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DISPONIBILE IN NOLEGGIOLa faglia di Sant'Andrea si sta animando e il terremoto previsto è il più disastroso di sempre. U...
17/12/2015

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La faglia di Sant'Andrea si sta animando e il terremoto previsto è il più disastroso di sempre. Un gruppo di sismologi è riuscito a prevederlo e annunciarlo in televisione ma manca troppo poco. Mentre tutta San Francisco cerca di scappare dalla città una famiglia spezzata (genitori divorziati, una figlia deceduta sulle spalle e un'altra in giro per la città) cerca di ricongiungersi all'interno della tragedia, tra scosse, palazzi che crollano e uno tsunami.
Gloriosissima distruzione in computer grafica di buona parte della costa Ovest degli Stati Uniti d'America, tripudio del massacro e sublimazione della massima paura californiana, quella del Big One, il terremoto dei terremoti, Brad Peyton sembra aver capito immediatamente cosa conti in un film come San Andreas: la distruzione. Dalle prime immagini (le migliori del film) la tragedia è imminente e la regia gioca al gatto col topo con l'incidente, fino a che un'avvisaglia non sta per mietere la prima vittima. Potrebbe essere un inizio nello stile di Lo squalo ma l'entrata in scena del protagonista, eroe di mestiere, pilota d'elicotteri di salvataggio, chiarisce cosa stiamo guardando.
Quelli iniziali sono gli unici momenti in cui San Andreas sembra rispondere in pieno al genere cui appartiene, il catastrofico, i soli cioè in cui il film ha una dimensione extra familiare. Il resto di questa grande parabola distruttiva in cui Dwayne Johnson attraversa uno stato nell'atto del suo collassare, è un'epopea privata, la storia di come una famiglia si cerchi e si trovi durante un cataclisma. Sembra di vedere le classiche idee del disaster movie per come fu canonizzato da L'inferno di cristallo (i personaggi eterogenei e le diverse individualità costrette a convivere in una situazione estrema) contaminato dagli spunti "realisti" di The Impossible, in cui una famiglia cerca di ritrovarsi durante lo tsunami indiano.
Con molta meno prospettiva e molto meno gusto melodrammatico del film di J.A. Bayona, Brad Peyton mette in scena il primo script per la televisione di Carlton Cuse (sceneggiatore televisivo diventato famoso per Lost), immaginando un evento dalle proporzioni impensabili e puntando tutto sull'effetto finale (la distruzione) senza passare per le cause. I terremoti arrivano subitanei e la loro portata non è lontana dal passaggio di un Godzilla o qualsiasi creatura immane. I palazzi si sbriciolano anche più di quanto avevamo visto accadere in 2012 (che aveva comunque un impianto spettacolare superiore), le autostrade si piegano, i ponti si avvitano e su tutto le proporzioni impossibili (ma vere) di Dwayne Johnson attraversano onde, crepe nel terreno ed edifici diroccati per giungere da sua figlia. Lo stesso, anche di fronte a tanta esasperazione della plausibilità, i dialoghi appaiono come la componente meno accettabile in San Andreas.
Il dolce spirito naive che anima questo tipo di produzioni fieramente popolari e dalle dinamiche teneramente semplici, viene sporcato di un gusto per l'esagerazione e l'eccesso che, per come è ripetuto e sbattuto in faccia allo spettatore, sembra uscire da una produzione Asylum. La dinamica esasperata del salvataggio all'ultimo secondo è utilizzata di continuo per ogni situazione e del resto ogni distruzione lascia i protagonisti illesi o al massimo graffiati, tranne quando ha delle conseguenze mortali, le quali tuttavia vengono iperbolicamente risolte. Morte e vita perdono in breve di ogni valore, quella tensione alla sopravvivenza, quel sottile senso di precarietà di fronte ad una tragedia di molto superiore all'umano che anima il genere catastrofico si perde quasi subito. L'obiettivo di una simile deroga alle normali leggi della fisica sembrerebbe quello di dare più enfasi al melò familiare (di suo molto blando), poichè i sentimenti non sono là dove dovrebbero essere (nei personaggi, dunque negli attori) ma si trovano riflessi nell'esagerazione della distruzione. Tuttavia il sacrifico sembra servire a poco, San Andreas fatica a coinvolgere e più distrugge più genera assuefazione alle immagini invece che stupore.

