambe troppo lunghe per non urtarsi, il telefono come unico perimetro di privacy, ostilità latente di tutti verso tutti e la percezione, sempre presente sottotraccia, ma che in questi momenti riesce ad affiorare in superficie, che qualcosa in qualche punto della nostra vita deve essere andato storto. Bagno rotto, sedili spelati, un sedile inspiegabilmente vuoto, ma perché c’è del liquido, probabilmente Coca cola. Per terra, residui di pollo fritto KFC del giorno prima. Mi sembra che si sia addirittura odore di sigaretta. Alla fine arriviamo, grazie di essere stati con noi.
Ed eccomi catapultato nella melassa cosmopolita, e io odio la melassa cosmopolita delle stazioni alta velocità. Trolley di ultima generazione, cuffie antirumore, professionisti, le uniche cravatte ancora esistenti sulla faccia della terra le trovi qui. Composizione multietnica ma in ogni caso benestante, giovani donne che prendono la galleria che porta ai binari come una sfilata, tutti con un mezzo sorriso stampato che guadano dritto e si fano i fatti loro in un modo indisponente, consulenti che telefonano come se da loro dipendessero le sorti del mondo e non qualche grana che se potessero eviterebbero come la peste. Non riescono a fregare nessuno. Li conosco bene, purtroppo.
Ma ci sono anche i consegnati delle trasferte, i nuovi pendolari del terziario avanzato, con i loro disinvolti zainetti di pelle e il loro profilo tragico, che fanno i giovani a sessantaquattro anni e non vorrebbero, nessuno di loro vorrebbe, ma l’imperativo del forever joung incombe come un corvo sul loro fatturato, sulle loro partite iva individuali. Soli contro tutti, e adesso anche contro l’Intelligenza artificiale che fa le slide meglio di loro. E in tutto questo non c’è uno straccio di posto a sedere. In generale, tutti suonano la loro parte più alti di un paio di tonalità, specialmente la mattina.
Ad esempio, il tizio che prede il caffè al banco del bar a metà della galleria, che sembra il sosia di Luca Cordero di Montezemolo, ma più grasso. Esibisce un portamento da principe di Galles. E non per i capelli un po’ lunghi che cadono distrattamente sulla sciarpa color crema, o per le rughe portate benissimo e che sembrano come inspessite dal sole, forse dalla barca, chissà. Questa è la superficie, la sua morbidezza sta nei gesti, in come alza la tazzina, in come guada svagato, attratto da tutto e da niente, lontano dalla stazione, dagli annunci all’altoparlante, dai trolley, dai militari con le mitragliette. Nel modo in cui resta indifferente alla cafoneria della barista, in come riesce a ignorare chi si affanna per un cornetto a fianco a lui. Che invidia.
Il prossimo che mi dice beato te che vai in trasferta così stacchi un po’ lo lancio dalle scale mobili. Così stacca un po’ anche lui. Dalle sei di mattina alle dieci di sera per due ore di riunione evitabilissime. La sequenza auto-stazione-Regionale-Frecciarossa-panino-taxi-riunione-taxi-Frecciarossa-tramezzino-Regionale-auto-casa. Tutto compresso in sedici ore, tutto sincronizzato, cosa mai può andare storto?
Mi dirigo al binario, in corrispondenza della carrozza Business. Le trasferte per me sono una tale rottura di p***e che cerco di alleviarle prendendo almeno un posto comodo. Tutto a mie spese. Al binario ritrovo Montezemolo, da solo, che parla al telefono con la mano in tasca e passeggia lentamente su e giù, un lieve sorriso, mentre ascolta il suo interlocutore ogni tanto alza la testa e increspa le labbra, poi la abbassa e ride, forse pensa di stare a Capri, di fronte al mare.
Arrivano anche gli altri passeggeri prenotati sulla stessa carrozza. Il solito mix di consulenti e quadri aziendali, un trio, anch’esso abbastanza comune, di americane obese con enormi cappelli di paglia, una mamma elegante con bambina educatissima al seguito, diversi pensionati abbienti con valigie costose, qualche coppia giovane, qualche sfigato precettato come me. C’è anche un giornalista, o più probabilmente un professore universitario, almeno credo, si nota dagli occhiali spessi e dalla giacca di tweed unita a un disarmante sottogiacca a V beige, dalla postura ingobbita, dalla pila di giornali, ma soprattutto dalla piaggeria del tizio giovane con la barbetta che viaggia con lui e che sta portando da solo tutti i bagagli.
