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07/06/2026

Il monumentale Monolite di Tlaloc è un’immensa scultura in basalto che rappresenta il dio azteco della pioggia Tlaloc, con un peso di circa 168 tonnellate e un’altezza di circa 7 metri, rendendolo una delle più grandi sculture monolitiche mai trasportate in epoca moderna dal suo contesto originale.

Scoperta originariamente distesa nel letto asciutto di un torrente vicino all’antico sito di Coatlinchan, la colossale figura in pietra fu trasferita con grande cura nel 1964 a Città del Messico, dove venne collocata all’esterno del Museo Nazionale di Antropologia come potente simbolo dell’arte e della devozione religiosa precolombiana.

Il monolite raffigura il dio della pioggia Tlaloc con i suoi caratteristici occhi simili a occhiali e con elaborati motivi del copricapo associati all’acqua, alla fertilità e all’abbondanza agricola. L’opera riflette l’importanza centrale delle divinità della pioggia e delle tempeste nella cosmologia e nell’ideologia di stato azteca, mentre le sue dimensioni impressionanti evidenziano le straordinarie capacità tecniche e organizzative necessarie per estrarre, trasportare e ricollocare un oggetto sacro di tale enorme portata.

22/05/2026

Faccio il guardiano notturno in un cimitero comunale da 14 anni.

Compio 8 giri di ronda a notte, a piedi, con la torcia agganciata alla cintura.

Il 22 marzo 2026, alle 3:47, ho visto un gatto tigrato seduto da solo sulla stele di una tomba recente, immobile, con lo sguardo fisso.

Non sembrava spaventato.

Piuttosto, sembrava aspettare qualcuno.

Mi sono avvicinato con prudenza, aspettandomi che scappasse.

Non si è mosso.

Portava un collare in cuoio intrecciato, e una medaglietta di metallo rifletteva la luce della mia torcia.

L’ho girata delicatamente con la punta del dito.

E ciò che c’era inciso sopra mi ha fatto indietreggiare.

Da un lato:

“Mi chiamo Lazare.”

Dall’altro:

“Se trovi Lazare sulla mia tomba, significa che rifiuta di andarsene. Prendilo.”

C’era anche un indirizzo.

Lo stesso inciso sulla lapide.

Ho alzato gli occhi verso la foto ovale fissata al marmo. Una donna sulla sessantina, dal sorriso dolce, con un foulard chiaro attorno al collo. La tomba era recente. La terra ancora scura. Alcuni fiori bianchi cominciavano già a piegarsi sotto l’umidità della notte.

Lazare era seduto lì sopra.

Drittissimo.

Un gatto europeo di 8 anni, tigrato, le zampe raccolte sotto di sé, il pelo leggermente arruffato dal freddo. Non miagolava. Non chiedeva nulla. I suoi occhi restavano fissi sulla pietra, come se il nome inciso potesse ancora rispondere.

Gli ho parlato piano.

“La stai aspettando, vero?”

Ha socchiuso gli occhi.

Lentamente.

Poi ha appoggiato di nuovo il mento contro il bordo della stele.

Nel mio mestiere si impara a rispettare i silenzi. Quelli delle famiglie che vengono alle prime ore del mattino. Quelli dei vedovi che parlano a bassa voce credendo che nessuno li senta. Quelli dei figli diventati grandi che si scusano davanti a una tomba per gli anni perduti.

Ma il silenzio di Lazare aveva qualcos’altro.

Non capiva l’assenza.

La custodiva.

Ho chiamato il numero indicato nel registro della concessione. Il giorno dopo mi ha risposto una nipote. Sapeva.

Sua zia aveva preparato la medaglietta prima di morire. Viveva sola con Lazare da anni. Aveva paura che lui restasse davanti alla porta, che cercasse il suo letto, che smettesse di mangiare. Così aveva scritto quella frase, come si affida un’ultima volontà a qualcuno che ancora non si conosce.

La nipote non poteva prenderlo.

Grave allergia. Tre bambini. Un appartamento troppo piccolo.

Scuse forse vere.

Ma Lazare, lui, non sapeva nulla di tutto questo.

La notte seguente l’ho ritrovato nello stesso punto.

E poi ancora la notte dopo.

Era dimagrito. Rifiutava le crocchette che gli lasciavo vicino al vialetto. Beveva un po’ d’acqua piovana nelle cavità del marmo, poi tornava a sedersi sulla stele.

La quarta sera ho portato un trasportino.

Pensavo che avrebbe lottato.

Mi ha guardato a lungo.

Poi è sceso dalla tomba, una zampa dopo l’altra, con una lentezza solenne. Prima di entrare nel trasportino, si è voltato verso la foto.

Una volta sola.

A casa mia, Lazare ha passato tre giorni sotto la credenza. Mangiava solo di notte. Sussultava al rumore delle chiavi, delle porte, della mia torcia appoggiata troppo forte sul tavolo. Gli ho lasciato il collare.

Non ho tolto la medaglietta.

Certi ricordi non sono catene.

Sono prove del fatto che siamo stati amati.

Oggi Lazare dorme vicino alla mia giacca da guardiano, raggomitolato contro la torcia. A volte, quando parto per il lavoro, mi segue fino alla porta e si siede nell’ingresso, immobile, come prima.

Allora mi accovaccio.

Gli mostro la medaglietta tra le dita.