DISPONIBILE IN NOLEGGIOJimmy Conlon è un ex killer di origini irlandesi tormentato da innumerevoli sensi di colpa che ce...
17/12/2015

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Jimmy Conlon è un ex killer di origini irlandesi tormentato da innumerevoli sensi di colpa che cerca inutilmente di annegare nell'alcol. Il figlio Michael non vuole avere nulla a che fare con papà nel tentativo di creare per sé e la propria famiglia una vita perbene. Ma il destino complica le cose mettendo Michael a confronto con Danny, il figlio criminale e tossicodipendente del boss della mafia irlandese Shawn Maguire. Shawn è anche il capo di Jimmy e suo amico fraterno: entrambi appartengono ad una generazione entrata nel crimine più per mancanza di alternative che per scelta, entrambi sono legati ad un codice d'onore che la generazione dei loro figli ignora o disconosce.
Jaume Collet-Serra, regista spagnolo quarantenne prestato a Hollywood, prosegue nella sua canonizzazione della figura di Liam Neeson come eroe riluttante il cui senso di colpa sembra insito (cinematograficamente parlando) nelle origini cattoliche dell'attore. Il personaggio di Neeson è massiccio e dolente come lo era nei due precedenti film diretti da Collet-Serra che l'hanno visto protagonista, Unknown - Senza identità e Non-Stop: una caratterizzazione così aderente al look consumato e alla recitazione afflitta di Neeson che l'attore sta diventando l'archetipo cinematografico del penitente cattolico in cerca di perdono (vedi il recente La preda perfetta).
La sceneggiatura di Brad Ingelsby, già autore de Il fuoco della vendetta, insiste sulle tematiche del peccato e della redenzione creando un racconto d'atmosfera sporco e fallibile che ben si adatta alla cifra registica di Collet-Serra e del direttore della fotografia Martin Ruhe. Le scene d'azione sono il punto di forza del regista spagnolo (memorabile quella dell'incidente che dava l'avvio alla vicenda di Unknown) e la New York che racconta è quella romantica e corrotta dei romanzi polizieschi, cui si perdonano alcune implausibilità della trama: sembra che Manhattan sia un villaggio in cui tutti si imbattono per caso gli uni negli altri e la gente va in giro coperta di sangue e di lividi senza che nessuno ci faccia caso.
Secondo i codici (e i manierismi) del genere, Run all Night tuttavia funziona come prodotto medio di entertainment con qualche guizzo estetico e qualche riflessione etica: sul rapporto fra padri e figli, sulla necessità di interrompere il ciclo della violenza (senza però esimersi dal mostrarla a piene mani) e sul fare ciò che è necessario, anche quando non ci piace.

DISPONIBILE IN NOLEGGIOIl campione olimpico di lotta Mark Schultz viene contattato da emissari del miliardario John du P...
17/12/2015

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Il campione olimpico di lotta Mark Schultz viene contattato da emissari del miliardario John du Pont. Costui, erede della dinastia di industriali, vuole costruire un team di lottatori che tenga alto il prestigio degli Usa alle Olimpiadi di Seul del 1988. Lui ne sarà il finanziatore e il coach. Mark vede in questo invito l'occasione per affrancarsi dal fratello maggiore, anch'egli campione, ma deve ben presto accorgersi che Du Pont soffre di disturbi psicologici originati da una totale dipendenza dal giudizio dell'anziana madre.
Quando all'inizio di un film si legge la scritta "Ispirato a fatti realmente accaduti" lo spettatore attento viene assalito dal timore di una ricostruzione cronachistica. Non è quanto accade nel film di Bennett Miller che sa andare oltre i fatti per scavare nella complessità delle psicologie dei protagonisti di una vicenda che vide al centro l'erede della famiglia che, con la vendita di munizioni, costruì un impero a partire dalla Guerra di Secessione. In Mark leggiamo la complessità di un sistema sportivo statunitense che fa crescere campioni che credono di possedere una cultura (si è laureato) mentre invece sono stati semplicemente tollerati grazie alle loro qualità atletiche. Il campione è tanto possente fisicamente quanto fragile psicologicamente e proprio per questo, seppur con qualche reticenza, pronto a mettersi al servizio di chi gli prospetta un grande futuro. È però a uno Steve Carell al massimo della sua forma attoriale che viene affidato il compito di calarsi nelle posture e negli atteggiamenti di un personaggio che a tratti ricorda, nel suo rapporto con la madre, il Norman Bates di Psyco. John du Pont è un reazionario psicopatico che cerca, senza mai trovarla, l'approvazione dell'anziana genitrice. Il suo rapporto con Mark diviene progressivamente morboso: il ragazzo deve conquistare i trofei che a lui, mai realmente cresciuto, la vita ha negato. Questo però non gli impedisce di avviarlo all'uso della cocaina e poi, dubitando dei risultati, dal riproporgli la presenza di un fratello temuto proprio perché consapevole della serietà che è richiesta per conseguire l'eccellenza in qualsiasi campo (e in particolare in quello sportivo). La progressione verso l'abisso è inevitabile: la lotta contro il malessere esistenziale si rivela molto più insidiosa di quella affrontata in una palestra: alla fine non ci sono vincitori ma solo sconfitti.