Un tale livello di esibito servilismo è il timbro di fabbrica dell’università italiana. Scommetterei su Filologia o Italianistica. O Storia, Letteratura, comunque materie umanistiche. A un certo punto il barbetta schizza via per ritornare trafelato dopo un paio di minuti dicendo a voce alta, ancora a distanza dal suo mentore, che ci sono “ottime possibilità che il treno arrivi a questo binario, senza cambi dell’ultimo momento”. Che solerzia. E che prudenza. Il professore deve essere un tipo ansioso. Il treno in effetti arriva, in orario, Deo gratias.
Saliamo incolonnati, ho dietro di me una donna di colore bellissima, una visione da sogno, un’autentica dea fasciata da un tailleur blu elegantissimo, con una borsa Louis Vuitton e una tale quantità di oro addosso che la vedrei bene dietro una vetrina di Bulgari, spero davvero sia assicurata. Siamo sul Frecciarossa, mica a Montecarlo. Ma del resto ce ne vuole, in questo Paese, per farsi trattare con rispetto e far dimenticare il proprio colore della pelle.
Procediamo a rilento, davanti a me c’è il pingue Montezemolo, che sta borbottando tra sé, sembra piuttosto irritato dalla lentezza della fila. La carrozza Business ha solo tre poltrone per fila, molto larghe e secondo me molto comode, due a sinistra e una a destra del corridoio, sistemate una fronte all’altra, per cui a sinistra hai gruppi di quattro poltrone in cui si sta come giocatori di poker e a destra gruppi di due in cui si sta come giocatori di scacchi.
Non appena si siedono ai loro posti, situati nelle quattro poltrone prima della mia, le americane fanno apparire, come per magia, una varietà impressionante di cibo scadente: patatine, pollo fritto, merendine, Coca Cola, Fonzies. Tutte confezioni colorate. Più sono colorate più le apprezzano, come i bambini. Una di loro ha davanti perfino una Peroni Nastro Azzurro, e questo non l’avrei detto, le facevo più salutiste. Ma bisogna capirli, americani e australiani, appena realizzano che nel nostro Paese puoi acquistare alcol ovunque, dal panettiere alla gelateria, semplicemente prelevandolo dal frigobar e a volte perfino ai distributori automatici non capiscono più niente, gli sembra di aver trovato l’Eldorado.
Mentre mi sistemo vedo che la mamma, seduta assieme alla figlia in due delle quattro poltrone dopo la mia, ha cominciato a ti**re fuori libri, quaderni, penne, matite, fogli, pastelli, statuine, un arsenale ludico-didattico che farebbe impallidire la Montessori. Di fronte a loro, due pensionati benestanti che non mancano di fare sorrisi e complimenti alla bambina. I nonni temporanei del Frecciarossa. Altri pensionati benestanti sono sparsi nella carrozza, tutti con i loro giornali mainstream, che ormai vengono scritti unicamente per loro.
La coppia di ragazzi si siede e sfodera immediatamente delle cuffie antirumore di ultima generazione, quelle che producono un silenzio metafisico assoluto, incapsulando chi le indossa al di fuori dello spazio-tempo comune. La donna affascinante di Bulgari digita sullo smartphone un tasto alla volta, un po’ impacciata viste le unghie lunghe laccate.
In fondo ci sono quattro consulenti, o forse agenti commerciali, di trentacinque-quarant’anni, sono i più eleganti della carrozza, ma anche i più convenzionali, taglio di capelli impeccabile, completi perfetti con un look di tendenza, almeno credo, uno di loro con una barba hipster che pensavo fosse passata di moda e un altro con un pizzetto alla D’Artagnan che ispira simpatia. Appena si siedono tirano fuori i loro notebook, ma si vede chiaramente che non hanno la minima intenzione di lavorare.
Sono rilassati, ridanciani, chiacchieroni, si capisce benissimo che stanno andando qualche evento aziendale con non li impegnerà minimamente, un meeting commerciale, un corso di formazione, qualcosa che assomiglia più a una specie di vacanza pagata che a una riunione, un evento dove si potrà mangiare gratis, sparlare dei capi e magari reincontrare qualche collega carina. Beati loro. A un certo punto l’hipster abbassa un po’ la voce e gli altri si fanno più vicini, poi scoppiano in una risata. O stanno parlando di un collega co****ne o stanno parlando di gnocca.