“Lo so, Lazare. Lo so.”

Non l’ha lasciata.

Ma non vive più su una tomba.

E a volte accompagnare un lutto non significa chiedere a qualcuno di dimenticare.

Significa offrirgli un posto caldo dove continuare ad amare senza sparire insieme a chi sta aspettando.

21/05/2026

I resti della Meta Sudans, un'antica fontana romana di forma conica situata vicino al Colosseo e all'Arco di Costantino.

Struttura Antica: Costruita probabilmente sotto l'imperatore Domiziano alla fine del I secolo d.C., era alta circa 17 metri e rivestita di marmo.
Nome e Funzione: Il nome "Meta Sudans" deriva dalla sua forma simile a una meta (palo di svolta nei circhi romani) e dal fatto che l'acqua "sudava" o sgorgava dalla sua cima, piuttosto che zampillare.
Leggenda: Si credeva popolarmente che i gladiatori superstiti si lavassero e rinfrescassero alla fontana dopo i combattimenti nell'arena.
Demolizione: I resti della struttura sono sopravvissuti fino al 1936, quando furono demoliti per ordine di Benito Mussolini per far posto alla Via dei Fori Imperiali.

09/05/2026
09/05/2026

Ai locatari che hanno riconsegnato le chiavi del monolocale dimenticando Octave in cucina, vorrei dire questo: è rimasto 4 giorni seduto davanti alla porta.

Senza miagolare.

Come se credesse ancora che sareste tornati.

Sono un’agente immobiliare. Quel lunedì 14 aprile dovevo semplicemente fare il verbale di riconsegna di un monolocale ammobiliato. Controllare i muri, le prese, il materasso, i segni sul pavimento. Una visita rapida, quasi meccanica.

Ma appena ho aperto la porta, ho sentito che qualcosa non andava.

Non l’odore di un appartamento rimasto chiuso.

Una presenza.

Octave era lì, in cucina.

Gatto europeo. 11 anni. Seduto dritto davanti alla porta d’ingresso, il pelo spento, gli occhi socchiusi, come se avesse risparmiato ogni movimento. Non si è precipitato verso di me. Non ha gridato. Mi ha soltanto guardata con quella stanchezza silenziosa degli esseri che hanno aspettato troppo a lungo.

Accanto a lui c’era una ciotola di croccantini vuota.

E la ciotola dell’acqua, quasi asciutta.

Ho posato il fascicolo per terra.

Subito.

Perché ci sono momenti in cui le caselle di un verbale di riconsegna diventano indecenti.

Octave ha girato la testa verso il corridoio, lentamente, poi verso di me. Sembrava non sapesse più a quale porta credere. Quella che si era chiusa 4 giorni prima, o quella che io avevo appena aperto troppo tardi.

L’ho chiamato piano.

Non è venuto.

Ha solo abbassato gli occhi verso la ciotola vuota, poi ha strofinato il muso contro la gamba della sedia più vicina. Un gesto minuscolo, quasi educato. Come se mi stesse mostrando che conosceva ancora quella stanza. Che quel monolocale era stato il suo territorio. La sua casa. La sua attesa.

Mi sono accovacciata.

Le mani mi tremavano quando ho riempito la ciotola d’acqua al rubinetto. Il rumore lo ha fatto sobbalzare. Eppure, quando mi sono allontanata, si è avvicinato con piccoli passi rigidi e ha bevuto a lungo, senza smettere di guardarmi.

Non con fiducia.

Con prudenza.

Con quel resto di dignità che si conserva quando non si capisce perché si è stati lasciati indietro.

Ho ritrovato il suo nome più tardi, su un vecchio libretto veterinario dimenticato in un cassetto.

Octave.

Un nome dolce per un vecchio gatto che aveva aspettato in silenzio mentre delle chiavi passavano di mano.

Quel giorno non ho finito il verbale di riconsegna.

Ho chiuso il fascicolo.

Ho chiamato un’associazione.

Poi sono rimasta seduta sulle piastrelle della cucina, vicino alla ciotola vuota, finché Octave ha finalmente accettato di appoggiare il fianco contro la mia scarpa.

Non ha perdonato.

Non ha capito.

Ha solo smesso di aspettare da solo.

E a volte riparare comincia esattamente così: aprire una porta che si pensava amministrativa, e trovare dietro di essa una vita che merita ancora che qualcuno resti.

09/05/2026

Via de’ Ciancaleoni collega Via Urbana a Via Panisperna con un inconsueto andamento a “L” e prende il nome dalla famiglia Ciancaleoni, antica famiglia baronale romana che qui possedeva un palazzetto, oggi con ingresso al civico 45
L’edificio, costruito nel Cinquecento sui resti di edifici medioevali dei Ciancaleoni, presenta due grandi portali ad arco con portone ligneo ornato da due battiporta con protomi leonine.
lo stemma di famiglia,
infatti, era costituito da un
leone rampante.
Via de’ Ciancaleoni, nella Pianta di Roma del 1748 di Giovanni Battista Nolli denominata Vicolo di Ciancaleone, è collegata alla sottostante Via dei Capocci tramite una bella scalinata lungo la quale si può notare la base medioevale del palazzo costituita da una muratura a scarpa.

10/01/2026
10/01/2026
Bellissimo
03/01/2026

Bellissimo

Indirizzo

San Marino Città
47890

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