DISPONIBILE IN NOLEGGIOUna letale serial-killer sedicenne, desiderosa di condurre una vita normale, inscena la propria m...
17/12/2015

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Una letale serial-killer sedicenne, desiderosa di condurre una vita normale, inscena la propria morte per poi iscriversi, sotto falso nome, in una scuola superiore in periferia. Quel che non si aspetta è che essere un'adolescente popolare al liceo non è proprio una passeggiata...

DISPONIBILE IN NOLEGGIO Vessato e fiaccato dalla vita, da un matrimonio fallito per questioni economiche, dalla frustraz...
17/12/2015

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Vessato e fiaccato dalla vita, da un matrimonio fallito per questioni economiche, dalla frustrazione di una figlia che non vede mai e da un lavoro che l'ha mollato, il capitano Robinson accetta di giocarsi tutto in una missione clandestina ma potenzialmente miliardaria. Sul fondale del Mar Nero giace il relitto di un sottomarino russo che trasportava un carico d'oro dalla Russia di Stalin alla Germania di Hi**er, qualcuno ha il punto esatto, occorre solo un equipaggio così disperato da essere disposto a rischiare la vita in una missione di recupero. Con un manipolo di uomini selezionati tra il peggio (che paradossalmente è il meglio) disponibile sul mercato inglese e russo (il sottomarino che useranno viene da lì e occorre qualcuno che parli la lingua), Robinson deve navigare di nascosto al di sotto della flotta russa stanziata sul Mar Nero e contemporaneamente tenere a bada la follia avida che prende piede tra i suoi uomini.
Il cinema dei sottomarini è un sottogenere a sè che si nutre di contraddizioni, unisce le convenzioni dei film di guerra, d'azione e thriller, con le regole ferree dei drammi d'interno, è necessariamente alimentato dalla parola ma adotta uno stile (quello dei film virili) per il quale occorre parlare il meno possibile e "fare" il più possibile, in cui quel che viene detto non conta mai quanto ciò che viene fatto e spesso è in contraddizione con esso.
Black Sea aderisce goduriosamente ad ognuna di queste regole e prova un piacere condivisibile nel mettere il suo gruppo mal assortito di protagonisti nel luogo più spiacevole e nelle condizioni peggiori.
Con uno sceneggiatore proveniente dalla miglior serialità televisiva (Dennis Kelly, autore di Utopia) e un regista trasformista come Kevin Macdonald, questa produzione anglo-russa manipola con disinvoltura rara gli assunti del genere e, benchè troppo spiccio nel giungere alle proprie conclusioni, sa tenere bene a mente l'obiettivo ultimo. La condizione disastrata dei protagonisti è infatti ben più del solito accenno iniziale utile a creare un contesto e fornire una motivazione, lentamente la ricerca e la brama dell'oro acquistano tratti mitologici e Black Sea viene contaminato da una componente solitamente estranea ai film d'azione e più vicina a quelli d'avventura. C'è una crescente epica nella maniera in cui l'equipaggio lotta e si danna per l'oro, con la disperazione umana della povertà alle spalle e un futuro di ricchezza nella loro testa, i dannati del sottomarino di Robinson mantengono lungo il film una tensione fantastica verso il possesso che regala diverse svolte inattese.
Ad orchestrare e scandire i tempi c'è Jude Law. Per la prima volta in un ruolo duro e ruvido, metronomo del ritmo e della tensione del proprio equipaggio, l'attore inglese si dimostra perfettamente in grado sia di incarnare la solidità del capitano di mare sia di contaminarla con la vena malinconica degli eroi con famiglia spezzata alle spalle. La sua è finalmente una prestazione fuori dalla zona confortevole nella quale le molte commedie e i molti ruoli tra loro simili lo tenevano ingabbiato.