Io sono capitato con il professore e il suo schiavetto, loro lato finestrino e io lato corridoio, mentre il Montezemolo ciccione sta da solo nella poltrona singola dall’altro lato del corridoio, senza avere nessuno di fronte. Che c**o, praticamente un pascià. Si è tolto la giacca e vedo che indossa un maglione leggero color pesca. Cerca subito di attaccare bottone, visto che siamo praticamente uno di fronte all’altro, anche se separati dal corridoio.
- Ma è sempre così? - mi chiede sorridendo e con un’espressione da oibò che conserverà per tutto il viaggio.
- In che senso? – Dico sorridendo a mia volta, ma ho già capito dove vuole andare a parare.
- Questa specie di transumanza forzata - solleva le sopracciglia con un sorriso complice, al quale rispondo per educazione alzando le sp***e come a dire che ci vuoi fare, però penso che anche sugli aeroplani funziona così, ma forse lui viaggia in executive, o forse si posta in catamarano, non saprei dire.
- Ma certo che in Italia non le sappiamo proprio fare le cose - si guarda intorno meravigliato - io non capisco, ma perché non prendiamo esempio da quello che fanno fuori vorrei sapere, ‘sta plastica, ‘ste sedie, ‘sti loculi. - Mi guarda e sbotta a ridere. Benvenuto nel ventunesimo secolo, mi verrebbe da dire. Chissà all’estero che meravigliosi interni in radica di noce. Ad ogni modo ha smesso di parlare e si è messo a sfogliare una rivista, scuotendo la testa.
Intanto di fronte a me si è seduto un tizio che sta trafficando con la presa del notebook, avrà quarantacinque anni, è vestito con un look consulenziale giacca e camicia senza cravatta serio ma poco curato, è tutto abbastanza stropicciato, come se ci avesse dormito dentro. Sembra stanco, ma anche agitato, ha un’aria sudaticcia già alle nove di mattina, traffica sul PC in maniera abbastanza frenetica, si direbbe in ansia, tutto il contrario degli allegri commerciali in fondo al vagone. È evidente che lo aspetta una giornata in salita e che lui non ha fatto i compiti, immagino che prima dell’arrivo debba completare qualche consegna, forse una presentazione che dovrà esporre nel pomeriggio, forse un foglio di calcolo da cui ti**re fuori dei dati da trasmettere, forse qualche mail che non ha fatto in tempo a spedire ieri alle dieci di ieri sera. In ogni caso è in palese ritardo.
Vorrei dirgli amico, fratello, vieni qui, passerà, ce la faremo, fammi vedere il tuo foglio Excel, fammi dare uno sguardo alle tue slide, fatti aiutare, non è niente, ti voglio bene, arriveremo alla fine di questa giornata. Ma, anche se vorrei farlo per davvero, non dico nulla, perché credo che sembrerei troppo strambo e ficcanaso. Ma quanti film inutili che ci facciamo. E comunque, finalmente, ci muoviamo. In orario, Deo Gratias. Siamo in viaggio da soli dieci minuti che parte la prima telefonata di Montezemolo.
- Camilla? Ciaaao carissima, come stai? Ma davveeero, ma saranno tre mesi, da quella volta al… Ma certo, esatto, seenti…, ma cosa vuoi che ti dica, sono qui prigioniero in una specie di treno…. - Ha detto le ultime parole con una tale enfasi e a un volume talmente alto che non solo la mamma Montessori e la testimonial di Bulgari, ma anche due o tre pensionati abbienti hanno guardato nella sua direzione. Solo i ragazzi incapsulati nelle cuffie metafisiche non si sono accorti di nulla. - Ma noo, ma una roba impresentabile guarda - non so se ho visto bene, ma mi è sembrato che si stesse grattando un po’ le p***e, e penso che il vero Montezemolo questo non lo avrebbe mai fatto - Ma te lo ricordi il viaggio da Barcellona a Madrid, aaaah una meraviglia… sì con Federico e Ginevra, ma ti ricordi che salotto… Esatto! Ma se ti dico che sembra di stare nei loculi, ti dico! -
Anche su queste ultime parole ha alzato la voce oltre il normale, tanto che lo hanno sentito anche i quattro commerciali, qualcuno nella carrozza comincia a dare segni di irritazione. Il tizio di fronte a me non smette di guardare il suo PC ma emette un lungo ed eloquente sospiro. - Ciao Camilla, ti richiamo poi alla fine di questa tortura. - Chiude la telefonata e mi guarda cercando una complicità che non ho più nessuna intenzione di concedergli. Penso piuttosto che il viaggio sarà lungo.