DISPONIBILE IN NOLEGGIOChen Zhen, giovane studente nella Cina della 'rivoluzione culturale', è trasferito in Mongolia da...
17/12/2015

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Chen Zhen, giovane studente nella Cina della 'rivoluzione culturale', è trasferito in Mongolia da Pechino per educare una comunità di pastori nomadi. In quella terra, piena di una bellezza selvaggia e vertiginosa, è tuttavia Chen Zhen ad apprendere qualcosa sugli uomini e sui lupi, che il governo comunista ha deciso di sterminare. Colpevoli di 'frenare' l'avanzata del progresso della Cina di Mao, i lupi vengono abbattuti da cuccioli o dentro safari crudeli, che alterano l'equilibrio uomo-natura che le tribù mongole avevano conquistato nei secoli. Affascinato dai lupi, Chen ne alleva uno di nascosto, compromettendo a suo modo l'ordine naturale delle cose.
Il cinema di Jean-Jacques Annaud ha da sempre due anime: qualche volta si 'diverte' a precipitare i suoi protagonisti dentro una cultura esotica (Bianco e nero a colori, Sette anni in Tibet) e qualche altra a elevare gli animali a protagonisti (L'orso, Due fratelli). Contrariamente al titolo e alle apparenze, L'ultimo lupo appartiene alla prima categoria. Blockbuster à l'ancienne e adattamento del romanzo di Lü Jiamin ("Il totem del lupo"), L'ultimo lupo è una storia cinese, raccontata da un francese, sul tramonto del nomadismo mongolo. 'Raccomandato' dalla sua amante, film censurato in Cina ma il più visto illegalmente in Cina, Annaud è stato ingaggiato dalla China Film Group Corporation per girare in Mongolia un bestseller locale sulla civiltà nomade degli allevatori mongoli e la colonizzazione comunista. Favola spettacolare, dentro un cinema classico e popolare, L'ultimo lupo racconta l'avventura di due allievi-precettori che lasciano Pechino per alfabetizzare le comunità della Mongolia Interna e finiscono invece alfabetizzati. Sedotti da quell'idillio pastorale e da un'arcaicità serena, in cui uomini e animali convivono in armonia, bevono come il latte delle giumente le parole del capo del villaggio, che insegna loro i rudimenti di un equilibrio ecologico fondato su una cosmogonia animista. Il regista francese svolge questa educazione concentrandosi sullo sguardo di Chen Zhen, portatore critico della rivoluzione culturale di Mao.
Nella magnificenza dei paesaggi e sotto lo sguardo delle creature selvagge della steppa, il film cerca e trova il battito barbaro del cuore di Chen Zhen, sorpreso di frequente in primo piano e davanti all'orizzonte come in una vecchia cartolina della propaganda comunista. Cronaca della fine di un mondo e di un modo di vivere, L'ultimo lupo esalta col 3D l'animale del titolo, divinità tutelare e predatore antico. Venerato e temuto dai nomadi mon goli, il lupo condivide la scena con Chen Zhen e la riempie con tutta la sua dignità. Se il vento freddo e pungente della steppa increspa la sua pelliccia e lo coglie in piena corsa, la terza dimensione trova la sua ragione nei piani fissi, che ne afferrano la consumata immobilità e la maestosa monumentalità. Misurando la loro perfetta fotogenia, la regia di Annaud elude esotismo e antropomorfismo, privilegiando un modello di messa in scena in rilievo che rende addirittura palpabile la presenza del lupo, vicino eppure sfuggente. Pioniere di questa tecnologia, nel 1995 aveva girato in Imax 3D Wings of courage, l'autore rileva, dentro un paesaggio irriducibile e sotto il pretesto di studiare i predatori di Chen Zhen, la speranza chimerica di una conciliazione tra onnivori e carnivori, tra un uomo di buona volontà e un animale selvaggio, tra una cultura nomade e una sedentaria, che muore di fame e sogna una terra intorno al lago in cui coltivare i suoi cereali. Dentro il recinto, eretto da Chen Zhen per crescere il suo cucciolo, però qualcosa si perde, una perdita ineluttabile, forse necessaria ma irreparabile. Fuori intanto urlano i lupi, lupi senza pelliccia che rompono un equilibrio ancestrale sparando agli animale e soffocando la volontà di libertà degli uomini.

DISPONIBILE IN NOLEGGIOGermania, aprile 1945. La guerra sembra non finire mai per il sergente Don Collier, sopravvissuto...
17/12/2015

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Germania, aprile 1945. La guerra sembra non finire mai per il sergente Don Collier, sopravvissuto al deserto africano e alle spiagge della Normandia. Leader carismatico di un manipolo di soldati di diversa estrazione e diverso carattere, Don è inviato in missione dietro le linee nemiche e dentro un tank Sherman. Perduto in uno scontro a fuoco il loro tiratore, reclutano Norman Ellison, un giovane soldato a disagio con la guerra e la violenza. Ribattezzato dalla sua squadra Wardaddy, Don si prende cura come un padre del ragazzo, che inizia ai rudimenti della guerra con metodi poco ortodossi. Avanzare contro il nemico, abbatterlo e sopravvivergli favorisce la confidenza e il cameratismo tra gli uomini di Don, che impavidi hanno deciso di seguirlo in un'ultima impresa contro trecento soldati tedeschi. Un'ultima linea armata prima della libertà e della pace.
A partire dagli anni Ottanta, Hollywood ha smesso di rappresentare la Seconda Guerra Mondiale in maniera asettica, precipitando il conflitto nell'orrore e mettendolo in scena come uno spettacolo dell'orrore. Per prendere la misura di questa evoluzione basti confrontare Il grande uno rosso di Samuel Fuller con Salvate il soldato Ryan di Steven Spielberg. Se Fuller temperava la violenza convinto che fosse semplicemente impossibile restituire sullo schermo la realtà del combattimento, Spielberg abbandona cadaveri sviscerati sulle spiagge della Normandia e traduce l'intensità di quella violenza. L'autore rivendica una volontà di realismo e traspone visualmente l'incubo della guerra, ricreando sulla spiaggia 'traslocata' di Omaha Beach quello che i veterani avevano visto e vissuto.
Fury, film bellico di David Ayer, prosegue l'estetica del soldato Ryan e si ritaglia un posto nel genere. Non tanto e non solo perché il suo regista, ex marine, ha esperienza diretta della materia, ma per l'impianto drammaturgico singolare, articolato in un interno (il carro) e in una relazione corpo-macchina. In Fury, come Lebanon, film israeliano di Samuel Maoz, non si scende (quasi) mai dal carro armato. Costruito sulla dialettica dentro-fuori, fuori c'è la Storia, dentro la storia, fuori l'azione, dentro la reazione, fuori il proiettile esploso, dentro il rinculo, Fury avanza interrogandosi sulla guerra e sul rapporto che il singolo soldato intrattiene con l'oscenità del conflitto. E qui si esauriscono le corrispondenze tra due film che contemplano esterni e implicazioni ideologiche radicalmente differenti. Se il fuori di Maoz era la Guerra del Libano (1982) 'costretta' in un tank-nazione e invasore, il fuori di Ayer è la Seconda Guerra Mondiale, l'ultima a dimensione mitologica, quella della lotta tra bene e male, che non smette di affascinare Hollywood.
Pur insistendo sulla necessità del vedere, Ayer non sembra ossessionato dalla materialità del combattimento, a interessarlo è l'unità protagonista. Comprendere il funzionamento di un'unità di carristi permette al regista di misurare la dimensione industriale della guerra. Nel 1945 la vita media di un uomo in un tank era di sei settimane, al termine delle quali si moriva straziati dal fuoco nemico, al termine delle quali, ancora, proprio come farà la recluta di Logan Lerman, era necessario ripulire il carro dal sangue, la carne, i brandelli e i frammenti di vita, prima di riempirlo di nuovo con altre vite. Uomini e biografie stipate e lanciate contro le linee tedesche, che resistevano ostinate e fameliche fino alla fine dei loro giorni.
Tra il superbo orizzonte del principio e il tank carico di morte, che l'ascensione della camera trasforma nell'epilogo in un occhio ciclopico ficcato in un crocevia disseminato di morti, si muove un film che conquista terreno al genere bellico e un carro che è rifugio, cuore e tomba di soldati condannati al martirio. A guidare la riflessione di Ayer sullo stato di guerra, sullo stato di tutte le guerre, c'è il sergente di Brad Pitt, massiccio, laconico e (in)gloriosamente bastardo dentro un cingolato, dietro alle cicatrici e il taglio barocco pettinato con rigore marziale e brillantina grassa.