Nel frattempo, il professore ha iniziato a parlare al suo galoppino di quando era All’Università di Napoli, dell’immensa biblioteca, e dei grandi nomi che aveva potuto frequentare, come l’illustre italianista Ermanno Scipione Paladino. L’inserviente è estasiato, ha la bocca aperta e gli occhi sgranati, non può credere di essere a un solo grado di separazione da Scipione Paladino, che immagino sia una specie di rock star dell’italianistica.
La cosa che mi colpisce del professore è come agita la mano destra, con un fare vezzoso, svolazzante, a suo modo aristocratico. Probabilmente è rimasto ipnotizzato dalle sue stesse parole e ora pensa di essere in aula. Il galoppino pende dalle sue labbra. Non faccio in tempo ad assimilare completamente il discorso del professore che parte la seconda chiamata di Montezemolo, basata sullo stesso identico copione della prima.
- Pronto Lucrezia, Lucrezia mi senti? Ti disturbo? Se in atelier? Scusa ma in questo momento sono su una specie di carro bestiame che chiamano treno… - Ha smesso di cercare solidarietà dagli altri passeggeri e ha deciso di combattere da solo la sua battaglia contro i bassi standard di viaggio dei treni italiani. Il tizio di fronte a me sta serrando la mascella, e guarda fisso il notebook davanti a sé, segno che sta ascoltando il monologo e prendendo appunti mentalmente - Noo ma che vacanza, figurati, sto… Sì si ti sento, non bene che qui la rete mobile italiana, figuuurati… no no sul treno, su ‘sta bagnarola… Ma certo… ma la Germania certo ma mica solo... mma ti ric.., ma ti ricordi a Stoccarda…. Ma dei treni spettacolari… sììì, ma certo la Svezia, la Francia, ma pure la Danimarca… Tu sei in atelier? Verrei a trovarti, ma credo che mi dovrò prima riprendere da questo… -
Le persone attorno a noi fanno finta di niente ma sono sempre più incazzate, e io penso a quanta resilienza noi italiani potremmo insegnare a tedeschi, svedesi, francesi e pure danesi. Magari i treni non li sapremo fare, ma su come sopportare l’imbecillità non ci batte nessuno. – Ciaaao Lucrezia, salutami Carlo Alberto, quando ci vediamo ti racconto ‘sto viaggio della speranza, ciao ciao ciao ciao. - Chiude la chiamata e guarda il telefono per un po’, prima di rimettersi a leggere la rivista. Intanto hanno iniziato a distribuire gli snack e le bevande che, in quanto passeggeri della classe Business, ci spettano di diritto. Il professore prende snack dolce e succo di frutta alla pera, il portaborse prende lo stesso. E figuriamoci.
Il tizio di fronte a me non prende niente, fa no con un gesto e non solleva neanche lo sguardo verso l’assistente di bordo. Le americane si fiondano su arachidi e coca cola, la mamma Montessori accetta solo la bottiglietta d’acqua. Montezemolo prende tutto, anche un prosecco, il che mi spiega in parte la sua corpulenza. Sono le nove e mezza di mattina. E lui ha detto che non è in vacanza. Non oso pensare se lo fosse. Il professore ha ripreso a parlare e sta dicendo che non capisce questa “mania dell’inglese”.
- Sì, va bene, sì ogni tanto dovremo anche usare, ma insomma, adesso cos’è questa cosa di ‘sto inglese, una lingua sempliciotta, poverissima, mah, insomma, ora basta, voglio dire, facciamola finita, no? – Tutto questo con la mano svolazzante Io non posso credere alle mie orecchie. Questo tipo sta veramente dicendo che l’inglese, tutta la lingua inglese, da Shakespeare a Joyce e Walt Withman, parlata di un miliardo e messo di persone, la più parlata al mondo, questo passaporto universale della conoscenza, questa lingua franca, questo latino aggiornato al XXI secolo, è qualcosa come una specie di moda passeggera, qualcosa arrivato da chissà dove e destinato a sparire.
Come se dicesse “e basta con questo autotune nella musica pop”. L’inglese trattato come uno slang giovanile da coatti, i ragazzi al parchetto sulla panchina si fanno le canne, dicono maranza e parlano inglese, poverini. E il paggetto si affretta di dire che sì, in inglese non esiste la parola “azzurro”. Intuisco che con l’insigne Ermanno Scipione Paladino il professore parlerà nell’italiano di Ugo Foscolo o, al limite in napoletano stretto. A me va bene tutto basta che non pronuncino quella frase, accetto tutto ma quella frase no. E, puntuale arriva.