DISPONIBILE IN NOELGGIOL'inetto, perdigiorno, lamentoso e vittimista Nobita riceve la visita di un suo pronipote che tra...
06/11/2015

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L'inetto, perdigiorno, lamentoso e vittimista Nobita riceve la visita di un suo pronipote che tramite una macchina del tempo gli consegna Doraemon, un gatto robot proveniente dalla sua epoca che ha il compito di aiutarlo a diventare una persona migliore così che non si avveri il suo tragico futuro: investire tutto in una compagnia dal cui fallimento non si riprenderà mai. Dopo una prima fase in cui grazie a Doraemon e ai suoi strumenti tecnologici Nobita mette una pezza ad ogni guaio combinato (e si vendica delle angherie di amici e compagni che lo prendono in giro), arriverà un'avventura così importante da non necessitare aiuti esterni.
É dal 1980 che ogni anno con cadenza abbastanza regolare in Giappone esce un nuovo lungometraggio per il cinema centrato su Doraemon, con ambientazioni esotiche e avventure ogni volta diverse. Stand by me invece appartiene alla categoria dei reboot che fanno ricominciare da capo la storia, rinarrano le origini e i presupposti dei personaggi come per rimetterli in piedi, con quel misto di fedeltà e innovazione che è tipico delle riletture animate nipponiche: rispettare lo spirito e le caratteristiche fondamentali di una serie, rimasticandone molti aspetti.
L'obiettivo è conquistare un pubblico nuovo con un'animazione in computer grafica non eccessivamente sofisticata ma funzionale a quel che si vuole raccontare. É infatti trattata bene la sostanza di Doraemon, nel passaggio dal 2D al 3D il film sfrutta la possibilità di rendere la morbidezza suggerita dal character design del personaggio (le serie animate nipponiche nascono quasi sempre per vendere merchandising), mentre per il resto indugia sul già noto con un adattamento che usa la denominazione moderna dei personaggi (già presente nelle nuove serie televisive) fedele ai loro nomi giapponesi e non italianizzati come accadeva nelle prime messe in onda.
Immutati anche gli scopi educativi della storia, Nobita (Guglielmo nell'edizione italiana) dopo un abuso degli strumenti che Doraemon tira fuori dalla tasca per lui, capisce che qualsiasi aiuto esterno in realtà comporta danni peggiori del problema che dovrebbe risolvere. Fa impressione tuttavia rivedere queste storie educative, nelle quali la tecnologia è equiparata alla magia e alla fine non è mai in grado di aiutare davvero, in un'epoca nella quale (rispetto agli anni '80) la tecnologia effettivamente pervade ogni ambito della vita individuale, costituendo un prolungamento del corpo e dei sensi che aumenta le potenzialità individuali. Doraemon è stata la più grande forma di messa in guardia delle giovani generazioni dal determinismo tecnologico, in anni in cui il Giappone correva furiosamente verso il progresso, oggi forse è superato da una realtà che schiaccia questi racconti con l'evidenza di una tecnologia che invece è umana, emotiva e capace di stare vicino a chi la usa senza trasformarsi nel tipico demone nipponico, che per un desiderio esaudito causa due problemi più grandi.