- Così ci dimentichiamo della nostra meravigliosa lingua - E io penso sconsolato che questo tizio qui, questo uomo dell’Ottocento sbrinato due secoli dopo, insegna ai ragazzi in un’università italiana, e che c’è un tizio che non vede l’ora di prendere il suo posto per fare lo stesso. Mi alzo per andare in bagno e ammiro distrattamente la mamma montessoriana alle prese con un libro di fiabe che la sta leggendo alla bambina impersonando alla perfezione tutti i personaggi, voci, espressioni, gesti, praticamente l’actor studio, il metodo Stanislavskij versione alta velocità. Torno in tempo per la terza telefonata, identica alle prime due.
- Pronto Maria Letizia... – E via con la tiritera della bagnarola su rotaie. Il tizio davanti a me è sempre più scuro in faccia, vedo che sta contraendo la mascella e sta digitando nervosamente sul suo notebook. Ma soprattutto non mi sta guardando in faccia cercando complicità, e questo è un bruttissimo segnale. Guardarsi, alzare gli occhi al cielo, commentare amaramente, perfino imprecare sono gesti che scaricano, sdrammatizzano, possono anche rendere divertente o surreale una situazione di difficoltà, come avere un cafone di fianco a te sul treno. Ma è evidente che lui sta tramando qualcosa, lo vedo pronto ad agire.
E infatti ad un certo punto, mentre Montezemolo sta ricordando con nostalgia il loro memorabile viaggio da Stoccarda a Berlino, chiude il notebook violentemente mentre dice “adesso basta”. Si alza di scatto, si avvicina al sedile di Montezemolo, appoggia la mano sinistra sulla parte alta del suo schienale e la sinistra sul tavolino, quasi a bloccargli ogni via di fuga.
- Mi ascolti bene. Siamo partiti senza ritardi, stiamo viaggiando in perfetto orario, fuori c’è uno splendido panorama soleggiato e lei è seduto su un sedile in pelle di una classe Business di un ETR 1000 di nuova generazione che è la punta di diamante della flotta dei treni italiana. - Qui devo dire che mi viene il dubbio che il tizio sia un funzionario di Trenitalia - Le è stato offerto uno snack salato, come da sua richiesta, anzi gliene hanno dati due perché lei è così simpatico, le hanno dato anche il prosecchino, è seduto senza nessuno davanti così può anche allungare le gambe e telefonare ai quattro venti mentre si gratta le p***e. -
Non credevo che lavorando al PC avesse colto anche questa sfumatura - Il wi-fi funziona perfettamente. Sul vagone c’è silenzio, non c’è nessuno che disturba, a parte lei con le sue c***o di telefonate a voce alta, il personale di bordo, a questo giro, è gentile, accogliente, la capotreno è pure discretamente gnocca, i bagni sono perfetti, puliti, con la carta igienica, il sapone e tutto quanto, la segnaletica di bordo funziona a meraviglia. -
Non gli si può dare torto, oggi siamo stati davvero fortunati - E ora io vorrei sapere, ma davvero sono tanto tanto tanto curioso di sapere quale sarebbe esattamente il suo problema. - ecco qui sta cominciando a scaldarsi, le americane a questo punto hanno smesso di mangiare e stanno guardando lievemente allarmate, la mamma Montessori richiama l’attenzione della figlia su un disegno, i pensionati abbienti abbassano i giornali mentre, in fondo alla carrozza, D’Artagnan si sta godendo la scena talmente divertito, con la bocca aperta e le sp***e che sussultano in modo così evidente che ho l’impressione che tra poco scoppierà in una risata fragorosa, ci manca davvero tanto così, sono sicuro che per lui in questo momento è come essere a teatro.
Nel frattempo, lo zelante assistente del professore è rimasto impietrito, gli occhi sbarrati, con il telefono bloccato a mezz’aria e chissà, forse sta pensando a quanto gli piacerebbe fare lo stesso con il suo mentore.
- Ora senti bene, piccolo principe. - È passato al tu, e questo è un altro butto segno - tu adesso te ne vieni con me in seconda classe, che qualche spiritoso ha deciso di chiamare “Smart” perché suona meglio, dove i sedili sono di stoffa, lo spazio è ridotto, il wi-fi non funziona, c’è un casino che la metà basta, tutti che parlano mangiano telefonano guardano la partita senza auricolari, è pieno di bagagli in eccesso dappertutto, le gambe invadono il corridoio, fa sempre troppo caldo, oppure troppo freddo, i bagni a fine viaggio sono diventati dei cessi, gli assistenti di bordo passano veloci per non farsi rompere le p***e, i cestini sono sempre pieni di rifiuti, nessuno ti offre un c***o di niente ed è pieno di gente che si fatta per bene i conti in tasca prima di decidersi a pagare quello che ha pagato solo per arrivare un po’ prima.