DISPONIBILE IN NOLEGGIOL'agenzia che doveva inviare un clown per allietare la festa per i sette anni del piccolo Jack ti...
06/11/2015

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L'agenzia che doveva inviare un clown per allietare la festa per i sette anni del piccolo Jack tira un bidone, così Kent, agente immobiliare e papà di Jack, ha la bella pensata di risolvere di persona il problema. Trova un magnifico costume da clown in una cassa all'interno di una villetta che sta ristrutturando per la vendita e lo indossa allietando alla grande la festa. Ma poi, per quanti sforzi faccia, non riesce più a togliersi il pesante trucco e il costume. Meg, la moglie, lo aiuta nel tentativo, ma non c'è verso: riesce a togliergli solo il naso rosso, che però nel ve**re via scortica la punta del naso di Kent. Preoccupato, Kent risale al proprietario del costume, il lunatico e solitario Bert Karlsson, che prima afferma di volerlo aiutare e poi cerca di tagliargli la testa. Infatti, gli spiega, non c'è altro modo di risolvere la questione. Quello non è un costume, sostiene, ma la pelle di un antico demone che sin dall'antichità si mangia cinque bambini per ogni inverno. Il demone si sta impossessando di Kent e la lotta per liberarsi si fa disperata, mentre in lui sale sempre più il desiderio di mangiare bambini.
Il clown è stato più di qualche volta usato dall'horror per veicolare sospetto e paura, in antitesi alla sua naturale essenza di innocua figura creata per il divertimento dei bambini. Il pesante trucco, la maschera, il comportamento bizzarro: tutti aspetti potenzialmente inquietanti, usati nell'horror a fini per niente tranquillizzanti. Il più famoso dei clown malefici è probabilmente il Pennywise creato da Stephen King per It, trasposto in una miniserie Tv non priva di meriti, ma sostanzialmente non all'altezza del romanzo. Non sono mancati comunque epigoni assai "minori", come il clown culturista di Fear of Clowns, per citarne solo uno.
Eli Roth condivide con il suo nume tutelare Quentin Tarantino la fascinazione per il riuso degli elementi classici del cinema di genere, ma possiede anche la passione per l'horror puro e duro, come Hostel insegna. Qui Roth lascia la regia a Jon Watts - giovane regista dal curriculum prevalentemente televisivo - e si occupa della produzione, ma la sua mano si fa sentire. L'idea che sorregge la vicenda è semplice, ma efficace. Non è nuovissima: l'abito che, per così dire, fa il monaco si è già visto nell'horror (Vestito che uccide di Tobe Hooper da un racconto di Cornell Woolrich, per esempio). Applicarla al costume del clown la rende particolarmente curiosa e interessante. La trasformazione combattuta di un buon padre di famiglia in un mostro sanguinario è tratteggiata con cura e pathos, creando una figura tragica simile a certi mostri degli horror del passato (i licantropi in particolare) e rendendo in questo modo lo spettatore partecipe del dramma. I brontolii dello stomaco vorace del Kent mutante sono un accompagnamento sonoro insolito e inquietante alla discesa del personaggio negli inferi della possessione.
La storia procede con la giusta progressione ed è ben congegnata: feroce e crudele, non disdegna di andare controcorrente e crea un'icona horror di buona suggestione. La suspense è ben sorretta, grazie anche all'attenzione alla psicologia dei personaggi e alla loro non banale interazione. Ma soprattutto, il film promette spaventi e li mantiene, cosa da non trascurare. Le premesse per una franchise ci sono tutte. In un cast più che valido spiccano una sensibile Laura Allen, alle prese con un personaggio caricato di più di qualche terribile dilemma morale nel tentativo di salvare la famiglia, e un grande Peter Stormare, sempre a suo agio con i personaggi sopra le righe.

DISPONIBILE IN NOLEGGIOPer donare il suo rene alla nipote morente, Deacon (Van Damme), un ex agente dei black-ops, si sv...
06/11/2015

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Per donare il suo rene alla nipote morente, Deacon (Van Damme), un ex agente dei black-ops, si sveglia il giorno prima dell'operazione e scopre di essere stato l'ultima vittima di un furto di organi. Ricucito e arrabbiato, Deacon parte dal suo opulento albergo alla ricerca del suo rene rubato e crea un percorso intriso di sangue attraverso gli angoli più bui della città - bordelli, fight club, mercati neri nei vicoli, e tenute miliardarie. Il tempo passa per la nipote e ad ogni passo l'uomo perde sangue; Deacon, con l'aiuto dei suoi ex legami con la malavita e del fratello civile viaggerà attraverso lo squallido ventre della società, dimostrando a chiunque incrocerà nel suo cammino, che nulla ha più valore per un uomo della sua carne e del suo sangue.

DISPONIBILE IN NOLEGGIOLo S.H.I.E.L.D. è stato smantellato e i Vendicatori sono usciti allo scoperto. Dopo aver oltrepas...
06/11/2015

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Lo S.H.I.E.L.D. è stato smantellato e i Vendicatori sono usciti allo scoperto. Dopo aver oltrepassato il portale dei Chitauri e aver intravisto cosa c'è fuori, Tony Stark ha riesumato il progetto di Ultron, un'intelligenza artificiale a protezione del mondo. È l'armatura che ha tolto a se stesso e con cui vorrebbe schermare il pianeta. Ma Ultron ha un'idea propria di cosa significhi ottenere la pace ed è un'idea che prevede innanzitutto la distruzione degli Avengers. Provata dalle manipolazioni che Wanda ha operato sulle loro menti, portando allo stato cosciente paure, traumi e sensi di colpa di tutti, la squadra si unisce nonostante tutto per fermare il nemico e recuperare la gemma dell'infinito.
Travolto da un successo a dir poco imponente, Joss Whedon dimostra con questo secondo film di saperlo reggere sulle spalle e di poter continuare l'opera senza smarrire l'ispirazione, compensando la sorpresa sfumata con nuovi arrivi e nuove idee. Il faccia a faccia con Thanos è rimandato, per questo capitolo si resta sulla Terra, anche se l'America non è più al centro della mappa (ma certa retorica americana sì...). Si aggiungono al gruppo i gemelli Maximoff, Pietro e Wanda, e il personaggio cult di Visione, interpretato dallo stesso Paul Bettany che ha finora fornito la voce di Jarvis. Ma le dinamiche più interessanti sono interne al gruppo originario, come l'avvicinamento sentimentale tra Natasha e Bruce Banner, se non al personaggio stesso, com'è il caso di Stark.
Si ride un po' meno, in compenso il discorso sull'intelligenza artificiale è affascinante sia dal punto di vista concettuale sia da quello filmico (con una debole eco del crepuscolo di Hal 9000). Certamente, scrittura e regia assicurano qui nuovamente un grandissimo equilibro tra le forze in campo, specie all'interno degli stessi Avengers, bilanciando la superiorità di Ironman, Thor e Hulk con un maggior protagonismo di Occhio di Falco e Black Widow (Capitan America sta un po' nel mezzo). Allo stesso tempo, si conferma il quid in più di Tony Stark e Bruce Banner, cervello e sentimento di questa serie di film, tanto che la sequenza in cui lavorano insieme d'intelletto è più emozionante della loro prestazione nella battaglia. Ma la trovata più spiazzante è anche la più intelligente: non potendo ingannarsi ed ingannarci sulla difficoltà di Jeremy Renner di reggere il confronto coi suoi partner a colpi di arco e frecce, Whedon potenzia la sua ordinarietà (è il super padre di famiglia), inserendo in un sol colpo un'altra dimensione nel film, che fa sorridere e guarda dritta negli occhi il pubblico in sala. Stanti così le cose, gli Avengers devono trionfare a tutti i costi. Per salvare il mondo, naturalmente, ma anche per permettere ad Occhio di Falco di tornare a casa e finire di pavimentare il solarium.

Indirizzo

Via Principe Umberto N. 121/123
Trecastagni
95039

Orario di apertura

Lunedì 09:30 - 12:30
16:30 - 20:30
Martedì 09:30 - 12:30
16:30 - 20:30
Mercoledì 09:30 - 12:30
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Giovedì 09:30 - 12:30
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Venerdì 09:30 - 12:30
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Sabato 09:30 - 12:30
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Domenica 09:30 - 12:30
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