E soprattutto – e qui sta davvero urlando – per tutto questo nessuno di loro si sogna minimamente di rompere il c***o, hai capito, Cicciobello? Hai capito o te lo devo ripetere in tedesco, così anche il professore qui sta tranquillo? -
Tutta questa sparata se la deve essere ripetuta tra sé per molto tempo mentre soffriva davanti al PC, questo è sicuro. C’è un momento di silenzio, a questo punto potrebbe succedere qualsiasi cosa, dal come si permette alla rissa all’arrivo allarmato del capotreno allo svenimento e invece succede una cosa clamorosa, una cosa che a dirla non ci si crede.
Tutto il vagone, da cima a fondo, scoppia in un applauso dirompente, incontenibile, prolungato, liberatorio, si sente pure qualche fischio di approvazione, mentre dal fondo D’Artagnan esplode al grido di HASTA LA VICTORIA SIEMPRE! Le tizie americane applaudono senza sapere il perché, forse pensano che sia un’usanza italiana per festeggiare il treno in orario. Un entusiasmo del genere per una difesa così appassionata del Frecciarossa andava probabilmente filmato e mandato alle Relazioni Esterne di Trenitalia, ma è stato tutto troppo rapido.
Mi viene da pensare che se a questa severa denuncia delle ingiustizie tra classi dell’Alta Velocità avesse aggiunto anche l’esperienza dei viaggiatori sul Regionale non sarebbe stato male, forse lievemente demagogico, ma appropriato.
Montezemolo è annichilito, si è rannicchiato sulla poltrona e balbetta una serie di scuse scomposte, è piuttosto impaurito. Sono sicuro che sta pensando che sul treno Stoccarda-Berlino queste cose non succedono. In ogni caso il tizio di fronte a me, questo eroe, questo paladino, questo Lancillotto dei binari si risiede pesantemente al suo posto, mentre il professore si fa istintivamente da parte e il suo scudiero guarda in alto.
Io aspetto che alzi gli occhi per sorridergli, stringerli la mano, offrire da bere a questo eroico compagno di sventura, ma questo non accade, il prode cavaliere torna ad occuparsi delle sue slide e penso che è un vero peccato, penso che siamo davvero soli, ognuno contro tutti, armati solo della suite Microsoft e dalla nostra caparbietà. Montezemolo ha finalmente posato il telefono, guarda avanti a sé come imbambolato e resta così fino alla stazione successiva, dove finalmente scende, per la sua e per la nostra serenità. Scendono anche la meravigliosa testimonial Bulgari e di due ragazzi, chissà se con le loro cuffie hanno vissuto la scena.
Passando a fianco a noi, la donna fa qualcosa che proprio non mi sarei mai aspettato: si ferma un momento davanti a noi e dice a voce alta, rivolta al tizio di fronte a me - la saluto e la ringrazio. – Finalmente il tizio alza la testa, guarda l’affascinate testimonial e sorride debolmente, un po’ intimidito.
Siamo finalmente pronti per ripartire, eppure il treno non si muove. Dovrebbe essere partito già da cinque minuti, che poco alla volta diventano dieci, poi quindici. Una sosta che a uno sprovveduto potrebbe apparire misteriosa, ma noi sappiamo cosa significa, tutti lo sanno, ognuno di noi lo ha appreso fin da piccolo come una conoscenza comune che si tramanda da generazioni. Tutti ce lo aspettiamo, è solo questione di attimi, il tizio davanti a me si sta già reggendo la testa con le mani.
E, puntuale, arriva. Il messaggio in tre tempi che potremmo recitare a memoria: “Informiamo la gentile clientela che, a causa di un guasto sulla linea Alta Velocità” - primo tempo - “il treno subirà un ritardo di 120 minuti” - secondo tempo, e poi il terzo tempo, il più sadico, quella frase che suona come un insulto, un ghigno spietato, una risata maligna, uno schiaffo in faccia, un gigantesco Vaffanc**o che cade a pioggia e sommerge tutti noi poveri cristi: “Ci scusiamo per il disagio”.